Ribelli al Futuro


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Di Massimo Maggini. Pubblicato originariamente su Streifzüge il 25 marzo 2009.

Il libro sul movimento luddista di Kirkpatric Sale, uscito nel 1996 con il titolo “Rebels against the future. The luddites and their war on the industrial revolution” (ed.it.1999 – II ed.2005, Ribelli al futuro. I luddisti e la loro guerra alla rivoluzione industriale) offre un’ottima occasione per riflettere su tematiche all’ordine del giorno: il lavoro, l’industrializzazione e il rapporto con la tecnologia, per esempio.

Questo testo mantiene una vibrante attualità. Dietro al tentativo di leggere in modo non banale il movimento luddista che si sviluppò nella zona centrale dell’Inghilterra fra la fine del ‚700 e l’inizio dell’800, si mostra l’esigenza di riportare in vita una critica radicale al sistema capitalistico industriale oggi più che mai centrale ed urgente.

Il movimento luddista, nato agli albori della prima rivoluzione industriale e contro di essa, si estese inizialmente nel Nottinghamshire, la terra delle leggende di Robin Hood, per diffondersi subito dopo nelle contee vicine, nel cuore dell’antica Britannia. Lo stesso Ned Ludd, ispiratore del movimento luddista, era poco più di una leggenda. Questa terra legata alle tradizioni, composta da comunità molto antiche e coese, fu la prima a sperimentare il devastante impatto della modernizzazione capitalistica. L’economia artigiana, legata al lavoro tessile, in pochi anni venne travolta, ed al suo posto entrarono in funzione i telai meccanici, prototipi di quell’industria tecnologicamente avanzata che ben presto si sarebbe fatta tragicamente conoscere in tutto il mondo.

Le conseguenze di questo veloce e violento cambiamento, imposto con la forza, furono molto pesanti per la popolazione del luogo, e possono essere considerate paradigmatiche per tutte le altre popolazioni che, dopo quella inglese, hanno subito e continuano a subire gli effetti della modernizzazione capitalistica:

– la perdita del lavoro e un immiserimento materiale e morale crescente e duraturo

– la fine delle tradizioni e delle antiche protezioni sociali

– l’aumento esponenziale della popolazione

– l’inquinamento pesante dell’ambiente

– l’esodo verso le invivibili città

– lo sfruttamento intensivo della neonata manodopera, specie delle donne e dei bambini

Per farsi un’idea dell’impatto che la meccanizzazione industriale del lavoro provocasse, basti pensare che nell’arco di un decennio il lavoro che prima veniva svolto da duecento operai ora lo faceva un uomo solo.

Tutto questo portò alla ribellione luddista, purtroppo soffocata ben presto nel sangue da uno stato, quello inglese, che da sempre si è distinto per il suo zelo nel proteggere il capitalismo industriale e i suoi profeti.

Al luddismo, una volta sconfitto, è stato riservato un trattamento particolare, a riprova di quanto avesse spaventato la nascente classe imprenditoriale. Era importante cioè non solo sconfiggerlo, ma sconfiggerne anche la memoria, ridicolizzandone le gesta e riducendone l’importanza. In questa direzione venne fatto un lavoro che oggi definiremmo “mediatico” di grande impatto: si mosse cioè un apparato di propaganda, con fior di esperti e professionisti dell’informazione, uniti dal comune intento di dare un’immagine dequalificata e distorta del movimento luddista inglese. Anche la sinistra classica, quella progressista, non si tirò indietro e contribuì in modo determinante a far passare, specie fra i lavoratori dell’industria, l’idea che il movimento luddista altro non fosse che un ristretto gruppo disperato e retrivo di persone incapaci di riconoscere la positività del nuovo e accettare i cambiamenti che il progresso stava portando, con il benessere che necessariamente ne sarebbe prima o poi conseguito per tutti.

Questa immagine del luddismo come movimento oscurantista e legato ad un passato che doveva essere superato è arrivata fino ai giorni nostri. Tuttavia, non completamente nella forma che avrebbero voluto i vittoriosi capitalisti dell’epoca. Secondo Kirkpatric, il luddismo ha sempre mantenuto, e mantiene tuttora, un interesse fra la gente, un fascino ed un’attrattiva che dimostrano quanto fosse centrata la critica inaugurata da questi primi “ribelli al futuro”.

