Chiusi a Chiave


Presa della bastiglia

Di Alfredo M. Bonanno. Nota introduttiva a: Alfredo M. Bonanno, Chiusi a chiave. Una riflessione sul carcere.

Il carcere è la struttura portante della società in cui viviamo. Spesso non sembra ma è così.

Una società progressista, educatrice, permissiva, una società che si lascia guidare da politici illuminati, contrari ad ogni ricorso alla maniera forte, una società che guarda scandalizzata ai massacri più o meno lontani che costellano la carta geografica del mondo, questa società che sembra abitata da tanti cittadini per bene attenti solo a non danneggiare il verde e a pagare il minimo possibile di tasse, questa stessa società che si crede lontana dalla barbarie e dall’orrore, ha il carcere alle porte.

Ora, l’esistenza stessa di un luogo dove uomini e donne vengono tenuti chiusi in gabbie di ferro opportunamente attrezzate, guardati a vista da altri uomini e da altre donne che stringono in mano una chiave, un luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza fare niente, assolutamente niente, è il massimo segno dell’infamia non solo per questa società ma per tutta un’epoca storica.

Scrivo questa Nota introduttiva nel carcere di Rebibbia e non mi sento di modificare nulla della conferenza da me fatta a Bologna alcuni anni fa. Niente è infatti cambiato, commisurando l’attuale ottusità delle istituzioni carcerarie con le mie passate esperienze descritte, in parte, nel testo qui pubblicato.

Niente poteva cambiare. Il carcere è un bubbone che la società cerca di nascondere senza riuscirci. Come i medici del Seicento che curavano la peste mettendo unguenti sui bubboni ma lasciando che i ratti scorazzassero fra le immondizie, così i nostri tecnici di oggi, a tutti i livelli delle gerarchie carcerarie, cercano di mettere coprivergogne per nascondere questo o quell’aspetto più orribile del carcere, senza riflettere che l’unico modo per affrontare il carcere è quello di distruggerlo. Distruggerlo senza che di esso rimanga pietra su pietra, e non come l’umanità a volte ha fatto con le costruzioni che nella sua storia hanno contrassegnato le infamie più atroci, lasciando qualche rudere a perenne ricordo.

Ma chi è abituato a starnazzare nell’aia spesso si chiede: è mai possibile distruggere il carcere? È mai possibile farlo scomparire del tutto in una società come la nostra in cui una congrega di dominanti chiamata Stato sceglie per tutti e impone queste scelte con la forza?

Ed è così che i migliori fra questi starnazzatori, cioè i più buoni di cuore e agili d’ingegno, cercano di mitigare le sofferenze dei carcerati dando loro il cinema una volta la settimana, la televisione a colori, un vitto quasi decente, un colloquio settimanale, la speranza di uscire prima del giorno della propria fine pena e tutto il resto. Certo, in contropartita, questa brava gente vuole qualcosa. Dopo tutto si tratta di poca cosa. Vuole che i carcerati si comportino bene, siano rispettosi verso gli agenti di custodia, acquistino una sufficiente capacità di resistere ad anni di ozio e di astensione sessuale, si sottopongano ad un trattamento psicologico da parte di personale specializzato e dichiarino, in una forma più o meno velata, di essere redenti e in grado di tornare nella società che li ha espulsi per il loro cattivo comportamento.

Io che frequento il carcere da più di un quarto di secolo posso fare un piccolo confronto. Una volta il carcerato viveva letteralmente in un buco infame e infetto, visitato da topi e vari animali, vedeva la luce del giorno per pochi minuti, non aveva la televisione e non poteva neanche farsi un caffè in cella. Oggi la situazione è senza dubbio migliorata. Il carcerato può fare dei veri e propri pranzi in cella, perfino i dolci, ha più ore d’aria giornaliera di quante ne faceva una volta in un mese, può avere colloqui aggiuntivi, qualche telefonata ai suoi familiari, lavorare con uno stipendio decente (la metà di quello di un operaio medio che lavora fuori), godere della televisione a colori, del frigorifero, della doccia e di tutto il resto che si sta diffondendo in quasi tutte le carceri.

