Fine del Capitalismo


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Di André Gorz. Originale pubblicato il 27 luglio 2008 con il titolo La Salida del Capitalismo ya ha Empezado. Traduzione spagnola di Florent Marcellesi y Lara Pérez Dueñas. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

La questione della fine del capitalismo non è mai stata così attuale come ora; si impone impetuosa, ricorda la necessità di una nuova azione radicale. A causa del suo sviluppo, il capitalismo ha raggiunto i due limiti interno ed esterno, non può andare oltre, solo grazie a dei sotterfugi riesce a sfuggire alla crisi delle sue categorie fondamentali: il lavoro, il valore e il capitale.

La crisi del sistema si manifesta sia a livello macroeconomico che microeconomico. La causa principale sta nei profondi cambiamenti tecnico-scientifici che bloccano lo sviluppo del capitalismo e che, con le loro ripercussioni, distruggono le basi del potere e la capacità di riprodursi del capitale. Cercherò di analizzare questa crisi prima da un punto di vista macroeconomico [1], e poi analizzando i suoi effetti sul funzionamento e la gestione delle imprese [2].

[1] Con l’informatica e la robotica cresce la produzione di merci e diminuisce il lavoro. Il costo del lavoro, e quindi il prezzo, per unità di prodotto diminuisce costantemente. Ma più diminuisce la quantità di lavoro necessaria ad una particolare produzione, e più deve crescere il valore prodotto da ogni lavoratore (la produttività) affinché l’utile nel suo insieme non cali. Si ha quindi questo apparente paradosso: la produttività più cresce e più deve crescere per mantenere l’utile costante. La corsa alla produttività tende ad accelerare, le risorse umane a ridursi, la pressione sul personale a farsi più dura, il livello e la massa salariale a diminuire. Il sistema cresce fino a raggiungere un limite interno per cui la produzione e gli investimenti produttivi non sono più redditizi.

I numeri dimostrano che questo limite è stato raggiunto. L’accumulazione di capitale produttivo registra una regressione costante. Negli Stati Uniti, le 500 società che formano l’indice Standard & Poor’s dispongono di 631 miliardi di riserve liquide; metà degli utili delle imprese americane proviene da operazioni nei mercati finanziari. In Francia, gli investimenti produttivi delle società del CAC 40 rimangono invariati nonostante la crescita degli utili.

Poiché la produzione non è in grado di valorizzare tutti i capitali accumulati, una parte sempre più grande di questi ultimi rimane nella forma di capitale finanziario. L’industria finanziaria affina l’arte di fare denaro unicamente comprando e vendendo varie forme di denaro. Il denaro è l’unica merce prodotta dall’industria finanziaria tramite operazioni sui mercati finanziari sempre più rischiose e sempre meno controllabili. La massa di capitale che l’industria finanziaria raccoglie e gestisce supera la massa di capitale che valorizza l’economia reale (il totale degli attivi finanziari assomma a 160 miliardi di dollari, tre o quattro volte il pil mondiale). Il “valore” di questi capitali è puramente fittizio; si fonda perlopiù sull’indebitamento e sulla “good will”, ovvero sulle anticipazioni: la borsa capitalizza la crescita futura, gli utili futuri delle imprese, l’aumento futuro delle quotazioni immobiliari, gli utili che potrebbero derivare dalle ristrutturazioni, dalle fusioni, dalle concentrazioni, eccetera. Le quotazioni in borsa sono gonfiate dai capitali e dal loro valore futuro: le banche premono sulle famiglie affinché comprino (tra le altre cose) azioni e certificati d’investimento immobiliare al fine di accelerare la crescita delle quotazioni; oppure premono affinché chiedano alle banche prestiti tanto più alti man mano quanto più cresce il capitale fittizio borsistico.

La capitalizzazione data dall’anticipo degli utili e della crescita tiene in piedi un debito crescente, alimenta l’economia con liquidità proveniente dal riciclaggio bancario di plusvalore fittizio, permettendo così agli Stati Uniti una “crescita economica” che, basata com’è sul debito interno ed estero, diventa il motore principale della crescita mondiale (compresa quella cinese). L’economia reale diventa un’appendice delle bolle speculative gonfiate dall’industria finanziaria. Finché inevitabilmente queste bolle scoppiano, trascinando le banche in una serie di bancarotte che minacciano di far collassare il sistema mondiale del credito, e minacciando l’economia reale con una depressione lunga e profonda (la depressione giapponese dura ormai da quindici anni).

