Trionfo e Crollo dell’uomo-lavoro


lavoratrice

Di Norbert Trenkle. Originale in tedesco pubblicato su krisis.org nel 2008. Traduzione spagnola di Silvia Said Algaba pubblicata il 24 marzo 2018. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

La crisi del lavoro è al contempo crisi della mascolinità moderna in quanto identità del moderno uomo borghese costituita e strutturata in qualità di uomo-lavoro: imprenditore, creativo, deciso, razionale, efficiente e obiettivo, sempre alla ricerca di un risultato misurabile. Questo non sempre deve accadere “con il sudore della sua fronte”. Dunque l’identità maschile moderna appare assolutamente flessibile: l’uomo in giacca e cravatta della giunta esecutiva, del consiglio di amministrazione o del governo è considerato uomo d’azione tanto quanto, se non di più, del lavoratore edile, dell’uomo alla catena di montaggio o al volante di un camion. Queste ultime professioni, ormai fuori moda come ideale dell’orientamento professionale maschile, sono riservate a chi non è riuscito a superare gli ostacoli sociali che si frappongono all’ascesa verso i piani alti. Simbolicamente, però, servono a rappresentare la vera mascolinità. Uomini muscolosi, seminudi, con in mano una grande chiave inglese o un martello, imbrattati d’olio ma per il resto completamente asettici, clean, davanti all’estetizzante officina di lavoro o al forno dell’inceneritore: sono queste le icone della mascolinità moderna.

Quando si usano queste immagini maschili per fare pubblicità a vestiti d’alta moda o a profumi per uomo, il fine è di risvegliare le fantasie e le voglie di identificazione saldamente ancorate negli strati profondi della struttura identitaria maschile. Per questo tanto il magro e pallido impiegato delle assicurazioni quanto il grasso e ansimante capo delle vendite di una ditta di bibite possono identificarsi con l’uomo muscoloso. Quel corpo è un’immagine onirica irraggiungibile, a cui non si avvicineranno mai. Ma la cosa importante, in termini psicologici, è che la muscolatura e il corpo formato e modellato come una scultura rappresentino per loro ciò a cui anelano: l’esercizio del potere. Potere sugli altri, sul mondo, su se stessi. Generalmente, però, è un potere miserabile, come comandare qualche impiegato, imporsi sul mercato con una nuova marca di bibite o incrementare i guadagni rispetto all’anno prima. Ed è anche molto precario, costantemente minacciato e denigrato, perché dipende non solo dal fatto di riuscire ad imporsi sulla concorrenza esponendosi al rischio di fallimento, ma anche dalle congiunture del mercato su cui l’individuo non ha potere. Ma è proprio a causa di questa costante insicurezza che l’uomo necessità di una costante e aggressiva affermazione della propria identità.

Non è l’armatura muscolare in sé che fa dell’uomo moderno un uomo moderno. Piuttosto questa simbolizza la brutalità soprattutto del dominio di se stesso e dell’(auto)addestramento psicologico. Un “vero uomo” deve essere forte, davanti a se stesso e davanti agli altri. La forza dei bicipiti è il simbolo dell’autocontrollo, della disciplina e del diniego, rappresenta il potere della volontà sopra il proprio corpo. Lo spirito è accondiscendente, ma la carne è debole, e perciò deve essere dominata (o addomesticata), se l’uomo vuole tenere tutto sotto il suo dominio. Questo fa la differenza con il pensiero antico, secondo il quale in un corpo sano vive una mente sana. Anche se già allora si dichiarava la separazione alienata di corpo e mente, la relazione era di equilibrio. Con la modernità, al contrario, diventa prioritario sottomettere il corpo alla mente. Il nucleo socio-psicologico dell’uomo borghese è rappresentato dalla negazione della “libera volontà”, presumibilmente indipendente dalla sessualità, che deve essere sempre essere combattuta nel terrore di perdere la battaglia.

