Londinesi, Danesi e Altri


his story

Di Zygmunt Bauman. Fonte: La Solitudine del Cittadino Globale.

Esiste una disposizione perfettamente intelligibile delle élite politiche a spostare e localizzare le cause di ansia più profonde – cioè l’esperienza dell’insicurezza esistenziale e dell’incertezza – nella preoccupazione generale per le minacce alla sicurezza personale (minacce già sottoposte a un’operazione analoga). Questo spostamento è politicamente (cioè elettoralmente) allettante, e ciò per una ragione pragmatica molto convincente.

Poiché le radici dell’insicurezza affondano in luoghi anonimi, remoti o inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, possano fare per porre rimedio alle afflizioni attuali. Se si riflette attentamente sulle promesse elettorali dei politici di migliorare la vita di tutti aumentando la flessibilità dei mercati del lavoro, favorendo il liberismo, creando condizioni più allettanti per i capitali stranieri eccetera, si possono cogliere, casomai, i segni premonitori di una maggiore insicurezza e incertezza. Ma sembra esistere una risposta ovvia, semplice, all’altro problema, quello connesso alla sicurezza personale dei cittadini in quanto “collettività”. I poteri statali locali possono sempre essere impiegati per chiudere le frontiere ai migranti, per inasprire le norme sul diritto d’asilo, per fermare ed espellere gli stranieri indesiderati, sospettati di possedere inclinazioni odiose e condannabili. Possono mostrare i muscoli combattendo i criminali, essere ‘inflessibili nella lotta al crimine’, costruire più prigioni, mandare più poliziotti in servizio attivo, rendere il perdono dei condannati più difficile e persino, per soddisfare i sentimenti popolari, seguire la regola: ‘criminale una volta, criminale per sempre’.

Per farla breve, i governi non possono francamente promettere ai loro cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo; ma possono per il momento alleviare almeno in parte l’ansia accumulata (approfittandone anche a fini elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione in una guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e altri estranei penetrati senza invito nel giardino di casa, un tempo pulito e tranquillo, ordinato e accogliente. Agire in questo modo potrebbe recare grandi soddisfazioni; sarà pure un’impresa modesta ed effimera, ma potrebbe compensare la sensazione avvilente di non sapere che cosa fare davanti a un mondo insensibile, distaccato e indifferente.

Nella sua penetrante ricerca sulla xenofobia tra i giovani londinesi, Phil Cohen riferisce di uno dei suoi intervistati, di nome John, alla ricerca disperata, benché sostenuta da una determinazione esemplare, di una definizione di ‘britannicità’ che includesse se stesso ma escludesse una categoria piuttosto cospicua di persone di colore, la cui espulsione dalla comunità locale sembrava quantomeno un obiettivo raggiungibile e perciò allettante. Cohen spiega tanta determinazione con il fatto che ‘questa costruzione immaginaria fa sentire John parte di qualcosa di molto più grande di lui e anche di immensamente forte’. La forza era una delle qualità che a John, come a molti altri nella sua situazione di persona giovane senza molte opportunità di vivere una vita dotata di senso in un mondo respingente e impenetrabile, mancava di più; d’altra parte, non voleva perdere del tutto la speranza di poter rendere la sua vulnerabile esistenza un po’ meno precaria e un po’ più sicura.

Nel linguaggio dei politici in caccia di voti, attenti soprattutto ai sondaggi d’opinione, i sentimenti diffusi e complessi di “Unsicherheit” sono ridotti a preoccupazioni molto più semplici per la legge e l’ordine (cioè, per la sicurezza del proprio corpo, della propria famiglia e dei propri beni), mentre il problema della legge e dell’ordine, a sua volta, viene spesso confuso con la presenza problematica di minoranze etniche, razziali o religiose e, più generalmente, di stili di vita estranei, di qualunque comportamento deviante o semplicemente ‘anormale’.

Tuttavia, spiega Antoine Garapon, il senso diffuso e pervasivo di insicurezza e vulnerabilità che emana dal mondo polifonico, oscuro e imprevedibile, rende praticamente impossibile definire l’esperienza in modo univoco e pronunciare giudizi certi; e così indebolisce la nozione stessa di comportamento deviante. Ma ‘quando ciò che veniva considerato deviante diventa normale, tutto ciò che è normale è sospettato di essere deviante’. Per come appaiono le cose attualmente, è lecito pensare che ‘il destino del diritto penale postmoderno sia la nuova istituzionalizzazione dell’antica dialettica tra contaminazione e purificazione, con i meccanismi sacrificali che l’accompagnano’. Oggi, il crimine non è più stigmatizzato e condannato in quanto violazione della norma, ma in quanto minaccia alla sicurezza personale. ‘L’eccesso di velocità, il fumare in pubblico [‘tabagisme’] e il reato sessuale sono tutti trattati nello stesso modo, cioè in termini di politica di sicurezza pubblica.’ E’ palese la tendenza universale a ‘trasferire tutti gli affari pubblici nell’ambito della giustizia penale’: a criminalizzare tutti i problemi sociali, e in particolare quei problemi che sono giudicati, o che possono essere costruiti, come minacce alla sicurezza della persona, del suo corpo e dei suoi beni.

Tradurre le croniche, irreprimibili preoccupazioni per “la sicurezza esistenziale dell’individuo” nella necessità di combattere il crimine reale o potenziale, e quindi di garantire la “sicurezza personale di tutti”, è uno stratagemma politico efficace e può recare notevoli vantaggi elettorali. Per fare solo un esempio, un’indagine condotta dalla televisione pubblica nell’ottobre 1997 mostrava come i danesi fossero più preoccupati per la presenza degli stranieri che per la crescente disoccupazione, il degrado dell’ambiente o qualsiasi altro problema. E l’opinione della maggioranza, secondo l’‘International Herald Tribune’ del 17 novembre 1997, aveva provocato un certo malumore tra gli stranieri: la ventiduenne Suzanne Lazare, arrivata a Copenhagen da Trinidad dodici anni prima, disse al corrispondente dell’‘I.H.T.’ che stava meditando di lasciare la Danimarca. ‘Il loro atteggiamento è cambiato,’ disse dei suoi ospiti. ‘Ora i danesi ci guardano dall’alto in basso. La gente sta diventando molto fredda.’ Quindi aggiunse un commento pungente e sagace: ‘È curioso, anche nei confronti di se stessi’.

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