Possiamo dare la colpa alla speculazione, ai paradisi fiscali, all’opacità e la mancanza di controllo dell’industria finanziaria (in particolare gli “hedge fund”), ma la minaccia della depressione, se non del collasso, che pesa sull’economia mondiale non è dovuta ad un’assenza di controlli, bensì all’incapacità del capitalismo di riprodursi. Il capitalismo va avanti solo su basi fittizie sempre più precarie. La ridistribuzione, tramite le tasse, del plusvalore fittizio delle bolle porterebbe immediatamente proprio a ciò che l’industria finanziaria cerca di evitare: la svalutazione di enormi masse di attivi finanziari e la rottura del sistema bancario.

La “riforma ecologica” non fa che aggravare la crisi del sistema. È impossibile evitare una catastrofe climatica senza una rottura radicale con i metodi e la logica economica che imperano da 150 anni. Estrapolando l’attuale tendenza, il pil mondiale triplicherà o quadruplicherà entro il 2050. Secondo una relazione della Commissione sul Clima dell’Onu, però, le emissioni di CO2 dovranno calare dell’85% entro questa data per limitare il riscaldamento ad un massimo di 2°C. Oltre questi 2°, le conseguenze sono irreversibili e incontrollabili.

La decrescita diventa un obbligo se si vuole sopravvivere. Ma presuppone un’economia, uno stile di vita, una civiltà e relazioni sociali diverse. Senza queste premesse, il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse tipica dell’economia di guerra. Occorre pertanto uscire dal capitalismo, in maniera indolore o dolorosa. Le uniche incognite sono il modo e i tempi.

Già vediamo gli effetti di un’uscita dolorosa. Li vediamo nelle varie regioni africane dominate da signori della guerra, in cui il saccheggio di ciò che resta della modernità, i massacri e il traffico di esseri umani dominano un paesaggio piagato dalla fame. I tre romanzi Mad Max ne sono un anticipo.

Un’uscita indolore, invece, non viene neanche presa in considerazione. Lo spettro minaccioso della catastrofe climatica induce generalmente a prendere in considerazione un “cambio di mentalità”, ma la natura di questo cambiamento, le condizioni che impone e gli ostacoli da superare sono inimmaginabili. Pensare ad un’economia diversa, diverse relazioni sociali, diversi sistemi e mezzi di produzione e altri modi di vita è considerato “irrealistico”, come se fosse impossibile andare oltre la società delle merci, del lavoro salariato e del denaro. Esiste però un insieme di indizi convergenti che suggeriscono come questo superamento sia già iniziato e che le probabilità di un’uscita indolore dal capitalismo dipendano prima di tutto dalla nostra capacità di cogliere le tendenze e le pratiche che ne evidenziano la fattibilità.

[2] Il capitalismo deve la sua espansione e il suo dominio al potere acquisito nel corso di un secolo tanto sulla produzione quanto sul consumo. Privando inizialmente gli operai degli strumenti di lavoro e produzione ha potuto garantirsi un crescente monopolio dei mezzi di produzione e il relativo assorbimento della forza lavoro. Con la specializzazione, la divisione e la meccanizzazione del lavoro nelle grandi imprese, i lavoratori sono diventati appendici delle megamacchine del capitale. A quel punto per i lavoratori era impossibile appropriarsi dei mezzi di produzione. Privati i lavoratori di ogni potere sulla natura e il fine dei prodotti, il capitale ha assicurato per sé un quasi monopolio dell’offerta, ovvero il potere di favorire in ogni ambito quelle produzioni e quei consumi che danno un maggior profitto, oltre al potere di inventare gusti e desideri dei consumatori e di stabilire il modo in cui questi devono soddisfare le proprie necessità. È proprio questo potere che la rivoluzione informatica comincia a distruggere.

