Consigli per Fondamentalisti


elinor ostrom

Di Kevin Carson. Originale pubblicato l’undici maggio 2018 con il titolo Review: Elinor Ostrom’s Rules for Radicals, by Derek Wall. Traduzione di Enrico Sanna.

Recensione di: Derek Wall, Elinor Ostrom’s Rules for Radicals: Cooperative Alternatives Beyond Markets and States, London, Pluto Press, 2017.

Qualche tempo fa ho conosciuto su Twitter Derek Wall, ammiratore come me di Elinor Ostrom, nonché rappresentante del Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles. Non è la prima volta che presento un suo studio. Ho letto il suo The Sustainable Economics of Elinor Ostrom, del 2014, di cui mi ha cortesemente inviato una bozza.

Come è d’abitudine (e purtroppo anche d’obbligo) quando si parla della Ostrom, Wall apre l’introduzione citando il saggio di Garrett Hardin del 1968, “The Tragedy of the Commons”. Dico purtroppo perché le sciocchezze astoriche di Hardin erano già stranote quando le verità della Ostrom sulla gestione storica dei beni collettivi facevano i primi passi. Poco importa che lo stesso Hardin abbia poi ammesso di sapere poco e nulla sulla gestione storica dei beni collettivi, e che abbia ammesso l’infelicità del titolo. Rimane una “autorità” per gli ideologi neoliberali e i libertari di destra (molti dei quali apparentemente sui beni collettivi sanno solo ciò che ha scritto Hardin) che vogliono “dimostrare” che una gestione efficiente dei beni collettivi è impossibile.

L’opera più famosa di Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, è un’ampia indagine condotta su casi reali, storici, di gestione dei beni collettivi, alcuni dei quali a tutt’oggi mantengono le regole originali. Da questi esempi storici sono distillati otto regole gestionali.

Elinor Ostrom vinse il Nobel per aver “dimostrato come una comunità riesca a gestire proprietà locali senza autorità centrali o privatizzazioni” (Nobel.org 2009). Secondo le sue tesi, beni collettivi come terre, foreste e fauna ittica potevano essere gestiti e preservati intatti. Teorie estremiste. Altri economisti, sulla scorta di Garrett Hardin, sostenevano al contrario che una proprietà collettiva degenera sempre nella “tragedia dei beni collettivi”: sfruttamento eccessivo e collasso…

La Ostrom spiega come molte popolazioni indigene gestiscano beni collettivi da centinaia, se non migliaia, di anni senza distruggere l’ambiente. A preservare la natura, sostiene, è il controllo democratico e non la gestione dall’alto o la privatizzazione.

Dopo un breve ritratto biografico (in cui si parla della sua giovanile passione per il faidatè e della probabile influenza di suo marito Vincent sul suo interesse per i beni collettivi) Wall conclude l’introduzione sostenendo l’importanza generale della sua opera.

La Ostrom, ammette Wall, non si considerava di sinistra e poteva, in teoria, essere accusata di ignorare la lotta di classe; ciononostante, i suoi scritti sono di grande aiuto per noi di sinistra che facciamo analisi di classe.

In primo luogo, i beni collettivi, e le norme desunte dagli studi storici, sono un invalutabile complemento all’insieme di strumenti di una società postcapitalista. Che la Ostrom riconosca o meno la responsabilità storica dello stato come strumento di potere di classe, essenziale all’eliminazione e alla chiusura dei beni collettivi, noi che vogliamo resuscitarne la logica organizzativa (produzione paritaria promossa dalla Fondazione P2P, economie locali promosse dai recenti movimenti municipalisti e altro) dovremmo prendere i suoi studi sul serio. In secondo luogo, nonostante l’opinabile assenza di un’analisi di classe, le sue scoperte rimangono un’arma formidabile della lotta di classe.

[La Ostrom] sviluppò un insieme di teorie utilizzabili per la difesa dei beni collettivi e delle popolazioni. Tutte le teorie, comprese quelle della Ostrom, possono avere effetti materiali. Da secoli, forse millenni, le comunità vengono derubate delle risorse con la scusa che la proprietà collettiva è inevitabilmente “tragica”. La proprietà collettiva, è il refrain, abusa delle risorse fino a distruggerle. Per evitare la catastrofe occorre la privatizzazione o un forte controllo statale… [La Ostrom] scoprì invece che i beni collettivi potevano funzionare bene, e non erano automaticamente destinati alla distruzione a causa di un difetto insito nella natura umana. Le sue approfondite ricerche sono una potente arma di autodifesa nelle mani di chi intende preservare i beni collettivi dalle minacce.

