Il Fallimento della Privatizzazione Sovietica


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Di William Gillis. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 12 giugno 2018 con il titolo The Failure of Soviet Privatization. Traduzione di Enrico Sanna.

Quando “Il Mercato” è Soltanto il Luogo dove si Riciclano i Soldi Insanguinati dello Statalismo

Quando cadde l’Unione Sovietica, tra i programmi di “privatizzazione” c’era la distribuzione delle azioni delle aziende ai loro dipendenti. Il problema ovviamente era che l’economia era sotto scacco e la gente faceva la fame. Fu così che i gangster e i figli dell’alta borghesia sovietica riuscirono ad acquistare tutte le azioni con denaro vero. C’era chi andava in giro con una carriolata di vodka a barattare una bottiglia con un certificato. Così le imprese statali finirono nelle mani di chi era già ricco.

Questo è un esempio storico importante che dimostra con chiarezza estrema come “imprenditori” dotati di un immorale capitale iniziale possano comprare un’intera economia trasformandola in un’oligarchia. Il processo di “privatizzazione” dell’Urss divenne l’acquisizione dell’intera economia di stato da parte di pochi oligarchi. Un cambio della guardia, dai comitati centrali ad un governo di pochi, non costituiva un vero cambiamento, proprio come anche Rothbard ammetteva chiaramente.

Il trapasso non fu diretto, ci furono vari passaggi, ma la velocità con cui accadde rese inconfutabile il fatto che non stava emergendo una nuova classe di privilegiati, risultato di una gerarchia naturale, ma si era creata una situazione in cui le tendenze centrifughe della libera concorrenza venivano soffocate da un’enorme disparità iniziale.

Spesso parliamo delle tendenze e dei meccanismi, o almeno delle potenzialità egalitarie di un mercato liberato maturo, ma se è vero che un mercato tende principalmente al giusto equilibrio, nessuno dice che è così ogniqualvolta si abbia una distribuzione iniziale della ricchezza. È inconfutabile che se cento persone possiedono il 99,99% del mondo, il loro potere d’acquisto può essere usato per tenere il resto dell’umanità in schiavitù. Pertanto è importante capire dove si trova il punto di transizione da una distribuzione della ricchezza dominata da tendenze centrifughe ad una dominata da tendenze centripete accumulative.

Gli ottimisti pongono questo punto molto in alto, dicendo ad esempio che anche se l’1% della popolazione possedesse il 99% della ricchezza, senza un apparato statale o altri apparati che servano ad appropriarsi e difendere questa ricchezza, la società finirebbe per erodere questo privilegio fino a farlo scomparire. Ma pochi parlano della velocità di questa erosione. Perché, siamo chiari, per certi versi nel collasso dell’Urss una qualche erosione ci fu. E però a questa erosione si accompagnò l’eliminazione dello stato sociale, assolutamente necessario a tenere in vita una popolazione in condizioni di schiavitù, il che significa che l’impatto netto fu una sofferenza di dimensioni catastrofiche. Ma anche in certe bolle di dimensioni limitate, dominate dagli effetti centrifughi contro quelli accumulativi, la disuguaglianza era spesso così netta da rendere la diffusione della ricchezza relativamente lenta. E ad ogni modo cosa importa se il mercato intacca questa gigantesca disuguaglianza quando masse enormi oggi fanno la fame? La critica più aspra rivolta contro il regime neoliberista non è di aver impoverito le persone, ma di non averle liberate abbastanza rapidamente.

Gli anarchici, soprattutto quelli di sinistra che credono nel mercato, non possono permettersi di non capire perché il processo di “privatizzazione” dell’Urss sia fallito così miseramente nel tentativo di creare qualcosa che somiglia, anche lontanamente, ad un mercato equo e fortemente competitivo.

