Malati e Dannati


male

Di Walker Storz. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 18 aprile 2018 con il titolo The Sick and the Damned. Traduzione di Enrico Sanna.

Capivo che la differenza tra sani e malati era così profonda da annullare ogni differenza in termini di intelligenza o razza.” ~ F. Scott Fitzgerald, Il Grande Gatsby

Se il capitalismo produce inevitabilmente il suo angelo sterminatore, produce anche quegli spettri che contengono il germe della sua fine, perseguitano il capitalismo e sono rappresentati da potenzialità e possibilità negate. La malattia è uno di questi spettri. Il capitalismo produce inevitabilmente malattia sotto forma di alienazione fisica e mentale. Il capitalismo comunicativo, o finanziario, accelera questo deterioramento sia del corpo sociale che dei singoli individui che si dibattono nel turbine.

Questo scritto è sia una chiamata all’azione (multiforme) che una tattica in sé e per sé, quella venerabile tattica del lavoratore che è il rallentamento. È una chiamata all’azione che punta unicamente a fermare il mondo così da poterlo smontare e rivoltare. Scrivendo dal punto di vista del malato cronico, cerco di trovare posizioni strategiche che permettano di operare entro la malattia. Non voglio idealizzare la malattia, ma neanche trascurare il potenziale rivoluzionario insito in questa.

La distinzione tra malati e sani può apparire troppo semplicistica, ma è importante in quanto distinzione ad un tempo metafisica e di classe. I malati sono l’esempio principale di come il capitalismo produce alienazione. Sotto il capitalismo, i lavoratori sono separati dalla loro creazione, il frutto del loro lavoro. I malati sono separati dal proprio corpo, per quanto continuino ad operare entro i suoi limiti. Diventano incorporei, senza però arrivare mai alla libertà, costretti entro i limiti del proprio corpo pur sentendosi dissociati da esso.

La malattia porta spesso ad un’esperienza di dissociazione fisica e mentale, ma anche temporale. Se ora mi sento un ventenne in buona salute e ora un uomo di mezza età, con le capacità fisiche e mentali corrispondenti, quello che provo è un drammatico, sconcertante slittamento temporale simile a quello generato da una malattia. Se soffro di un male cronico o terminale, di cui non vedo la fine, entro in una fase di delirio temporalmente ancora più distorta, sto sospeso in un limbo. Questo è un altro aspetto dell’alienazione di cui i malati sono un esempio: un accesso negato non solo al proprio corpo, ma anche all’esperienza non alienata del tempo. Pur non essendo interamente incorporee, le persone malate vivono più vicine alla morte di quelle sane; diventano fantasmi. Fantasma, si noti, non è solo un altro modo di dire anima, ma tradizionalmente anche una persona che vive l’esistenza post mortem non in modo liberatorio ma da prigioniero. I fantasmi sono spesso legati al mondo terreno, esseri incapaci di accedere al mondo puramente spirituale. Il fantasma fornisce l’immagine perfetta di una persona malata, incorporea ma infelicemente ancora legata alla terra.

Nella sua opera Spettri di Marx, Jacques Derrida conia il termine “hauntologia”, sul calco di “ontologia”. Se l’ontologia è lo studio dell’essere, l’hauntologia è lo studio dell’essere assente. Il compianto Mark Fisher elabora il termine con nozioni di nostalgia, cultura, futurologia e tardo capitalismo. Mark Fisher identifica l’hauntologia con lo studio del futuro perduto: il suo corpus di studio è essenzialmente un ripensamento del capitalismo come storia fantasma, in cui il desiderio spettrale di ulteriori possibilità perseguita continuamente i vari ambiti della cultura sotto il capitalismo, un sistema che cerca di impedire l’accesso a quelle stesse possibilità.

“La persecuzione allora può essere interpretata come un lutto fallito. È il rifiuto di rinunciare al fantasma o, che talvolta è praticamente lo stesso, il rifiuto del fantasma di rinunciare a noi. Lo spettro non ci permette di accontentarci di mediocri soddisfazioni raccogliticce in un mondo governate dal realismo capitalista.” Quando Fisher parla di frantumi spettrali di un futuro perso che perseguitano ogni elemento culturale, diventa incredibilmente evocativo, senza però andare mai contro il materialismo. Fisher interpreta l’hauntologia come una metafora, lo studio del virtuale, ciò che è assente ma fa ancora sentire i suoi effetti. Propongo un’interpretazione deliberatamente errata, un’interpretazione parallela, di questo termine, che sfuma il confine tra idealismo e materialismo, tra carne e spirito. Il mio concetto di hauntologia mi impedisce di ridurla ad un’analisi materialista. Quando il capitale agisce con volontà propria non è assurdo pensare che al mondo ci sono spiriti e demoni. Dunque con cosa abbiamo a che fare quando esaminiamo il business e il capitalismo? Producono effetti materiali o immateriali?