“Ugualmente fondamentali e utili,” continua Wall, sono le idee della Ostrom a favore di un modello organizzativo dell’economia “oltre il mercato e lo stato”. Ovviamente la Ostrom non crede all’idea neoliberale di “privatizzazione” aziendale come unica alternativa alla proprietà statale. La sua opera è di particolare importanza a sinistra. Le principali correnti socialiste del ventesimo secolo adottarono un modello organizzativo che era, o un misto di stato e mercato (il “socialismo di mercato” di Lange e Tito), o la pianificazione centrale, che solo ai ciechi può apparire diversa dal controllo statale. Con le sue idee, la Ostrom offre alla sinistra, in particolare ai marxisti, un modo per ricuperare l’ideale marxiano di società davvero oltre il capitalismo e lo stato.

Certo la Ostrom non si considerava di sinistra, e la sua influenza riguarda soprattutto gli ambiti tradizionali (come l’economia istituzionale, la teoria delle scelte collettive e la teoria dei giochi), ma, intenzionalmente o no, la sua importanza si adatta particolarmente a certi movimenti di sinistra. Il suo stesso modo di fare ricerca ricorda elementi importanti di quello che in seguito sarebbe diventato l’ethos del movimento P2P; il suo lavoro “si basa su ciò che lei chiama coproduzione”: un agire come “parte di una rete più ampia”, in cui conoscenza e teoria sono “frutto della partecipazione attiva alla comunità”.

Anche il suo ideale di democrazia, punto essenziale della gestione dei beni collettivi e soluzione di tanti altri problemi, era distante dall’idea convenzionale normalmente spacciata in ambito accademico a quei tempi.

[D]emocrazia non era la tradizionale democrazia liberale, con le sue istituzioni dall’alto verso il basso, ma il coinvolgimento popolare tramite la partecipazione diretta. Lei e suo marito Vincent passarono la vita a sostenere che più la popolazione è coinvolta nella formulazione delle regole gestionali e meglio queste regole funzionano… Ogni luogo, immaginava, avrebbe così avuto una forma diversa di democrazia.

In questo ricorda teorici come Kropotkin e Graeber, che vedono nella “democrazia” non una qualche superiore conquista, ad opera di uomini bianchi ormai morti in tempi e luoghi privilegiati, ma qualcosa che i popoli fanno spontaneamente, gli uni a contatto con gli altri, ovunque da sempre, nelle riunioni dei villaggi o nelle utopie dei pirati, quando i loro sforzi non vengono soffocati… spesso da stati formalmente “democratici”.

Secondo Wall non è importante sapere se la Ostrom era “veramente” di sinistra; più importante è il fatto che la sua opera può essere utilizzata da persone di sinistra.

Qui non cerco affatto di sostenere che Elinor Ostrom fosse di sinistra, né cerco di posizionarla politicamente… [I]l mio obiettivo principale è la diffusione della sua opera, far capire alla sinistra, soprattutto agli ecosocialisti, che il suo pensiero può tornar loro utile… Quanto fosse radicale il suo pensiero lo si vedrà solo dai frutti della sua opera… Qui voglio analizzarla capitolo per capitolo e suggerirne gli usi pratici.

(NOTA: Se qualcuno trova interessante il libro ma vorrebbe informazioni più dettagliate sulla giovinezza della Ostrom e sulla sua formazione può trovare molto di tutto ciò nel precedente libro di Wall, The Sustainable Economics of Elinor Ostrom).

I capitoli dal secondo al quarto sono un’analisi, a livelli di generalità crescente, di ciò che si può apprendere dagli studi della Ostrom sui beni collettivi. Sulla Gestione dei Beni Collettivi, nel secondo capitolo; sui risultati dei suoi studi su tali beni ai fini ecologici, nel terzo capitolo; e infine sulle conseguenze di un modello organizzativo “oltre il mercato e lo stato” per la società nell’insieme.

Il secondo capitolo parte dal contesto in cui la Ostrom cominciò i suoi studi, ovvero lo sciagurato articolo di Hardin (doppiamente sciagurato, vista l’influenza), e riassume i risultati (comprese le sei norme gestionali ricavate dalle ricerche storiche).

La presunzione di Hardin è ancora più evidente in una lezione a cui la Ostrom racconta di aver assistito: non solo era convinto di avere ragione quando, sulla base di un’analisi a priori del suo ideale immaginario e astorico di “beni collettivi”, sosteneva che senza lo stato fossero condannate, ma arrivava a prospettare come unica soluzione la sterilizzazione universale dopo il primo figlio.