La missione della desessualizzazione

È proprio così che la moderna identità maschile si accorda alle condizioni richieste dal lavoro nella società capitalista basata sulla produzione di merci. Sotto il capitalismo il lavoro è essenzialmente un’attività desessualizzata e desessualizzante in diversi sensi. Primo, il fine non è la produzione concreta di oggetti d’uso, ma la produzione di merci come mezzo per la valorizzazione del capitale. La produzione di cose non conta in quanto tale, in quanto produzione di oggetti per le loro qualità materiali sensibili, ma solo in quanto rappresentanti del valore, contribuendo dunque a creare più denaro dal denaro. L’aspetto materiale delle merci rappresenta, nell’ottica capitalista, un male necessario di cui non ci si può liberare, perché altrimenti le merci non troverebbero acquirenti. A ciò si accompagna, in secondo luogo, un’indifferenza fondamentale verso i mezzi di sussistenza naturali, considerati unicamente come materiale utile alla valorizzazione, dilapidati pur sapendo che ciò causa catastrofi enormi che minacciano l’esistenza di migliaia di persone. Terzo, il lavoro è un’attività desessualizzata perché esiste in una sfera separata dalle altre sfere della vita, una sfera governata unicamente dal dettato dell’efficienza imprenditoriale e della redditività, escludendo necessità e sentimenti che sono alieni a questo dettato.

Quarto e ultimo, il lavoro in questa forma non solo è uno specifico modo di produzione storico, ma determina anche tutto il contesto sociale fino alle radici. Non solo trasforma quantitativamente tutti gli ambiti della vita in sfere in cui il fine è la produzione di merci e l’investimento dei capitali, ma nella società capitalista rappresenta anche il principio centrale della mediazione, oggettivata e alienata, delle relazioni sociali. Perché le persone non si relazionano direttamente, comunicando tra loro, ma in maniera non cosciente, attraverso i prodotti del lavoro o vendendo se stesse come forza lavoro. Mediazione tramite lavoro significa, pertanto, sottomettere le persone alle leggi implicite della valorizzazione, le quali obbediscono ad una dinamica propria automatizzata e appaiono leggi naturali inviolabili, nonostante si tratti della loro forma di relazione sociale.

Il mondo, un oggetto alieno

La vasta imposizione di questo genere di attività e di relazione sociale, storicamente unica, non sarebbe stata possibile senza la creazione di un determinato tipo d’uomo, che corrisponda ad essa e che ne garantisca il funzionamento adeguato. Perché, pur essendo una relazione di genere oggettivato, questa non esiste indipendentemente dagli individui, ma deve investirli e riprodursi continuamente. Questo genere di uomo è il soggetto-lavoro e il soggetto-merce, e ha come caratteristica centrale il fatto di concepire il mondo come un oggetto completamente esterno e alieno. La sua relazione con il contesto sociale e naturale, con gli altri esseri umani, addirittura con il suo corpo e la sua sessualità, è una relazione ridotta ad oggetto, una relazione con oggetti che devono essere elaborati, organizzati e trattati oggettivamente secondo il suo volere. Il soggetto moderno vuole gestire anche i suoi sentimenti, impostarli sulla base dei suoi requisiti funzionali, un’esigenza che non abbandona nonostante i periodici fallimenti e nonostante l’enorme mole di libri su come controllare se stessi.

Questo modo moderno di rapportarsi con il mondo e con se stessi appare chiarissimo quando una persona si vende come forza lavoro, rinunciando al potere di disporre di se stesso e sottomettendosi direttamente al dettato della logica della valorizzazione. Neanche il lavoratore autonomo sfugge a questa logica; anche lui si sottomette al giogo al fine di astrarre tanto dalle sue necessità sessuali quanto dal carattere materiale e concreto dei suoi prodotti, che per lui rappresentano solo valore di scambio. Cosa importante, qui non è l’uomo che si sottomette passivamente ad una costrizione puramente esterna, ma la soggettività moderna che è strutturata in accordo con tale costrizione. Decisiva appare questa costrizione continua nel lavoro, questa oggettivazione e autooggettivazione senza bisogno di ricorrere alla schiavitù. Alla costrizione esterna ne corrisponde una interna. Perciò gli standard di condotta e di azione oggettivante non restano circoscritti alla sfera del lavoro e dell’economia, ma permeano tutto l’intreccio delle relazioni sociali. La necessità di uno sforzo continuo e la minaccia continua del fallimento rendono tutto ciò insopportabile nel lungo termine. Il moderno soggetto-lavoro e soggetto-merce odia profondamente chiunque fallisca o, più semplicemente, non accetti le costrizioni.

