La Guerra dei due Mondi


caduta icaro

Di Robert Kurz. Originale pubblicato sulla Folha de S. Paulo il 28 aprile 2002. Traduzione portoghese di Marcelo Rondinelli. Traduzione spagnola di R. D. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Le contraddizioni della globalizzazione si notano anche sotto l’aspetto militare, in quella che è una guerra di genere nuovo, postmoderna. Basta fare un raffronto con il passato. Nell’epoca storica appena terminata, si fronteggiavano le superpotenze degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, i due stati più potenti sul pianeta. La loro corsa agli armamenti, spinta da spese enormi, ha generato un lungo periodo caratterizzato dal timore che potesse scatenarsi l’inferno con una serie di bombardamenti atomici intercontinentali. La paura si estese a tutto il pianeta, proiettandosi culturalmente e simbolicamente sulla produzione letteraria, sulla fantascienza e sull’immaginario popolare. Contro la minaccia di distruzione del pianeta da parte dei poteri mondiali si alzò un movimento pacifista globale con pretese moralizzatrici. Sappiamo che le cose poi non andarono così. La guerra atomica non scoppiò, ma più ad opera delle due superpotenze che per i movimenti pacifisti. L’Unione Sovietica si armò fino alla morte finanziaria, mentre il sistema stato-capitalismo distruggeva se stesso con le sue contraddizioni interne. Da allora c’è una sola superpotenza, gli Stati Uniti. Lo spettro della guerra atomica su scala mondiale che incombeva sugli stati più potenti si è dissolto nell’aria. La corrispondente letteratura apocalittica oggi non è altro che archeologia culturale.

La lotta contro gli spettri

Ma il “one world” della globalizzazione capitalista non si è pacificato. Minaccia anzi di affondare in un mare di sangue e lacrime. Il centro occidentale del capitale mondiale, sotto l’egemonia militare americana, si sente minacciato da un nuovo nemico, sorto ad oriente in sostituzione del vecchio “Impero del Male”. È un nemico che ha tratti comuni al controimpero scomparso. Di fronte ad esso perdono forza, fino a dissolversi del tutto, i vecchi interessi contrapposti dei paesi industrializzati che formano il nucleo capitalista. Non c’è dubbio che la supremazia militare degli Stati Uniti non ha concorrenti. A questo si aggiunge il fatto che la globalizzazione dei capitali ha privato delle basi la lotta tra imperi nazionali per le zone di influenza. E poi l’apparato militare americano, presente ovunque e al quale tramite la Nato sono subordinati gli eserciti dei paesi europei, apparentemente non privilegia gli interessi nazionali specificamente americani, ma difende dalle “anomalie” il modo di produzione unificato e il funzionamento del mercato mondiale.

Già da questo capiamo che il nemico ha caratteristiche diverse rispetto al passato. Non è più una sfida imperialistica tra poteri posti sullo stesso livello con pari legittimità, ma la lotta violenta contro gli spettri della crisi globale, spettri che si presentano in forma mutevole: “stati canaglia”, “warlords” (signori della guerra), mafie, bande armate, sette religiose, e tutti quelli che vivono dell’economia del saccheggio che segue la globalizzazione come un’ombra. Le loro cause ideologiche, religiose e socioeconomiche non hanno più alcun fondamento sociale o culturale proprio. Sono, senza alcuna eccezione, il prodotto in decomposizione e in putrefazione del capitalismo “one world”.

I talebani, ad esempio, non erano altro che signori della droga (in questo caso eroina) in salsa hollywoodiana, con un’ideologia postmoderna travestita da religione. Non più esotici degli attivisti antiaborto, le milizie razziste, gli psicopatici americani che uccidono a caso, le sette protestanti importate dall’America Latina o le bande di estrema destra in Europa. Quelli che gli Stati Uniti chiamano “stati canaglia”, paesi come l’Iran, la Libia, la parte serba di ciò che è rimasto della Yugoslavia, e poi ancora l’Iraq, nella guerra postmoderna del nuovo ordine mondiale sono un semplice fenomeno di transizione. Sono dittature avanzate dal passato divenute disfunzionali ai fini del sistema mondiale unificato. Con i suoi eserciti arcaici, con armi prodotte dall’industrializzazione fallita si imbastardiscono sulle rovine della modernizzazione, diventano autonome e imprevedibili. Per questo devono essere placate con la forza.

