Il Feticismo della Merce


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Di Anselm Jappe. Pubblicato su francosenia il 10 maggio 2018.

Il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, pubblicato nel 1848, comincia con le seguenti parole famose: «La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. » Ancora oggi, il primo concetto che una grande maggioranza di persone associa al nome di Karl Marx è sicuramente quello di «lotta di classe». La lotta di classe evoca immediatamente il proletariato, soprattutto quello di fabbrica. Esistono delle letture dell’opera di Marx che, pur insistendo sulla sua attualità, privilegiano degli aspetti diversi rispetto a quelli che vengono solitamente evocati. Per molto tempo, tali approcci si sono concentrati sulla questione della «alienazione» – una tematica sviluppata soprattutto nelle opere giovanili di Marx. Si tratta quindi di non denunciare solamente lo sfruttamento economico, bensì la globalità delle condizioni di vita create dal capitalismo.

«Segreto», «misterioso», «geroglifico»

A partire da alcuni decenni, è stato assai spesso il concetto di «feticismo delle merci» ad aver catturato l’attenzione dei marxisti critici. Quest’espressione viene sovente usata nel discorso ordinario, ma solamente per riferirsi, in maniera vaga, ad una sorta di eccessiva adorazione degli oggetti prodotti, e riguarda piuttosto la psicologia del consumatore. In Marx, il termine di «feticismo» ha un significato molto più ampio e assai più profondo. Dei riferimenti al feticismo, li possiamo trovare in tutta la sua opera, a partire da tutti i suoi primi articoli. È tuttavia alla fine del primo capitolo del Capitale, pubblicato nel 1867, che, in un sotto-capitolo intitolato «Il carattere di feticcio della merce e il suo segreto», ce ne viene fornita un’impostazione più dettagliata. In queste poche pagine si mescolano considerazioni filosofiche, riferimenti storici e citazioni letterarie, espresse in uno stile scherzoso che fa ricorso a delle formulazioni paradossali come «sensibile-sovrasensibile» e dove appaiono le parole: «segreto», «misterioso», «capriccioso», «enigmatico», «geroglifico», «misticismo», «forma fantastica», ecc. Sono questi termini che ci fanno comprendere come Marx entri qui in una terra incognita della riflessione. Il tema del feticismo viene trattato anche alla fine del III Libro del Capitale. In termini più generali, il feticismo si stabilisce a partire dal fatto che, nella società di mercato, le relazioni fra le persone di presentano come delle relazioni fra cose. E le relazioni fra le cose si presentano come delle relazioni fra persone. Questo concetto ha suscitato delle interpretazioni piuttosto divergenti fra di loro. Secondo i marxisti tradizionali, legati al movimento operaio, Marx avrebbe denunciato quella che era una mistificazione dei veri rapporti capitalisti di produzione: lo sfruttamento dell’operaio verrebbe nascosto – celato – dietro un rapporto, in apparenza oggettivo, tra i «fattori di produzione», in particolare il capitale, il lavoro e la terra. Il feticismo consisterebbe in una sorta di forma di ideologia apologetica. Si potrebbe perfino dire: di inganno. C’è stato invece un numero ristretto di marxisti, a partire da Georg Lukacs negli anni 1920, e passando per gli autori della Scuola di Francoforte e per i situazionisti, che hanno aperto la strada ad un’interpretazione contemporanea, la quale attribuisce grande importanza al feticismo. Questo è, in particolare, il caso della «critica del valore».

Il valore creato dal lavoro astratto

In questa prospettiva, il concetto di feticismo è uno dei cardini di tutta la critica dell’economia politica svolta da Marx. Si può perfino arrivare a parlare di un’identità fra teoria del valore e teoria del feticismo. Marx ha introdotto il feticismo dopo aver analizzato – all’inizio de Il Capitale – le categorie di base del capitalismo: la «merce» che, a fianco del suo valore d’uso, possiede un «valore» che viene rappresentato nel «denaro», ma che viene creato per mezzo del «lavoro astratto», o più precisamente, dal «lato astratto del lavoro».

Nel capitalismo, il lavoro non viene preso socialmente in considerazione per la sua utilità, ma per il tempo necessario per eseguirlo, indipendentemente dal suo contenuto. Ogni lavoro consta allo stesso tempo di due lati – esso produce qualcosa, oggetto o servizio, ed in quanto tale ciascun lavoro è differente dagli altri. Ma a partire dal fatto che è dispendio di energia umana misurata dal tempo, tutti i lavori sono uguali; si distinguono solamente per il loro aspetto quantitativo.