L’uomo crea la donna

L’etica protestante del lavoro ha “inventato” questo stereotipo dell’uomo che si astrae dalla sua sessualità per diventare uno strumento per giungere al successo oggettivato idealizzato. A livello ideologico, quando il modo di produzione capitalista cominciava appena ad imporsi in poche isole nel mare della società feudale, quest’etica portava avanti il profilo dei requisiti necessario alle relazioni sociali mediate dal lavoro e dalla forma merce. Allo stesso tempo, contribuiva notevolmente all’imposizione di questo profilo a tutta la società. Nella storia reale occorsero secoli perché lo stereotipo di uomo rispondente a queste richieste prendesse forma e divenisse la norma. Tutta la storia del capitalismo, dalla nascita al consolidamento, è la storia di una violenta disciplina e autodisciplina dell’uomo in quanto soggetto-lavoro e soggetto-merce. Al contempo, però, è la storia di una tenace opposizione a questa violenza, opposizione che alla fine fu soffocata e sconfitta.

Che la soggettività moderna, nel corso di questo processo, sia stata determinata in termini di genere, così da corrispondere all’identità maschile moderna, si spiega storicamente con l’antecedente del dominio patriarcale, base della società capitalista, trasformato e perpetuato. L’identificazione dell’uomo con la ragione astratta e della donna con la sessualità, ad un tempo disprezzata, desiderata e combattuta, segue soprattutto una lunga tradizione, che risale all’antichità greca e che il cristianesimo ha reinterpretato secondo le proprie necessità. Nella società capitalista questo costrutto ha però acquisito un’importanza nuova e centrale man mano che la relazione astratta e oggettivata con il mondo si convertiva nel modo generale di socializzazione. Perciò si ricollega strettamente alla base della struttura sociale. La formazione dell’uomo quale attore oggettivante riprende vari elementi della mascolinità patriarcale precedente; l’identificazione, oltre che con la ragione, è soprattutto con il guerriero e i conquistatori violenti. In vista della reificazione di tutte le relazioni sociali, questi elementi sono riordinati fino a costituire un’identità “dell’uomo” coerente e chiusa in se stessa.

Questo non sarebbe stato possibile senza la creazione di una controidentità femminile, che riunisca in sé tutti quei tratti che il soggetto moderno non tollera in se stesso, perché non stanno entro le coordinate del costrutto identitario maschile, così che quest’ultimo deve scinderli da sé e proiettarli all’esterno. Su ciò si basa il costrutto dell’“altro” femminile: la donna sensibile, emotiva e istintiva, incapace di ragionare logicamente e di piantare un chiodo sulla parete, che pertanto deve occuparsi dei figli, delle faccende domestiche e del benessere del marito. Con l’invenzione di questo “altro”, il soggetto maschile non solo stabilizza la propria identità, ma instaura e legittima con la donna una divisione generica del lavoro altamente funzionale ai compiti capitalisti giacché libera l’uomo-lavoro da un peso. Così l’uomo-lavoro, liberato dall’esistenza quotidiana, può utilizzare le proprie energie nella sfera del lavoro e della produzione di merci.

L’uomo-lavoro sotto la crisi

Per quanto messo in dubbio, da un lato, dall’ampia inclusione della donna nel processo di produzione capitalista e, dall’altro, dal movimento femminista, questo costrutto della femminilità, nella sua essenza, resta tenacemente in piedi. Le donne sono riuscite a raggiungere posizioni sociali prima riservate agli uomini soltanto a costo di adattarsi alle norme di lavoro, di competenza e rendimento, prima considerate “maschili”. Rimane però, nella società in generale, il compito di accudire i figli e la casa, e dappertutto è evidente la reificazione del corpo femminile ad uso delle fantasie sessuali maschili, come dimostra una qualunque edicola o la pubblicità.

Questo insistere capitalista sulla polarizzazione delle identità di genere potrebbe a prima vista sorprendere. Ma mentre il contesto sociale si costituisce in forma reificata per mezzo delle merci, il denaro e il lavoro, sopravvive anche la corrispondente forma del soggetto definito mascolinamente. Neanche l’attuale crisi, che espelle esseri umani dal lavoro o li costringe ad accettare condizioni di lavoro precarie, invalida la polarizzazione delle identità di genere capitaliste. Pur mettendo in dubbio il lavoro come uno dei pilastri essenziali dell’identità maschile, la crisi acutizza la concorrenza a tutti i livelli della vita quotidiana. A queste condizioni, però, sono sempre più richieste le classiche caratteristiche della mascolinità moderna come l’asprezza, la capacità di imporsi e l’insensibilità. Nessuna sorpresa, quindi, se il culto della mascolinità, anche associato alla violenza sessista e razzista, vive nuova vita. Pertanto, soprattutto sotto la crisi, è più che mai necessario portare avanti una critica della soggettività moderna a struttura maschile per aprire nuovi orizzonti all’emancipazione sociale.

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