Ovviamente, ci sono state dinamiche dovute alle interferenze statali, ma la pressoché immediata concentrazione della ricchezza subito dopo la distribuzione dei pacchetti azionari non è stata opera dello stato. Il passaggio da moderatamente ricco ad oscenamente ricco è avvenuto spontaneamente. Neanche i reazionari, che balbettano di “gerarchie naturali” e altro ciarpame fascista, possono costruirci su un caso. Non possiamo dare la colpa ad un’animalesca preferenza temporale: solo i ricchi avevano abbastanza capitale da diventare azionisti di maggioranza, e gran parte di quelle aziende a cui si riferivano le azioni erano destinate a languire per anni. È meglio una quota infinitesimale di un’azienda sapendo che è gestita male e che non pagherà, se pagherà, per anni, o è meglio una bottiglia di vodka? Imbrogli te stesso se pensi di poter rinunciare alla bottiglia di vodka, con cui se non altro inganni la fame mentre stai lì ad aspettare i dividendi per mesi o anni.

Molte cose contribuirono alla catastrofica oligarchizzazione russa degli anni novanta, ma le tre principali furono: 1) molti erano stati abbandonati a se stessi e senza beni di sostentamento; 2) a nessuno importava un accidenti di affrontare la questione dei ricchi del vecchio regime, a cui fu permesso di usare il potere di leva dei loro capitali mentre gli altri erano in condizioni svantaggiate; 3) la cessione prese come modello quello fortemente gerarchico e centralizzato delle aziende capitalistiche occidentali: “padrone lavoratore” in senso astratto, annacquato, e nessuna democrazia diretta sul posto di lavoro.

Teoricamente, avere la possibilità di votare per un blocco aggregato una volta ogni morte di papa all’assemblea degli azionisti è come avere la possibilità di votare per il sindaco, che poi nomina il capo della polizia, che nomina i poliziotti, che continuano ad uccidere quelli come te. Non esiste alcuna responsabilità diretta, la dirigenza può dettare legge in perfetto isolamento, non esiste alcun coinvolgimento, neanche la possibilità di utilizzare le tue conoscenze sul posto di lavoro, e ovviamente le azioni non offrono alcun incentivo significativo a collaborare se l’azienda è gonfiata e il tuo contributo è subito soffocato.

Per un anarchico le conclusioni sono ovvie:

Se e quando si rovescerà lo stato e si libererà il mercato, non ci sarà riuscita se non si realizzeranno le infrastrutture per la soddisfazione dei bisogni di base per i poveri, i disabili eccetera, e se non si riprenderà tutto quello che i ricchi hanno usurpato; e per fare ciò le strutture organizzative sono di estrema importanza. Una situazione di crisi non è il momento migliore per apprendere a caso dalla prassi, andando per tentativi, tanto meno per portare avanti il modello ereditato dalla situazione precedente.

Altra lezione è che è sciocco chiedere “dov’è la vittima” o fingere di non sapere che se i moderni miliardari fottono la società è perché c’è dietro tutta una storia fatta di enormi violenze perpetrate dallo stato; e lo stesso vale per gli oligarchi russi. Se le condizioni di vita dei singoli individui possono subire qualche fluttuazione, la distribuzione diseguale della ricchezza tende a diventare permanente. È grazie ad atrocità come la chiusura delle campagne, la schiavitù, l’imperialismo e il genocidio che sono stati possibili investimenti massicci, come mai si era visto prima, e questo ha portato ad una polarizzazione permanente della ricchezza. L’imposizione della proprietà intellettuale da parte dello stato crea profitti a miliardi… che poi sono usati come capitale d’avviamento per startup che tagliano fuori la concorrenza, e che si servono degli effetti di rete, impossibili da ottenere con capitali più piccoli, per imporsi come intermediari monopolistici. La perversione di queste enormi disuguaglianze si autoalimenta, e non importa se sono quattro imbroglioni a farlo con riciclaggi vari, il fatto in sé che ci siano miliardi da guadagnare è il prodotto di una storia fatta di enormi violenze e oppressioni. L’unica differenza tra l’Urss e l’impero americano è una questione di tempi.

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