Per Hardin, il consumo eccessivo delle risorse era l’inevitabile risultato dell’incapacità dell’uomo di contenersi. Vorrei far notare l’ironia insita, poiché: 1) erano gli interessi terrieri a sfruttare eccessivamente i pascoli, gli stessi interessi che premevano per la chiusura dei campi al fine di migliorare “l’efficienza”, e che sfruttavano le influenze politiche per eliminare quelle norme che fino ad allora nei villaggi avevano governato la gestione dei beni collettivi in maniera efficiente e sostenibile; 2) il consumo eccessivo delle risorse è il risultato, non di uno stato assente, ma di uno stato che prima promuove il consumo incentivato di risorse da parte dell’industria capitalista chiudendo risorse e terre comuni, e dando accesso preferenziale alle aziende. Il vero criminale, quello che distrugge le risorse naturali, non è il contadino che, assenti controlli statali o corporativi, sfrutta eccessivamente i pascoli. È la Nestlè che pompa risorse idriche gratis. È l’agroindustria californiana che spreca l’acqua per l’irrigazione con l’aiuto e l’incoraggiamento dello stato.

Una nota ulteriore sulla destra libertaria che tifa per Hardin: oltre a non avere criteri coerenti per distinguere la loro amata proprietà “privata” dall’odiata proprietà “collettiva”, non spiega sulla base di quale ragionamento una SpA sarebbe “proprietà privata” e le risorse naturali comuni no. La SpA è un esempio di proprietà collettiva tanto quanto un bene collettivo. Legalmente, non è proprietà degli azionisti, collettiva o individuale che sia, ma una persona giuridica. I diritti di “proprietà” degli azionisti consistono perlopiù nel diritto a partecipare all’elezione del consiglio d’amministrazione (il più delle volte un’oligarchia autogenerante di amministratori interni all’azienda scelti praticamente per cooptazione), e nel diritto a ricevere un dividendo a discrezione della dirigenza.

Semmai è la SpA che è soggetta alla tragedia dei beni collettivi in quanto i suoi diritti di proprietà sono acquisiti da un’oligarchia dirigenziale i cui interessi materiali sono diametralmente opposti a quelli di chi è a contatto diretto con la situazione contingente, vive sulla propria pelle gli effetti delle scelte dirigenziali, e genera vero valore a contatto con la realtà e impiegando le proprie energie e il proprio capitale sociale. È invece nell’interesse degli amministratori spogliare l’organizzazione del capitale umano, vuotarne le capacità produttive di lungo termine per gonfiarne i rendimenti trimestrali (e dunque i loro compensi e il valore delle loro azioni).

Pur non essendo anarchica, e pur non essendo per principio (o anche in pratica) contro lo stato e le aziende, in Governare i Beni Collettivi la Ostrom arriva a conclusioni che sono quasi l’opposto degli assunti di Hardin. Se Hardin ritiene gli uomini incapaci di governare se stessi, capaci di salvarsi solo con l’intervento di un’autorità superiore, la Ostrom confida nella capacità delle persone in rapporto diretto tra loro e libere da interferenze esterne di risolvere i problemi contingenti. Delle otto regole ricavate dallo studio di comunità di successo, cinque o sei richiedono uno dei seguenti requisiti. Primo, proprietà e gestione devono stare nelle mani di chi utilizza le risorse, in quanto persone a contatto con la situazione quotidiana e oggetto diretto delle regole. Secondo, occorre eliminare le interferenze da parte di istituzioni autoritarie esterne non controllabili.

Alla base della sua posizione in materia ambientale (terzo capitolo) c’è anche il principio secondo cui tali comunità dovrebbero essere “incorporate” o federate in sistemi più ampi, soprattutto a livello bioregionale. Mi stupisce il fatto che nel suo ideale sistema gestionale policentrico incentrato sui beni collettivi, lo stato svolga un ruolo simile allo “stato partner” di Cosma Orsi così come sviluppato da Michel Bauwens, ovvero una base che consente e agevola il funzionamento delle comunità e ne preserva l’ambiente operativo. Rientra, in questo, in quell’ampia tradizione, risalente a Saint Simon e rielaborata tra gli altri da Proudhon e Marx, che mette l’“amministrazione delle cose” al posto del “governo sulle persone”.

Con la sua ricerca sui beni collettivi, la Ostrom dimostra come gli esseri umani riescano a collaborare senza mediazioni, nesso di cassa o entità statali. Il quarto capitolo riguarda l’applicazione di questo principio alla società. I concetti si ramificano. “Oltre i Mercati e lo Stato” non significa semplicemente che i beni collettivi sono una sorta di “terza alternativa”, ma rappresenta un intero ecosistema di possibilità collaborative e democratiche. Istituzioni moderne come le SpA diventano beni collettivi soggetti a disfunzioni a causa del problema degli incentivi. Per contro, una cooperativa di azionisti è un modo per riportare gli incentivi in linea con chi è a diretto contatto con la contingenza, con chi ricava valore dal successo dell’azienda. Tra le altre cose, vedeva di buon occhio le organizzazioni economiche di base e appoggiava gli ampi ideali dell’economia di solidarietà.

