La Privatizzazione del Mondo


priva agua

Di Robert Kurz. Originale pubblicato sulla Folha de S. Paulo il 14 luglio 2002 con il titolo Modernidade Autodevoradora. Traduzione dallo spagnolo di Enrico Sanna.

Si pensa che la natura esistesse già prima dell’economia moderna. Da qui il fatto che la natura sia gratis, senza prezzo. È questo che distingue le cose naturali, non lavorate dall’uomo, da quelle ottenute tramite la produzione sociale, che non rappresentano la natura “in sé” ma la natura trasformata dall’attività umana. Questi “prodotti”, a differenza dei prodotti naturali puri, non sono mai stati di libero accesso. Sono sempre stati soggetti, secondo vari criteri, ad un modo di distribuzione organizzato socialmente. Nella modernità, è la forma di produzione delle merci a regolare questa distribuzione nel mercato, secondo criteri che comprendono il denaro, il prezzo e la domanda (solvente). Ma è una questione antica il fatto che l’organizzazione della società tenda ad ostruire il libero accesso ad un gran numero di risorse naturali preumane. Questa appropriazione, nelle sue varie forme, prende lo stesso nome di ciò che viene prodotto con l’attività sociale: “proprietà”. È un qui pro quo: altrimenti liberi, i prodotti della natura non elaborati dall’uomo sono trattati esattamente come se fossero il risultato delle forme organizzative sociali, e dunque soggetti alle stesse restrizioni.

L’appropriazione più antica è quella terriera. La terra in sé non è certo il risultato dell’attività produttiva dell’uomo. Dovrebbe essere di libero accesso. Al massimo, la terra trasformata, lavorata, “coltivata” potrebbe essere sottomessa ai meccanismi sociali; in tal caso, dovrebbe appartenere a chi la coltiva. Ma, come si sa, non è proprio così. In realtà, la terra è presa con la violenza quando è ancora incolta. Già nella bibbia troviamo la lotta per l’uso della terra tra contadini e allevatori (Caino e Abele), oppure tra i pastori nomadi in lotta per i “pascoli più fertili”. L’usurpazione del suolo “vergine” è il peccato originale ereditato dalla “dominazione dell’uomo sull’uomo” (Marx). Le aristocrazie di tutte le culture agrarie superiori sono nate da questa appropriazione violenta della terra, compiuta letteralmente in punta di lancia. Ovviamente, nelle culture agrarie la proprietà non somigliava neanche lontanamente a quella attuale. Non era né esclusiva né totale. La terra poteva essere usata e coltivata anche da altri, che in cambio pagavano dei tributi (la rendita feudale sotto forma di alimenti o servizi) ai proprietari, che originariamente avevano acquisito la proprietà con la violenza. Ma esisteva anche l’uso gratuito. In molte località, ad esempio, i contadini avevano il premesso di portare i loro maiali nelle terre incolte del signore feudale, ma potevano anche raccogliere il foraggio che cresceva spontaneo o altri frutti della natura. Altre possibilità d’uso non generarono mai controversie, come il diritto di cacciare e pescare. Le eventuali proibizioni dei feudatari non erano quasi mai rispettate. Fu così che certi cacciatori e pescatori di frodo divennero eroi della cultura popolare moderna.