Quali sono gli elementi che rendono questa critica ancora attuale?

critica al concetto di progresso: in modo inizialmente istintivo, ma poi sempre più elaborato, i luddisti contestarono la pretesa che ci fosse un concetto astratto come quello di “progresso” di fronte al quale tutti dovevano inchinarsi e sacrificare la propria esistenza e le proprie terre.

critica del lavoro salariato e astratto: allo stesso modo, contestarono vivacemente l’imposizione di un lavoro regolato su ritmi e bisogni diversi da quelli a cui erano abituati, basati su un antico rapporto non oggettivante con la natura, che oggi definiremmo “sostenibile”, e una vita conviviale nella quale il lavoro e il tempo ad esso dedicato rivestivano la giusta importanza e non erano assolutamente preponderanti nella vita dell’individuo come in quella della comunità.

critica alla privatizzazione della natura: i luddisti operarono poi una feroce critica della privatizzazione della natura, iniziata di fatto con le famose enclosures (recinzioni), che toglievano alle comunità il diritto all’uso comune dei beni naturali. Le enclosures furono il passaggio decisivo non solo per il veloce immiserimento delle popolazioni, ma anche per l’avvio di quella appropriazione e privatizzazione della natura senza la quale nessun capitalismo sarebbe mai potuto sorgere.

Queste critiche, alle quali potremmo anche aggiungere quella all’alienazione degli individui (che con la rivoluzione industriale perdevano completamente la loro identità) alla ricchezza intesa in senso capitalistico (molto diversa da quella che avevano fino ad allora conosciuta, una ricchezza non monetaria ma umana) e alla velocizzazione (concetto sconosciuto per i ritmi lenti e pacati di una società artigiana che comunque riusciva a provvedere ai propri bisogni, per di più senza rinunciare ai piaceri dell’esistenza), non solo sono giuste e da leggere con attenzione, ma sono in modo sorprendente forse ancora più attuali oggi di allora.

Con la crisi capitalistica in corso, che, nell’epoca della rivoluzione microelettronica, potrebbe essere quella definitiva per il capitalismo, le battaglie e le parole d’ordine del luddismo inglese possono insegnarci molto. Molti oggi si chiedono in quale direzione muoverci, quali orizzonti di liberazione sono possibili se cade il capitalismo. I più, specie a sinistra, paventano guerre e distruzioni (come se fino ad oggi, dalla nascita da capitalismo in poi avessimo visto qualcosa di diverso), o nella migliore delle ipotesi miseria diffusa e guerre tra bande, entro una società sconnessa e incapace di controllare i fenomeni di degenerazione che dovrebbero, così sembra a molti, necessariamente verificarsi, specie se la caduta del capitalismo significasse anche caduta degli stati nazione.

Ma dovrà essere per forza così? Siamo segnati da questo destino come da un Diktat sovrannaturale, oppure si possono aprire scenari imprevisti, e possibilità di ben altro tenore? Se cadono gli stati nazione si chiude veramente ogni modo di avere di una vita sociale, oppure al contrario, non potrebbe darsi che proprio allora si apra la possibilità di una vita sociale non dominata dal potere e che può adesso finalmente risorgere?

Queste al momento non possono che restare domande, ma domande comunque su cui meditare, anche con l’aiuto dell’esperienza luddista. Occorre cioè riflettere, in positivo, sulla possibilità che presto ci si trovi di fronte all’esigenza di costruire, o meglio ricostruire, un mondo, senza per questo dover partire da zero. Un “ritorno al passato” in senso stretto non è né desiderabile né in realtà possibile. Si tratta piuttosto di capire, per esempio, che tipo di relazione avere con la tecnologia, se dovrà semplicemente essere “diversamente orientata”, per riprendere un’espressione del teorico della decrescita Serge Latouche, oppure dovrà esserne radicalmente riconsiderato il rapporto, insieme al modo e agli scopi della produzione. Di capire anche come muoverci senza dar di nuovo vita a qualche assurdo golem. Ma soprattutto si tratta di passare da un sistema autoreferenziale, fondato sul folle accumulo di valore ai fini di un sempre maggiore accumulo, verso un sistema solidale, sobrio e conviviale. Un passaggio non facile, che richiede una disintossicazione dai fumi del capitalismo, ma non impossibile. Una sfida che dovremmo comunque raccogliere, e magari anche con piacere.

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