Ma dietro questi modelli non allineati si notano fenomeni molto diversi, prodotti essi stessi di una nuova era. Se osserviamo lo spettro di questi nuovi “imperi del male”, vediamo una transizione progressiva verso strutture che non stanno più sul piano statale del potere politico e militare. Il regime dispotico di Saddam Hussein non è che una dittatura classica della modernità, un relitto della guerra fredda. Miloseviç, con il suo governo-mafia, rappresentava già un nuovo tipo di “potentato della crisi”, sorto sulle rovine di una macchina statale distrutta dal mercato mondiale. Il regime talebano non aveva quasi nulla dello stato moderno. Un fenomeno come al Qaeda, infine, sta su un livello che è già post-statale e sub-statale.

La nuova indole del potere

Sette armate come queste e altre simili, imprese militarizzate private, quartieri e regioni intere dominate da bande criminali, da tempo si stanno diffondendo in tutto il mondo e anche nei paesi occidentali. Al Qaeda è solo l’antesignana di questa nuova indole barbarica del potere, che nelle sue dimensioni pressoché incalcolabili è diventata una sfida diretta alla potenza mondiale degli Stati Uniti, e che viene combattuta con operazioni militari di larga scala come se fosse uno stato nemico.

Questo sviluppo dei fatti è stato previsto molto tempo fa. In campo letterario, persone come la scrittrice americana Marge Piercy (1936) nei suoi romanzi di “social phantasy”, a cominciare dagli anni Ottanta hanno cominciato a descrivere un mondo da incubo, imbarbarito, senza più stati territoriali, ma ampie “zone” composte da un lato da conglomerati transnazionali armati, e dall’altro da vere e proprie baraccopoli appestate da nuove epidemie e dominate dalla legge primitiva del più forte.

Nell’ambito della scienza politica, teorici degli anni Novanta come Martin van Creveld, storico militare israeliano, hanno rivisto l’espressione “guerra civile”, divenuta inadatta a definire i conflitti armati come quelli sorti in molte regioni del mondo con la fine dell’Unione Sovietica. Van Creveld ha estrapolato l’espressione arrivando al concetto di “guerra post-statale”, che secondo lui si allargherà a tutto il mondo nel ventunesimo secolo. Non sarà una lunga guerra tra stati, come ai tempi della prosperità capitalista, e non avrà come protagonisti l’ultima superpotenza statale e un potere come al Qaeda, che sfugge a tutte le categorie della modernità borghese. Secondo van Creveld avrà luogo dopo la scomparsa degli stati, e sarà combattuta tra poteri di cui al Qaeda potrebbe costituire una sorta di prototipo.

Questa tendenza può essere dedotta anche dal carattere radicalmente nuovo dei movimenti guerriglieri di tutto il mondo. In epoche precedenti la modernità, la guerriglia rappresentava un governo “potenziale”, un fenomeno di formazione dello stato. Al contrario, la guerriglia attuale, dalle Filippine alla Colombia, non aspira a diventare stato: è un fenomeno di destatalizzazione.

Il mondo ufficiale del capitalismo e della democrazia – soprattutto, ovviamente, quello degli stati occidentali, in testa gli Stati Uniti – ha combattuto queste nuove forze, covate nel proprio seno, con una lunga strategia fatta di rifiuto e repressione. Si è agito soprattutto come se dopo il declino del vecchio “Impero del Male” fosse facile tenere sotto controllo la situazione, lasciando che tutto scivolasse verso una sorta di stato democratico su scala internazionale, basandosi sull’unificazione dei mercati mondiali e lasciando scomparire la violenza, la guerriglia, la mafia, il terrorismo eccetera. Oggi addirittura si parla di un nuovo nemico globale, riassunto nella parola “terrorismo”. Ma questa caratterizzazione del nemico agli occhi dell’ideologia ufficiale mondiale è inconcepibile, in quanto questa ideologia non è affatto interessata a capire la natura del nemico. Anche in passato, i conflitti globali erano sempre e naturalmente il risultato della modernità, che fosse la lotta tra imperi nazionali a partire dalla fine del diciannovesimo secolo o il conflitto tra sistemi dopo il 1945. In questi conflitti era molto più facile immaginare il “Male” come nemico esterno, perché in fin dei conti di questo si trattava, di potenze avversarie esterne, di stati in concorrenza o di sistemi edificati sulla base comune del mercato mondiale. Al Qaeda e altre entità simili, invece, non sono né stati né sistemi sociali. Il “Male” non è più un “impero” territoriale, ma un fenomeno interno alla globalizzazione stessa. La nuova immagine del nemico, accuratamente modellata, ci lascia intravedere un fondo comune fatto di democrazia e terrorismo, mercato e mafia, ragione borghese e pazzia, illuminismo e pseudoreligioso contro-illuminismo. Ma le élite di potere non riescono a riconoscere nel nemico, nel “perturbatore” dell’ordine, il suo parente più prossimo e intimo. E neanche ci riesce la maggioranza della gente comune prodotta dall’economia di mercato. E quando il cittadino non sa più cosa fare, quando si sente assediato dai mostri e dai fantasmi incubati dall’irrazionalità del proprio modello di vita e di ordine sociale, allora chiama la polizia. Nell’era della globalizzazione e dei suoi fantasmi in forma di crisi, chi può agire immediatamente a livello globale è una forza di polizia che, da sola e armi in pugno, è chiamata a sciogliere le contraddizioni sociali.