Concretamente, una bottiglia di vino ed un tavolo sono assai diversi; dal lato astratto, la loro unica differenza consiste nel fatto che la bottiglia rappresenta, diciamo, mezz’ora di lavoro, ed il tavolo ne rappresenta un’ora. Infatti, meno tempo ci vuole per produrre una merce (ed i suoi componenti), meno essa ha valore (e meno essa costa). L’aspetto veramente rivoluzionario – spesso sottostimato dai marxisti stessi – di quest’analisi non è quello di concepire il denaro ed il valore, la merce ed il denaro, come dei fattori «evidenti», o «naturali», presenti ogni società che si sia un po’ «evoluta». Marx dimostra che questi sono piuttosto degli elementi specifici del capitalismo, e ne stabilisce la loro distruttività.

In una società che si basa su tali categorie, non può esserci alcun controllo cosciente dell’economia. Gli esseri umani guardano le merci che essi hanno creato e la loro interazione (i prezzi, il mercato, le crisi, ecc.) come se fossero delle divinità che li governano. Il riferimento ironico alla religione contenuto nel concetto di feticismo trova qui tutto il suo senso:  l’uomo si inchina davanti a delle cose, rispetto alle quali non sa che si tratta dei suoi stessi prodotti. Allo stesso tempo, questa non è una fatalità: questa subordinazione dell’uomo ai suoi prodotti è il risultato del modo di produzione capitalista (anche se si tratta dell’estensione di precedenti forme di feticismo, soprattutto religiose).

Nel feticismo delle merci – che è inseparabile dalla società capitalista e che sparirà solo insieme ad essa – il lato concreto dei prodotti, del lavoro, e infine di tutte le manifestazioni della vita umana, si vedono piazzate al secondo posto, dietro il lato «quantitativo». Il lato concreto è solo il «portatore», la «rappresentazione», l’«incarnazione» di una sostanza invisibile, astratta e sempre uguale: il lavoro ridotto alla sua sola dimensione temporale.

Il valore contiene il plusvalore – quello che dà profitto – e la cui ricerca motiva i capitalisti. Tuttavia, Marx non svolge una critica moralistica: la «sete di profitto» è solo una delle ruote dell’ingranaggio. Quello che distingue la società feticistica ed il suo carattere anonimo e automatico. Tutti gli attori non fanno altro che eseguire delle norme che si sono creati «dietro le loro spalle». Il mercato cesserà la produzione di giocattoli e privilegerà la produzione di bombe, se questa dà più profitti, senza tener nessun conto del loro costo «concreto» e delle loro conseguenze. Infatti, la logica feticistica fa astrazione della differenza concreta fra la bomba ed il giocattolo; si limita a comparare le due quantità di lavoro astratto. Se un capitalista, per scrupolo, dovesse rifiutare questa logica, verrebbe ben presto eliminato dal mercato. Le merci «sensibili» (concrete) sono assoggettate alla loro invisibile natura «sovrasensibile», data dal lavoro astratto.

Una spiegazione della crisi ecologica

Assai prima di essere una società di classe basata sullo sfruttamento, il capitalismo è innanzitutto, ad un livello più profondo e strutturale, una società assurda, distruttiva ed autodistruttiva, dal momento che il lato astratto – non umano – prevale sul lato concreto ed umano. Gli esseri umani sono rimasti indietro rispetto alle cose che producono e delle quali hanno perso il controllo. Nessun accordo cosciente è possibile, nemmeno fra i capitalisti: ciascun attore produce in maniera isolata, ed è solamente nello scambio sul mercato che i suoi prodotti acquisiscono a posteriori una dimensione sociale, e creano un «legame sociale».

La teoria del feticismo permette di poter spiegare, fra l’altro, un fenomeno che Marx non avrebbe potuto ancora ben conoscere: la crisi ecologica.

Il ruolo sempre maggiore assunto dalle tecnologie e gli incrementi di produttività che permettono di far diminuire il lavoro necessario per produrre una determinata merce, di modo che così diminuisce anche il valore, così come il plusvalore che essa contiene. L’unica soluzione – essa stessa solo temporanea – è quella di produrre sempre più esemplari della merce in questione, e suscitare una domanda equivalente. Il problema è che il consumo di risorse e di energia cresce perciò in maniera esponenziale, solo per evitare che il quantità globale di valore non cada. La teoria del feticismo contiene quindi anche una teoria della crisi, sia economica che ecologica.

Pubblicato in Alternatives économiques, «Dossier Marx», n°103, avril 2018. Fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

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