L’hauntologia è forse il miglior campo di studi per la comprensione della malattia e del collasso, poiché analizza la presenza di figure e di futuri assenti o esclusi.

I malati perseguitano il capitalismo. Sono il memento della sua costante eterna di malattia e alienazione. Annunciano il suo imminente collasso, le sue contraddizioni interne, lo indicano come causa di malattia; virale, per esser precisi. Il capitalismo è tenuto a galla dall’iperstizione del darwinismo sociale (l’iperstizione è un “elemento culturale che diventa reale”, analogo, ma non omologo, ai memi e i miti), ma le sue ambizioni eugenetiche cozzano con la sua produzione di patologie di varia natura. Disordini mentali e affettivi, così come altre malattie, sotto il capitalismo comunicativo sono in ascesa: insonnia, lavoro eccessivo, atomizzazione sociale, mutilazione psicologica, tossine ambientali. Una volta rivelata, chiunque può capire questa contraddizione. Anche senza capire le contraddizioni interne più complesse descritte da Marx, come il profitto calante, è sempre possibile capire che il capitalismo dipende dai corpi dei lavoratori, che tende a distruggere, e che questa contraddizione porta inevitabilmente alla morte del capitalismo. Se un tempo si temevano e si evitavano gli appestati, oggi i sani fanno lo stesso con i malati fisici e mentali, i forieri del destino che attende tutti quanti con il collasso del capitalismo.

#woke liberalismo (o postliberalismo) tratta le malattie mentali sotto il capitalismo fingendo empatia ma mantenendosi indifferente alle cause strutturali del male. Il pensiero liberale e postliberale vede nell’individuo un’entità fuori dalla società, una semplice unità biologica il cui malfunzionamento può essere trattato con interventi medici e farmacologici. Il risultato tragicomico di questa unione tra finta empatia (il capitalismo dal volto umano) e individualismo è la “cultura della cura di sé”. “Cura di sé” diventa un’industria e un modo per spazzare sotto il tappeto i problemi reali causati dal capitalismo. Se non ti senti bene per il troppo lavoro, lo stress o altro, non devi far altro che abbandonarti alla meditazione, o affidarti ad un terapeuta. Soffri di solitudine, che poi è il risultato dell’atomizzazione capitalistica? Basta lo Zoloft, o un po’ di psicoterapia cognitivo-comportamentale, che poi è il lavaggio del cervello sdoganato, così etichetti certi pensieri come sbagliati e li elimini. La normalizzazione del superlavoro assume connotati grotteschi: articoli ingannevoli spiegano come fare esercizi o meditazione in quindici minuti così da lasciare più tempo al lavoro; o insegnano a frammentare le ore di sonno in brevi “pisolini”. Dietro tutti questi articoli e tutta questa réclame, dietro tutta questa “cultura della cura di sé” si cela il segreto: le malattie, fisiche e mentali, sono la nuova norma in una società capitalista, il nostro corpo è al limite, siamo prossimi alla rottura definitiva.

Con cosa sostituire la cura di sé? La salute è importante, e quei movimenti di sinistra che puntano sulla produttività a discapito del corpo e del pianeta, e soprattutto a spese dei malati, non fanno che replicare gli aspetti cancerogeni del capitalismo. La salute individuale non sarà mai sufficiente a risolvere i grossi problemi collettivi creati dal capitale. Il capitale è un parassita astratto che ruba tempo, valore e in ultima istanza salute dai lavoratori. Sforzarsi di primeggiare è una fatica inutile che serve solo ad incrementare le forze del parassita. I movimenti fascisti, in particolare, etichettavano i malati come parassiti da purificare, e questo moralismo fascistoide riguardo i malati è molto diffuso nella filosofia liberale e nel capitalismo, a cui il moralismo fascistoide è connesso.

È quasi impossibile subire a lungo una sofferenza, soprattutto di quelle malattie che non danno invalidità “visibili”, senza scontrarsi con atteggiamenti di questo genere, anche in ambito famigliare, tra amici o con il partner. Io ho deciso di non considerare più il parassitismo un male, e pertanto lo rivendico. Il capitale mi ha trasformato in un guscio, in un corpo malato, non chiederò aiuto e supporto a quelle istituzioni che sono parte del capitalismo. Il parassitismo risolve una questione nietzschiana: offre la possibilità, ad un movimento anticapitalista nato dalla rabbia, di superare se stesso, di non fermarsi alla reazione. Il parassitismo di cui parlo distrugge l’ospite senza distruggere il “parassita”; l’ospite morirà quando noi saremo sazi. Sarà un rancore produttivo, positivo, a guidarci. Ci rafforzeremo con la carne del nostro nemico, superando noi stessi. Perseguiteremo il capitalismo finché non riavremo indietro il nostro tempo e il nostro lavoro, finché non ci riuniremo con la nostra carne.

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