In origine, l’obiettivo primario dell’informatica era la riduzione dei costi di produzione. Per evitare che questa riduzione dei costi portasse ad un conseguente abbassamento dei prezzi delle merci occorreva, entro il possibile, sottrarla alle leggi di mercato. A tal fine sono stati attribuiti alle merci qualità incomparabili, tali da renderle uniche, altro rispetto alle merci ordinarie.

Il valore commerciale (il prezzo) dei prodotti veniva dunque a dipendere più dalle sue qualità immateriali non misurabili che dalla sua utilità (valore d’uso) sostanziale. Queste qualità immateriali (lo stile, la novità, il prestigio del marchio, la rarità o l’“esclusività”) servivano a conferire ai prodotti uno status comparabile a quello delle opere d’arte. Queste ultime non hanno un valore intrinseco: non esistono standard che permettano di stabilire una relazione di equivalenza o di “prezzo giusto” tra opere d’arte. Pertanto non sono considerate merci vere e proprie. Il loro prezzo dipende dalla rarità, dalla reputazione di chi le ha create e dal volere dell’eventuale acquirente. Le qualità immateriali incomparabili danno all’impresa produttiva l’equivalente di un monopolio e la possibilità di assicurarsi una rendita grazie alla novità, la rarità e l’esclusività. La rendita nasconde, compensa e talvolta sovracompensa la diminuzione del valore generata dalla riduzione dei costi di produzione dei prodotti in quanto merci essenzialmente intercambiabili tra loro secondo una relazione di equivalenza. Da un punto di vista economico, l’innovazione non crea valore: è solamente un modo per creare una scarsità da cui ricavare rendita tramite un sovrapprezzo a tutto svantaggio dei prodotti concorrenti. La rendita sul prezzo di una merce può arrivare a dieci, venti o cinquanta volte il costo di produzione e non riguarda solo gli articoli di lusso, ma anche quelli di uso quotidiano come scarpe da tennis, magliette, cellulari, dischi, jeans e altro.

La rendita non ha la stessa natura del profitto. Non corrisponde alla creazione di un valore aggiunto, ad un plusvalore. Non accresce il valore in aggregato, ma lo ridistribuisce a favore delle imprese che vivono di rendita a spese delle altre.

Quando l’incremento della rendita diventa il fine determinante della politica aziendale (più importante del profitto, che cozza con il limite interno citato prima) la concorrenza tra imprese viene a basarsi soprattutto sulle loro capacità e sulla velocità con cui fanno innovazione. Da questa, più di ogni altra cosa, dipende la dimensione della rendita. Da qui la corsa a fare meglio lanciando nuovi prodotti, nuovi modelli, nuovi stili sulla base di un design originale, una geniale campagna di marketing o un prodotto “personalizzato”. L’accelerazione dell’obsolescenza (i prodotti durano meno e sono più difficili da riparare) è sostanzialmente un modo per gonfiare le vendite. Obbliga le aziende ad inventare bisogni e desideri sempre nuovi, ad attribuire un valore simbolico, sociale, erotico alle merci, a diffondere la “cultura del consumo” che punta sull’individualizzazione, la singolarizzazione, la rivalità e l’invidia, ovvero ciò che in un altro scritto chiamo la “socializzazione antisociale”.

“Nel mercato proprietario tutto si oppone all’autonomia degli individui, alla loro capacità di riflettere insieme sugli obiettivi comuni e sui bisogni condivisi, sulla possibilità di trovare il modo migliore di eliminare lo spreco, risparmiare le risorse, sviluppare assieme, in qualità di produttori e consumatori, un criterio comune per stabilire la “sufficienza”, quella che Jacques Delors chiama “una frugale abbondanza”. È più che ovvio che, se si vuole spezzare la tendenza a ‘produrre di più e consumare di più’ per ridefinire un modello di vita che punti a fare di più e meglio con meno, occorre farla finita con una civiltà che non produce niente di ciò che consumiamo e non consuma niente di ciò che produciamo, una civiltà in cui produttori e consumatori sono entità separate, in cui ognuno va contro se stesso in quanto produttore e consumatore ad un tempo; in cui tutti i bisogni e i desideri rimandano alla necessità di guadagnare denaro e al desiderio di averne sempre di più; in cui produrre per l’autoconsumo sembra, ingiustamente, impossibile e assurdamente antiquato.