Ma può egli dire di stare meglio di una volta? Certo che lo può dire. Ma la sera, quando si avvicina l’ora più tenera del giorno, quando il proprio cuore vorrebbe essere altrove, alle sensazioni e agli affetti ormai perduti, quando sente stridere nella toppa della cella la chiave dell’infamia, la sua condizione è sempre la stessa. E l’orrore che emana da una condizione del genere, da un essere umano chiuso in una cella a chiedersi senza risposta del senso della vita, questo orrore non ricade su tutta la società? Possibile che gli starnazzatori ultrarealisti non se ne siano accorti?

Certo, i carcerati accettano questi miglioramenti, non sono mica stupidi, ed è giusto che sia così, ed accettano di pagare la contropartita, di mostrarsi buoni e accondiscendenti, di litigare il meno possibile con le guardie e di raccontare favole agli educatori e agli psicologi che come ombre si aggirano nei corridoi, in attesa dell’ora di tornare a casa e della fine mese per incassare lo stipendio. A parte il fatto, evidente, di un abbassarsi del livello dello scontro in carcere, qui nessuno crede all’inserimento del carcerato nella società cosiddetta civile, né gli assoggettanti, né gli assoggettati. È una commedia dell’arte che ognuno recita magnificamente senza copione.

Prendiamo, per esempio, il prete. Egli sa benissimo, se non è uno stupido, che tutti i detenuti che vanno a messa ci vanno per incontrarsi con altri detenuti di altri bracci che non possono vedere altrimenti. Eppure accetta la realtà con l’ipocrisia del suo mestiere e tira a campare. Certo, qualche volta c’è un detenuto che manifesta una fede repentina, un’illuminazione sulla via di Damasco, ma questo il prete lo sa benissimo, è funzionale al trattamento per uscire in semilibertà o per avere la sospensione pena o un altro dei cento benefici previsti dalla legge ma subordinati alla decisione del personale di custodia, degli educatori, degli psicologi e perfino del prete.

Quello che fuori era chiarezza nei riguardi dello sbirro, qui dentro è diventato confuso. I carcerati di oggi nella loro quasi totalità, stanno perdendo la propria identità di carcerato, stanno accettando un cambiamento permissivo e possibilista che li ingloba a poco a poco all’interno di un meccanismo che promette non tanto di redimerli quanto di farli uscire un poco prima della loro fine pena.

Come il lettore attento di questo libretto potrà vedere, esiste una corrente di pensiero che si vanta di volere “abolire” il carcere. Ora, abolire significa ablare, cioè togliere dalla società una sua componente essenziale, il carcere. Lasciando la società così com’è, questa abolizione è impossibile o, nel caso dovesse mettersi in moto, la stessa abolizione dovrebbe tornare utile al dominio.

Cerchiamo di approfondire questo punto. L’unico modo per fare qualcosa di serio nei confronti del carcere è quello di distruggerlo. Ciò non è più assurdo, né più utopico della tesi che vorrebbe abolirlo. Lo Stato, per cui il carcere è essenziale, ricorrerebbe a misure estreme sia nel caso della distruzione che in quello dell’abolizione. Però, condizioni specifiche di carattere rivoluzionario potrebbero rendere possibile la distruzione del carcere, potrebbero provocare tali sconvolgimenti nella realtà sociale e politica da fare diventare realtà questa utopia a causa della improvvisa, o progressiva, mancanza di poteri in grado di imporre l’esistenza del carcere.

Nel caso dell’abolizione, se essa si mette in moto in maniera progressiva, vuol dire che lo Stato sta pensando di provvedere diversamente al problema del carcere. In effetti, qualcosa in questo senso si sta muovendo. Come faccio vedere nel testo che segue, è in corso una grande apertura del carcere, le forze politiche esterne che una volta erano tagliate fuori, oggi vengono fatte entrare in carcere con mille espedienti, ci sono iniziative culturali di ogni genere (cinema, teatro, pittura, poesia, insomma tutti i settori della cultura sono al lavoro). Questa apertura sollecita una partecipazione dei detenuti. Partecipare sembra, sulle prime, eliminare le disparità, permettere a tutti un livello di eguaglianza, impedire che si resti confinati in cella, parlare, fare sentire i propri diritti. E questo è vero, e in tale direzione il “vecchio” carcere è stato sostituito dal “nuovo”. Ma non tutti i detenuti sono disponibili a partecipare. Alcuni hanno una propria dignità di “fuorilegge” e non vogliono essere espropriati, quindi non vogliono partecipare.