I principi di conoscenza e incentivo, emersi dai suoi studi, la spingono a sostenere anche altre istituzioni di solidarietà economica, come le cooperative, e contribuiscono al suo ideale di democrazia che fa da soggetto al quinto capitolo, “Democrazia Profonda”. Ogni processo decisionale migliora quando si coinvolgono i diretti interessati. Questo ideale di democrazia profonda è molto importante per le correnti libertarie del socialismo. Wall nota che, pur evitando l’etichetta “socialista” e optando tendenzialmente per la necessità di un controllo statale dall’alto, i suoi principi concreti sono più che compatibili con i modelli socialisti di autonomisti come Negri e Hardt. Wall arriva anche a notare somiglianze tra il pensiero della Ostrom e il confederalismo di Bookchin (e il tentativo curdo di metterlo in pratico a Rojava).

Essendo interessata all’emancipazione di chi subisce le conseguenze delle decisioni altrui, la Ostrom pone in primo piano chi non ha né voce né potere. È questo il soggetto del capitolo “Femminismo e Intersettorialità”. Lei stessa, come donna, visse l’esperienza della discriminazione (le esperienze biografiche sono trattate in dettaglio nel primo capitolo). Ad esempio, non solo non poté laurearsi in economia perché non aveva un’adeguata preparazione matematica, ma non poté neanche frequentare un corso di studi in matematica perché a parere della facoltà il corso era sprecato per una donna che aveva intenzione di sposarsi.

All’inizio del capitolo “Fiducia e Cooperazione” è evidente come nell’analisi delle istituzioni sia stata fortemente influenzata dalla teoria dei giochi. Come per gran parte degli argomenti, la Ostrom non si pronuncia sull’animo collaborativo o competitivo della “natura umana”. I suoi obiettivi restano le istituzioni e le norme procedurali che favoriscono il comportamento collaborativo.

Il gioco chiamato dilemma del prigioniero, che alimenta un certo scetticismo sul potenziale collaborativo dell’uomo, prevede per principio che i soggetti non possano comunicare tra loro e che i contatti con l’esterno siano filtrati dalle autorità. Nel fare un profilo delle sue comunità ideali, invece, la Ostrom dà per scontato che chi vuole migliorare la propria esperienza comunichi con gli altri liberamente e continuativamente. In altre parole, isolamento e atomizzazione tendono a favorire arroganza e infedeltà, mentre è la comunicazione a dare risultati ottimali. Forse è per questo che le personalità autoritarie, oltre a rappresentare il lato più rozzo e dispotico della “natura umana”, hanno anche un forte interesse a mettere in conflitto tra loro le diverse parti della società e ad isolarle dai loro governanti. Chi si lascia spaventare da sciocchezze come la minaccia al “matrimonio tradizionale”, “l’immigrazione clandestina”, i transessuali nei bagni pubblici o la “sharia”, ha poche probabilità di notare ciò che accomuna, di promuovere gli interessi comuni contro i miliardari che fottono tutti quanti.

Secondo la Ostrom, invece, una relazione costante, accompagnata da forti capacità comunicative, tende a rafforzare la fiducia.

Scoprì… come suggerisce la ricerca, che parlarsi aiuta. Ovvero: la fiducia reciproca è più plausibile quando si può comunicare direttamente, che non quando manca l’incontro e lo scambio di opinioni.

Date le sue opinioni viste finora, è ovvio aspettarsi dalla Ostrom forti simpatie per un approccio paritario (peer-to-peer) alla scienza. Apparentemente, è proprio così (ottavo capitolo, “La Scienza per il Popolo”). La scienza, è sua convinzione, è soggetta al dominio di quelle élite i cui paradigmi diventano dogmi generazionali. La Ostrom prova ad incoraggiare dissidenti e outsider a sfidare questi dogmi. Il suo approccio alla ricerca, scrive Wall, ricorda quello di Paolo Freire: un apprendimento condiviso che coinvolga tutta la comunità, non una “Banca delle Conoscenze”. Ciò è particolarmente evidente nella sua impostazione della ricerca sui beni collettivi.