E però questa “dittatura sui bisogni” perde potere. Nonostante la spesa esplosiva in marketing e pubblicità, la presa che le aziende hanno sui consumatori è sempre più debole. La produzione per l’autoconsumo sta riguadagnando terreno in risposta alla crescita del contenuto immateriale nelle merci. Il monopolio nella fornitura dei beni sta gradualmente scivolando via dalle mani del capitale.

Non era difficile privatizzare e monopolizzare contenuti immateriali fintanto che le conoscenze, le idee e i concetti usati nella produzione e nell’ideazione delle merci erano definite in funzione delle macchine e degli articoli in cui venivano incorporati per un uso concreto. Macchine e articoli potevano essere brevettati e la posizione di monopolio diventava intoccabile. La proprietà privata delle conoscenze e delle idee diventava così possibile in quanto inseparabile dagli oggetti, che erano la materializzazione di dette conoscenze e idee. Queste diventavano una componente del capitale fisso.

Ma tutto cambia quando i contenuti immateriali diventano separabili dai prodotti che li incorporano e da chi possiede questi contenuti. Questo avviene quando i prodotti acquisiscono un’esistenza indipendente da qualunque uso particolare per convertirsi in prodotti riproducibili illimitatamente ad un costo infimo tramite la loro traduzione in programmi. Allora possono diventare beni abbondanti che, data la loro disponibilità illimitata, perdono ogni valore di cambio e ricadono nel dominio pubblico in qualità di beni comuni gratuiti (sempre che il processo non venga bloccato vietando l’accesso e l’uso illimitato).

Il problema a cui va incontro l’“economia delle conoscenze” nasce dal fatto che la dimensione immateriale da cui dipende la redditività delle merci nell’era informatica non ha la stessa natura delle merci materiali: non è una proprietà privata né delle imprese né dei suoi collaboratori; non è privatizzabile, e pertanto non può trasformarsi in merce vera. Si può solo mascherarla da proprietà privata e merce riservandone l’esclusività dell’uso con trucchi giuridici o tecnici (codici di accesso segreti). Ma questo mascheramento non cambia la natura di bene comune del bene mascherato: resta una non-merce non vendibile. L’accesso e l’uso sono vietati perché possibili in ogni momento: la minaccia viene dalle “copie illegali”, le “imitazioni” e gli usi non autorizzati. Neanche i sedicenti proprietari possono vendere questi beni, non possono trasferirne la proprietà ad altri come si fa con una merce vera, ma possono soltanto vendere il diritto di accesso o d’uso “dietro licenza”.

Così l’economia delle conoscenze si basa su di una ricchezza che per sua natura è un bene comune, e privatizzarla con brevetti e copyright non cambia nulla: l’era della gratuità procede spedita e non può essere fermata. L’informatica e internet attaccano il regno delle merci alla base. Tutto ciò che si traduce in linguaggio numerico replicabile, e che può essere diffuso senza spese, tende irresistibilmente a diventare bene comune, o addirittura universale, quando diventa accessibile e utilizzabile da parte di tutti. Con un computer, chiunque può replicare contenuti immateriali come design, piani di costruzione, schemi di montaggio, formule o equazioni chimiche, oppure inventare un proprio stile o un design, stampare testi, incidere dischi, produrre tabulati. Ci sono più di 200 milioni di opere accessibili con licenza “creative commons”. In Brasile, dove l’industria discografica commercializza 15 dischi l’anno, i giovani delle favelas ne producono 80 la settimana che poi distribuiscono per strada. Nel 2004, tre computer su quattro sono stati fabbricati nelle favelas con componenti di recupero. Lo stato appoggia le cooperative e i gruppi informali che autoproducono per uso personale.

Claudio Prado, direttore del dipartimento di cultura numerica al ministero della cultura brasiliano, ha detto recentemente: “Il lavoro è una specie in via di estinzione. Se potessimo, salteremmo completamente questo inutile ventesimo secolo per passare direttamente dal diciannovesimo al ventunesimo secolo.” Ufficialmente si appoggia l’autoproduzione dei computer, ad esempio, per favorire la “appropriazione delle tecnologie da parte degli utenti con l’obiettivo di operare una trasformazione sociale.” La prossima tappa riguarderà ovviamente l’autoproduzione dei mezzi di produzione. Di questo ne parlo più sotto.