Non sto qui riproponendo la vecchia distinzione tra detenuti “politici” e detenuti “comuni”, che non mi ha mai convinto del tutto. Personalmente ho sempre rifiutato – e continuo a farlo anche ora nel carcere in cui sto scrivendo questa Nota introduttiva – l’etichetta di detenuto “politico”, ma mi sto riferendo ai “fuorilegge”, a coloro cioè che hanno una vita dedicata totalmente a vivere contro o al di là delle condizioni fissate dalla legge. È chiaro che se il carcere si apre da un lato ad alcuni detenuti disposti a partecipare, si chiude nei riguardi di quelli che volendo restare “fuorilegge” anche in carcere non sono disposti a partecipare.

Se a questa distinzione si aggiunge l’aumento del controllo nella società, l’avvento delle potenzialità telematiche, la centralizzazione dei servizi di sicurezza e di polizia a livello se non altro europeo, si arriva alla conclusione che ad andare contro le leggi, in un futuro più o meno prossimo, saranno solo coloro che avranno veramente la determinazione assoluta del fuorilegge.

Si può concludere pertanto che il progetto del nuovo dominio è quello di abolire il carcere tradizionale aprendolo alla partecipazione, ma di creare nel contempo un nuovo tipo di carcere, chiuso in maniera assoluta, un carcere con il camice bianco dove i veri fuorilegge finiranno i loro giorni. È questo il carcere del futuro, e i teorici dell’abolizione del carcere saranno accontentati, in quanto le carceri col camice bianco potranno in futuro non avere più questo nome odioso, ma diventare cliniche per malati mentali. Chi si intestardisce nella ribellione e nell’affermare la propria identità di “fuorilegge”, contro ogni proposta partecipativa del potere, non è egli forse un pazzo? E i pazzi, non costituiscono essi forse un problema medico piuttosto che penitenziario?

Una società del genere, più forte come capacità di controllo sociale e politico, chiamerebbe tutti a collaborare a questo progetto repressivo, e quindi avrebbe una minore necessità di ricorrere alle condanne. Il concetto stesso di pena potrebbe essere rivisto. In fondo, oggi, la maggior parte della popolazione carceraria è costituita da persone che hanno commesso reati che da un momento all’altro potrebbero non essere più tali: uso di sostanze stupefacenti, commercio delle stesse, piccoli furti, reati amministrativi, ecc. Togliendo queste persone dal carcere e riducendo le possibilità dei reati più seri, come ad esempio le rapine e i sequestri di persona, che con un controllo del territorio com’è quello in progetto diventeranno quasi impossibili, restano pochi reati veri e propri. Quelli di natura passionale potrebbero benissimo, ed è questa l’intenzione, essere controllati con il ricorso alla detenzione domiciliare. E allora, in queste condizioni, chi resterebbe in carcere? Quelle poche migliaia di individui che non vogliono accettare questo progetto, che odiano una società del genere, che odiano obbedire e subire, insomma i ribelli coscienti di esserlo, che continueranno ad attaccare, forse contro ogni logica, e nei riguardi dei quali sarà possibile applicare le condizioni specifiche di detenzione e di “cura” più vicine a quelle di un manicomio che di un carcere vero e proprio. Ecco dove porta, a stringere le premesse logiche, la tesi dell’abolizione del carcere. Lo Stato potrebbe essere, in futuro, uno dei sostenitori di questa tesi.

Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e come il potere va distrutto, non può essere progressivamente abolito. Chi pensa di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per sempre.

Il progetto rivoluzionario degli anarchici è quello di lottare insieme alla gente per farla insorgere contro ogni sopruso e ogni repressione, quindi anche contro il carcere. Quello che muove gli anarchici è il desiderio di un mondo migliore, di una vita migliore, di una dignità e di una morale che l’economia e la politica hanno distrutto. In questa società non può esserci posto per il carcere.

È per questo che gli anarchici fanno paura.

È per questo che vengono rinchiusi in carcere.

Carcere di Rebbibia, 20 marzo 1997

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