La proprietà moderna rafforzò in maniera mostruosa la sottomissione della natura “libera” alle forme dell’organizzazione sociale, impedendo così l’accesso alle risorse naturali con un rigore mai visto prima. Questa intensificazione della tendenza all’usurpazione ha la sua ragione nel fatto che ora l’occupazione non è più un atto violento personale e immediato, ma un imperativo economico, che rappresenta una violenza “reificata” di secondo ordine. La violenza armata immediata si manifesta ancora oggi con l’occupazione delle risorse naturali, ma è reificata in forma istituzionale nella figura della polizia e dell’esercito. La violenza che esce dai cannoni e dalle armi moderne non parla con voce propria, ma è lo sceriffo del fine economico in sé. Questo dio secolarizzato della modernità, il capitale come “valore che si autovalorizza” continuamente (Marx), non solo compare nella figura di una reificazione irrazionale, ma è anche un dio più geloso di tutti gli dei che l’hanno preceduto. In altre parole, l’economia moderna è totalitaria. Ha pretese totalizzanti sul mondo naturale e sociale. Per questo tutto ciò che non le è sottomesso è visto come una spina nel fianco. E poiché la sua logica consiste unicamente e esclusivamente nella valorizzazione permanente del denaro, odia tutto ciò che non assume la forma di prezzo monetario. In terra non deve esistere niente di gratuito o naturale. La proprietà privata moderna è solo la forma giuridica secondaria di questa logica totalitaria. Le due cose sono pertanto altrettanto totalitarie: l’uso deve essere esclusivo. Questo vale soprattutto per le risorse naturali primarie della terra. Sotto la dittatura della proprietà privata moderna, non è più tollerato alcun uso gratuito per la soddisfazione delle necessità umane al di là di quanto concesso ufficialmente. Le risorse devono servire alla valorizzazione o restare a disposizione. Data la forma della proprietà privata, anche quella parte della terra che il capitale non può assolutamente utilizzare deve essere esclusa da ogni altro uso. Questa assurda imposizione ha causato molte rivolte sociali. Prima del 1848, anno cruciale per il giovane Marx, richiamato spesso nella sua biografia, c’era stata la questione della “legge prussiana contro il furto di legnatico”, che pretendeva di proibire ai poveri di fare legnatico gratuitamente nei boschi. Il conflitto sull’uso libero dei beni naturali, soprattutto la terra, non si è mai spento in tutta la storia del capitalismo. Ancora oggi, in molti paesi del Terzo Mondo esistono movimenti sociali di “occupanti della terra” che mettono in discussione la dittatura totalitaria della proprietà privata moderna sull’uso del suolo.

Nel corso dello sviluppo del moderno sistema produttore di merci, il problema primario dell’accesso alle risorse naturali gratuite è stato messo in second’ordine dal problema secondario dell’accesso alle risorse “pubbliche” connesse direttamente alla società nel suo insieme: le cosiddette “infrastrutture”. Con l’industrializzazione capitalista e l’inerente agglomerazione di enormi masse di uomini (l’urbanizzazione), sono venute a galla carenze sociali che hanno reso necessari interventi che non potevano essere definiti tramite le leggi del mercato, ma solo con l’amministrazione sociale diretta. Da un lato, si tratta di servizi nuovi risultanti dal processo di industrializzazione, come il servizio sanitario pubblico, la scuola pubblica (compresa l’università, eccetera), la distribuzione dell’energia e i trasporti pubblici (treno, metropolitana e altro). Dall’altro lato, anche le risorse naturali, prima liberamente accessibili senza alcuna organizzazione sociale, e i processi vitali resi possibili da queste risorse, dovettero essere organizzati socialmente collocandoli sotto l’amministrazione pubblica. È il caso della fornitura di acqua potabile, della raccolta dei rifiuti, delle fogne e così via, fino ai bagni pubblici nelle grandi città. Sotto le condizioni del moderno sistema produttore di merci, l’“amministrazione della cosa” pubblica e collettiva può assumere solo la forma distorta dell’apparato burocratico statale. Dunque lo “stato” nella sua forma moderna rappresenta solo l’altra faccia, la condizione strutturale e la garanzia del “privato” capitalista. Lo stato non può, per sua natura, assumere la forma di una “associazione libera”. L’amministrazione pubblica delle cose è pertanto limitata ad una nazione, burocraticamente repressiva, autoritaria e legata alle leggi feticistiche della produzione di merci. Per questo i servizi pubblici assumono la stessa forma-denaro della produzione di merci destinate al mercato. Anche così, però, non si tratta di prezzi di mercato ma solo di tariffe; alcune infrastrutture sono addirittura gratis. Lo stato finanzia questi servizi e aggregati di cose solo in piccola parte con le tariffe pagate dai cittadini, mentre i servizi essenziali sono pagati con le tasse sui rendimenti capitalisti (salari e redditi). Così l’amministrazione pubblica resta legata alla valorizzazione del capitale.

