C’era una Volta in America


onceupontime

Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 29 febbraio 2016 con il titolo Once Upon a Time in America. Traduzione di Enrico Sanna.

C’è un mito che da secoli è al centro della cultura politica inglese. Dice: Prima che arrivassero i conquistatori normanni ad imporre il feudalesimo, l’Inghilterra anglosassone era un luogo idillico governato dalle “buone leggi di re Edoardo il Confessore”, i liberi tribunali proteggevano gli antichi diritti degli inglesi, e ognuno valeva quanto gli altri ed era meglio della maggioranza. A questa versione idealizzata dell’antica costituzione anglosassone, e della Magna Carta come tentativo di riportarla in vita, si è fatto appello durante la Guerra Civile Inglese, la Gloriosa Rivoluzione del 1688 e nei movimenti politici riformisti da allora in poi. Per lo più si trattava di cose senza senso che hanno poco a che spartire con la storia. Ma è probabile che fosse più aderente alla realtà di quanto non lo sia il mitico passato rivisto da Hillary Clinton.

Di questo mito esistono tante versioni. In ognuna c’è un’America giusta e armoniosa turbata dall’arrivo del cattivo che trasforma le “buone leggi di [fate voi]” nel regno dell’ingiustizia e della tirannia. Per la destra il cattivo  è la legge istitutiva della Federal Reserve, la tassa sul reddito e il New Deal. Per i liberal è Reagan e i repubblicani. La Clinton è solitamente tra questi ultimi.

Ad un comizio per le primarie della Carolina del Sud, ha detto: “Non abbiamo bisogno di riportare l’America alla sua grandezza. L’America non ha mai smesso di essere grande. Dobbiamo invece riportare l’America alla sua unità.” Poi ha aggiunto che l’America è stata “edificata da persone che si davano una mano a vicenda. Persone che sapevano che, quando ci impegniamo, miglioriamo tutti assieme.”

Se il mito inglese della costituzione anglosassone è perlopiù falso, questa immagine idealizzata del passato americano è 99,99 percento puro falso. Quando mai è esistita quell’America “unita” in cui tutti “si davano una mano a vicenda”? Mai? Chi “dava una mano” agli schiavi africani che morivano in catene lavorando nelle piantagioni, e edificando la capitale della nazione, e che ancora oggi vivono sproporzionatamente in povertà sotto il razzismo strutturale? Chi dava una mano agli indiani in gran parte sterminati? O ai tanti immigrati bianchi prima della Rivoluzione, che arrivavano qui condannati all’esilio o schiavi per debiti, e molti dei quali morivano in schiavitù? O ai soldati della Rivoluzione che credevano davvero di lottare per la libertà, salvo vedersela strappata dalle mani dall’impero, rimesso in piedi dai latifondisti in combriccola, dagli speculatori delle obbligazioni di guerra e dagli schiavisti delle piantagioni?

E ai contadini dissanguati dalle tasse, dall’usura e dagli affitti, perché gran parte delle terre erano state appropriate dai ricchi? Chi dava una mano ai lavoratori in sciopero, sparati come cani rognosi dai Pinkerton, dai poliziotti e dai soldati? E alle donne che non potevano possedere beni, firmare contratti o votare come gli uomini per gran parte della nostra storia, e che oggi vivono in un patriarcato strutturale? O agli LGBT, il cui diritto di vivere felici e di metter su famiglia solo ora si comincia a riconoscerlo legalmente, e che prima erano incriminati quasi dappertutto?

Come ogni altra società classista, come ogni altro stato nel corso della storia, l’America serve affinché i pochi ricchi e potenti vivano a spese dei molti poveri e impotenti. Se è mai esistito un “noi” nel paese, non era in un’America senza classi, unita, in cui si “migliora tutti assieme”. Era un mondo fatto di NOI contro LORO, gli stessi che oggi pagano le spese elettorali della Clinton, le persone che lei rappresenta, quelli per cui fa comizi a 200.000 dollari l’uno.

Come dice Howard Zinn (“Removing America’s Blinders,” The Progressive, 25 aprile 2006), “La nostra cultura ci impone, letteralmente, di accettare la comunanza di interessi che ci lega gli uni agli altri. Di classi non si dovrebbe neanche parlare.” “Nella storia delle bugie dette alla popolazione,” continua, “questa è la più grande. Nella storia dei segreti nascosti alla popolazione, questo è il più grande: che in questo paese esistono classi con interessi divergenti. Ignorarlo, non sapere che la storia del nostro paese è la storia di schiavisti contro schiavi, latifondisti contro contadini, aziende contro lavoratori, ricchi contro poveri; non sapere questo significa essere inermi di fronte alle bugie dette da chi sta al potere.”

Non è mai esistita un’America, né un mondo, in cui ci si dava una mano tutti quanti. Possiamo edificarne uno. Ma non eleggendo i governanti giusti. Bisogna prima levare via lo stato, con i capitalisti e le altre classi privilegiate che rappresenta, dalle nostre spalle. Bisogna prima capire che tutto ciò che abbiamo, ciò che soddisfa i nostri bisogni, è il prodotto della cooperazione e dall’interazione sociale pacifica. Sono loro ad aver bisogno di noi, non noi di loro.

 

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