Nell’approcciarsi alla questione, parte dalla supposizione che chi partecipa alla gestione di un bene collettivo riguardo la risoluzione dei problemi ha idee altrettanto buone (probabilmente migliori) di un qualunque esperto esterno. Hardin riteneva che il contrario fosse vero, e che pertanto occorresse l’intervento di un potere esterno. Solo quest’ultimo, a suo parere, poteva avere quelle conoscenze che mancavano agli interni.

Il suo atteggiamento ricordava quello di Freire verso l’apprendimento: se la pedagogia è passiva e non partecipata, democrazia, gestione dei beni collettivi e altre forme di autogestione possono fallire.

La conclusione finale della Ostrom è che la conoscenza sia un bene collettivo, concetto che mise in pratica con l’approccio paritario alla ricerca utilizzato nel suo laboratorio di Bloomington.

Nell’analisi delle istituzioni (nono capitolo, “Trasformare le Istituzioni”), la sua attenzione si concentra su ciò che le persone fanno, non sulle regole scritte e le tabelle organizzative. La sua è un’analisi dei rapporti di potere all’interno delle istituzioni, come i più potenti riescano ad utilizzare le norme e le procedure per perseguire i propri interessi, e come la “legalità” tecnica faccia da copertura al furto.

La forma delle regole istituzionali può avere effetti sull’equilibrio di potere tra i vari interessi; le regole stesse possono essere modificate per rendere le istituzioni più democratiche ed egalitarie. Le regole gestionali di un’azienda, ad esempio, possono essere modificate così da dare più potere agli azionisti interni ed esterni attualmente ignorati dall’arroganza dirigenziale. La legge delle conseguenze impreviste, però, impone che queste regole siano ad hoc e ideate ed attuate per tentativi, sempre con il proposito di cambiarle quando l’esperienza lo richiede. Ovviamente, sulla base delle considerazioni esposte dalla Ostrom a proposito delle filosofie progettuali, il miglior modo per promuovere l’adattamento alle circostanze consiste nel dare potere a chi è direttamente coinvolto, così da poter valutare l’esito di decisioni precedenti e rispondere di conseguenza.

L’ultimo capitolo (“Conflitto e Contestazione”) contiene una valutazione di Wall sugli insegnamenti della Ostrom. La prima lezione riguarda il pluralismo: scetticismo verso chi vuole costruire schematicamente un’intera società sulla base di un progetto uniforme o di un modello organizzativo egemonico. Proprio questo mi ha indotto ad inserire la Ostrom in un mio studio per C4SS della serie “Anarchici senza Aggettivi” (lo so che lei non era anarchica). Come già Kropotkin e Ward, la Ostrom era attirata dalla particolarità, da ciò che muoveva tutte le organizzazioni cooperative sperimentate da persone ordinarie qua e là nel corso della storia. Aveva fiducia in tutti quegli arrangiamenti che nascono spontaneamente tra persone che si considerano allo stesso livello.

Da marxista, Wall sente però di dover fare qualche critica: il fatto che la Ostrom trascuri, o non consideri affatto, la questione delle classi. Ciò che determina il successo o meno dei beni collettivi, secondo lei, è soprattutto una questione di idee e di interpretazione delle cose: persone come Hardin sbagliano semplicemente perché partono da concetti sbagliati. La verità è che chi storicamente promosse la recinzione delle proprietà terriere non era guidato, come pensava Hardin, da criteri di maggiore “efficienza”, ma da puro e semplice interesse per il potere: “teorici” come Hardin sono, per dirla con Marx, guerrieri al servizio delle classi possidenti. Io stesso, nel fare ricerche sulla Ostrom, ho notato questa sfortunata tendenza. Ad esempio, quando liquida come “complottismo” il sospetto che i prestiti della Banca Mondiale e altri aiuti internazionali servano principalmente l’obiettivo imperialista di integrazione del sud del mondo nel sistema globale del potere corporativo.

Ciononostante, dal punto di vista di Wall e di altri postcapitalisti e anarchici, la sua analisi del funzionamento dei beni collettivi e di istituzioni simili è di grande aiuto a chi, come noi, cerca di edificare la società futura. Come nota Wall, Marx stesso “nei suoi scritti più tardi mostra un interesse crescente per quei beni collettivi indigeni gestiti con successo.” Come il russo Mir, il sistema per la gestione dei campi aperti, in cui Marx vedeva un possibile elemento di una futura società socialista, a patto che non venisse incorporato nelle proprietà statali e affidato ad amministratori professionisti, come poi avvenne con il modello sovietico.

Raccomando questo libro a chiunque voglia sapere di più su Elinor Ostrom, in particolare perché il suo pensiero è applicabile alla transizione postcapitalista.

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