Per più di cento anni, i settori dei servizi pubblici e delle infrastrutture sociali sono stati riconosciuti dappertutto come un necessario aiuto, un ammortizzatore, il modo per superare le crisi del processo del mercato. Da vent’anni a questa parte, invece, in tutto il mondo si impone una politica che è esattamente il contrario: la privatizzazione di tutte le risorse amministrate dallo stato e dei servizi pubblici. Questa politica di privatizzazioni non viene difesa unicamente da partiti e governi esplicitamente neoliberali, ma anche da tutti gli altri partiti. Questo significa che non si tratta di una questione ideologica, ma di una crisi reale. In tutto ciò ha sicuramente un ruolo il fatto che la riscossione delle tasse cala rapidamente a causa della globalizzazione del capitale. In tutto il mondo, gli stati, le province e le città sovraindebitate diventano fattori della crisi economica, non fattori attivi del superamento della stessa. Una volta dilapidate le somme del sistema amministrato socialmente, la “mano pubblica” finisce per somigliare fatalmente alle tante vittime della vecchiaia indigente, che in aree critiche del pianeta vanno al mercato dell’usato a vendere i mobili e anche i vestiti per poter sopravvivere. Ma la radice del problema è più in fondo. Si tratta essenzialmente della crisi del capitale stesso che, alle condizioni della terza rivoluzione industriale, va a cozzare contro i limiti assoluti del processo reale di valorizzazione. Spinto dalla propria logica ad espandersi in eterno, il capitale trova sempre meno spazi di espansione. Da qui una fuga in avanti, un doppio atto disperato: da un lato, una pressione terribile spinge ad appropriarsi delle ultime risorse naturali gratuite, a trasformare anche la “natura interna” del corpo umano, della sua anima, della sua sessualità, del suo sogno, l’ambito in cui valorizzare il capitale e, con esso, la proprietà privata. Dall’altro, le infrastrutture pubbliche amministrate dallo stato devono essere gestite, per questioni di vita o di morte, da settori del capitalismo privato.

Ma questa privatizzazione del mondo mostra definitivamente l’assurdo della modernità: la società capitalista cannibalizza se stessa. La natura, che sta alla base della società, viene distrutta a velocità crescente; la politica della diminuzione dei costi e la terziarizzazione forzata distruggono le basi materiali delle infrastrutture, l’insieme organizzativo e, con esso, il necessario valore d’uso. Sono note da tempo le situazioni disastrose delle ferrovie e in generale dei mezzi di trasporto un tempo pubblici: più si privatizzano e più si guastano e più sono pericolosi per la comunità. Lo stesso schema si ripete nel campo delle telecomunicazioni, nelle poste e così via. Chi oggi dopo un trasloco vuole installare un telefono nuovo deve passare per un ginepraio di termini temporali, confusioni di competenze tra gestori “terziari” e tecnici pseudoautonomi e maleducati. Le poste tedesche, diventate società per azioni e “global player” con l’ansia della quotazione in borsa, inizieranno tra breve a consegnare la posta in California o in Cina; in cambio, il semplicissimo servizio del postino funziona male in Germania. È incredibile il fatto che intere attività siano svolte a basso salario, che raddoppino o triplichino le zone sguarnite, e che gli uffici siano sempre più desolanti! Gli uffici postali, o le stazioni ferroviarie, diventano territori senza concorrenza, e a soffrirne è il servizio. Più si ammodernano gli uffici e più s’immiserisce il servizio. A prescindere dalle promesse, privatizzazione significa prima o poi non solo il peggioramento del servizio, ma anche l’aumento drastico dei prezzi. Siccome sei povero, devi morire prima: con la crescente privatizzazione dei servizi sanitari, questo vecchio detto torna di moda anche nei paesi industrializzati più ricchi. La politica delle privatizzazioni non trascura neanche le necessità più elementari. In Germania, i bagni delle stazioni ferroviarie sono stati recentemente affidati in gestione ad una multinazionale chiamata “McClean”, che per l’uso dell’orinatoio chiede quanto per un’ora di parcheggio in centro città. E allora: Siccome sei povero, devi fartela addosso.

La privatizzazione dell’acquedotto nella città boliviana di Cochabamba, che, per decisione della Banca Mondiale, è stato venduto ad una “azienda idrica” statunitense, è un esempio di ciò che ci aspetta. Nel giro di poche settimane, i prezzi sono saliti al punto che molte famiglie impiegano un terzo del reddito per la bolletta. Raccogliere l’acqua piovana è stato dichiarato illegale, e alle proteste è stato risposto con l’invio dei militari. Tra un po’ si pagherà anche per il sole. E a quando la privatizzazione dell’aria che respiriamo? Facile immaginare il risultato: niente funzionerà e nessuno potrà pagare. A quel punto, il capitalismo dovrà eliminare tanto la natura quanto il genere umano, per “mancanza di redditività”, e cercarne un altro.

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