Anomalie in vario grado

Il concetto di “poliziotto mondiale”, già usato in passato per indicare gli Stati Uniti, solo ora acquisisce il suo senso completo e acquisisce sostanza. Da qui le dimensioni sovranazionali delle truppe con funzioni di polizia globale sotto il comando degli Stati Uniti, estrapolate dalla vecchia struttura Nato. Anche se uno stato mondiale non esiste né può esistere, l’ultima potenza del pianeta rivendica il monopolio della violenza a livello globale, ponendo così in questione il suo stesso concetto di stato davanti agli occhi del mondo. Fuori dal mondo rappresentato dagli stati occidentali, restano soltanto “zone” del pianeta caratterizzate da “anomalie” in vario grado. In questo senso, a partire dagli Stati Uniti come apparato militare centrale, la dottrina militare occidentale si è trasformata radicalmente. È evidente una volta di più il nesso strutturale interno tra lo sviluppo capitalista e la promozione della guerra. Non si stanno smantellando gli apparati militari, tutt’altro. La “deterritorializzazione” della società, che nel processo di globalizzazione appare in senso economico e, nella paralisi della regolamentazione nazional-statale appare in senso politico, si nota anche sul piano militare con lo smantellamento dei tradizionali eserciti nazionali. Non a caso il lessico che accompagna questo riordino militare ricorda le campagne per la “flessibilizzazione della manodopera”. Come nel modo di produzione capitalista al posto degli “eserciti del lavoro” di massa compare un sistema globale di aree di attuazione molto diversificate, molto ristrette in termini imprenditoriali e ad alta mobilità, così anche nel mondo militare il paradigma della truppe speciali flessibili pronte all’azione ovunque con armi “high-tech” si combina con il paradigma degli eserciti di massa basati sulla fanteria e i blindati.

Ai fini di questa trasformazione, è d’importanza decisiva che il servizio militare cessi di avere implicazioni politiche. Diventa così un “servizio temporaneo” per professionisti ben addestrati, come fare il piastrellista o vendere auto. Rientra in questo riordino la fine dell’esercito basato sul servizio militare obbligatorio. Le macchine distruttrici di ultima generazione hanno l’aspetto di “posti di lavoro” assolutamente normali. Al contrario delle feroci battaglie degli stati fantoccio della Guerra Fredda, come quella di Corea, Vietnam e altro, qui non ci sono eroi di guerra. Le nuove guerre poliziesche globali danno l’idea di una lotta chimico-elettronica contro le erbe infestanti o la peste, sembrano i volontari che vanno a spegnere gli incendi o i soccorritori che arrivano dopo il terremoto. Così si evidenzia la polarizzazione che corrisponde esattamente ai due lati della globalizzazione e della crisi: da un parte, in cielo, il filisteo “high-tech” postmoderno che scarica le bombe; dall’altra, sulla terra, l’elemento apparentemente arcaico ma in realtà postmoderno, che va in giro a saccheggiare armato di un kalashnikov, un machete e un coltello. Non si sa quale dei due è il mostro peggiore. Entrambi ignorano i contesti sociali che li hanno prodotti.

Superiore incapacità

L’enorme superiorità militare della polizia mondiale appare però sempre più incapace. Non solo la crisi mondiale, le cui cause vengono ignorate, genera nuovi poteri post-statali e post-politici secondo il modello di al Qaeda, ma anche i colpi degli apparati ad alta tecnologia minacciano di cadere nel vuoto sul piano militare.

È vero che un combattente armato di coltello non può affrontare un caccia invisibile, ma è vero anche il contrario. La lotta non si svolge su un piano comune. Non si può mettere un “poliziotto mondiale” dietro ogni giovane moralmente distrutto o giudicato “superfluo” dal capitalismo globale, per quanto i manganelli siano sempre più pesanti.

Ora il governo americano vorrebbe sviluppare armi atomiche “formato polizia mondiale” (le “mini-nukes”). Ma questo tentativo di usare una polizia mondiale “high-tech” per tenere a bada i territori devastati dal mercato mondiale in un universo economicamente deterritorializzato è, con certezza assoluta, condannato al fallimento.

Ma proprio per questo il tentativo potrebbe trascinarsi, come una tortura, per chissà quanto tempo.

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