Per ora sono importanti alcune cose: che la principale forza produttiva e le fonti di rendita passino progressivamente sotto il dominio pubblico, spingendo la tendenza alla gratuità; che la proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi il monopolio dell’offerta, diventi sempre più difficile; e che, quindi, si allenti il potere che il capitale ha di influenzare il consumo, allontanando il capitale stesso dall’offerta delle merci. È una rottura che attacca il capitalismo alla radice. La lotta tra “software proprietario” e “software libero” (in inglese “free”, che significa anche “gratis”) è l’inizio del principale conflitto attuale. Questo si estende e si protrae nella lotta contro la mercantilizzazione delle risorse primarie: la terra, i semi, il genoma, i beni culturali, i saperi e le competenze comuni che formano la cultura quotidiana e che sono le condizioni imprescindibili di una società. Se il capitalismo uscirà di scena pacificamente o violentemente dipende dal risultato di questa lotta.

Uscire dal capitalismo significa necessariamente affrancarsi dall’influenza che il capitalismo esercita sul consumo, e dal suo monopolio sui mezzi di produzione. Significa ristabilire l’unità tra soggetto della produzione e soggetto del consumo, riconquistare l’autonomia nella definizione delle necessità e delle modalità di soddisfazione. Il carattere dei mezzi di produzione rappresenta l’ostacolo insalvabile posto dal capitalismo sulla strada dell’affrancamento: una megamacchina a cui tutti sono asserviti che impone il fine da perseguire e lo stile di vita. Questa epoca è alla fine. I mezzi di autoproduzione ad alta tecnologia rendono virtualmente obsoleta la megamacchina industriale. A ciò Claudio Prado aggiunge l’“appropriazione delle tecnologie”: l’informatica, chiave comune, è a disposizione di chiunque. Perché, come Ivan Illich invitava a fare, “ognuno può servirsi dell’informatica secondo i propri desideri, senza che l’uso da parte di qualcuno impedisca agli altri di fare altrettanto”; perché questo utilizzo (Illich si riferisce agli strumenti conviviali) “stimola la realizzazione dell’individuo” e amplia l’autonomia di tutti. Molto simile è la definizione che Pekka Himanen dà dell’etica hacker: uno stile di vita che pone davanti a tutto “la felicità dell’amicizia, dell’amore, della libera cooperazione e della creatività personale.”

Gli strumenti high-tech attuali, e quelli che si stanno sviluppando, generalmente assimilabili alla periferica di un computer, indicano un futuro in cui praticamente tutto ciò che è necessario e auspicabile potrà essere prodotto in laboratori cooperativistici o di vicinato; qui le attività produttive possono essere combinate con l’insegnamento e l’apprendimento, la sperimentazione e la ricerca, la creazione di nuovi gusti, profumi, materiali, l’invenzione di nuove tecniche agricole, costruttive, mediche e altro. I laboratori cittadini in cui esercitare l’autoproduzione saranno interconnessi su scala globale, potranno scambiarsi o mettere in comune esperienze, invenzioni, idee, scoperte. Il lavoro diventerà produttore di cultura, e l’autoproduzione la via verso l’abbondanza.

Due circostanze vanno a favore di uno sviluppo di questo tipo. La prima è che esiste più know-how, talento e creatività di quanto l’economia capitalista sia in grado di utilizzare. Questa eccedenza di risorse umane può diventare produttiva solo in un’economia in cui la creazione di ricchezza non è sottoposta a criteri di redditività. La seconda è che “il lavoro è una specie in via d’estinzione”.

Io non dico che queste trasformazioni si realizzeranno. Dico solo che per la prima volta possiamo vederne la realizzazione. Esistono i mezzi, così come esistono le persone che li mettono in opera metodicamente. Forse saranno i sudamericani o i sudafricani i primi a ricreare nei sobborghi dei diseredati d’Europa i laboratori della produzione autonoma delle favelas o delle township da cui provengono.

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