Il Mito della “Società Commerciale”


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Di Gary Chartier. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 21 giugno 2018 con il titolo “Commercial Society” Is a Myth. Traduzione di Enrico Sanna.

Chi si oppone alla libertà di movimento, che sia progressista o conservatore, liquida gli appelli a tale libertà dicendo che si basano su grette questioni economiche. I sostenitori della libertà ricordano che, nonostante quello che si sente in televisione, le migrazioni portano benefici sia alla società di provenienza che a quella di destinazione. Puntano sull’importanza di rispettare la libertà di lavorare e fare affari con chiunque a prescindere dalla nazionalità. Ma non è solo una questione economica, rispondono i contrari, in realtà chi vuole la libertà di movimento vede la società come un “gigantesco centro commerciale”. Noi, affermano, sappiamo che una nazione è molto di più. Facendo così, riflettono il pensiero di Steve Bannon, l’allarmistico etnonazionalista ex capo strategista di Trump, secondo cui “La nazione è più di un fatto economico”.

Questi appelli al nazionalismo sono piuttosto mediocri. Lasciamo da parte il legame tra nazionalismo da una parte e violenza etnico-religiosa nonché oppressione delle minoranze dall’altra. Concentriamoci sull’accusa, rivolta ai difensori della libertà (in questo caso, libertà di migrare), di vedere nella “società” un semplice fatto economico.

Implicito in questa accusa è che chi vuole la libertà vuole semplicemente una società in cui tutti siano liberi di fare soldi. In linea generale, però, l’idea di una società del genere è bizzarra.

Ci sono molti modi per fare soldi. Troppo spesso, nella nostra società si fanno soldi sostenendo o appartenendo ad un cartello corporativo legale, di quelli creati dall’obbligo di avere una licenza professionale così da gonfiare i prezzi al consumatore. Troppo spesso si fanno soldi grazie a relazioni clientelari con agenzie governative che canalizzano il denaro pubblico verso entità privilegiate, a supporto di attività che mai troverebbero gli stessi finanziamenti in un mercato veramente libero; attività di cui il comparto industriale militare è un chiaro esempio. In un mercato veramente liberato, le persone farebbero soldi offrendo ai consumatori (o ad altri produttori) ciò che questi chiedono.

Per alcuni, produrre cose con cui fare soldi può diventare un esercizio di bravura e creatività. Per altri, far parte del dramma imprevedibile del mercato può diventare una sorta di gioco, come uno sport. Da notare che anche quelle persone che entusiasticamente fanno un’attività economica per queste ragioni non cercano il denaro per il denaro, come Ebenezer Scrooge di Dickens, ma mettono alla prova se stessi e gli altri e godono l’esperienza del gioco.

Molti partecipanti alle attività del mercato, che siano produttori, distributori o consumatori, hanno obiettivi più immediati e strumentali. Vogliono fare soldi, ma non come un fine in sé, e neanche perché è un’attività eccitante, bensì per raggiungere altri scopi. Vogliono avere successo in mille modi: vogliono produrre arte, stare con amici, allevare figli, godersi la bellezza, diventare più sani e più forti. Gli acquisti dei consumatori, come il denaro fatto da produttori e commercianti (che permette a questi di diventare consumatori), dà loro i mezzi per raggiungere i propri obiettivi, per realizzarsi nel migliore dei modi.

Talvolta si fanno scambi commerciali con amici e vicini. Oggigiorno questi scambi avvengono più spesso con sconosciuti. A volte da una relazione commerciale può nascere un’amicizia. Ma anche se non nasce, il contatto permette di realizzare i propri obiettivi in maniera ottimale, e di realizzare se stessi.

Chi si oppone alla libertà migratoria, che sia progressista o conservatore, non vuole che si facciano scambi con stranieri non autorizzati, con persone prive di un pezzo di carta. Apparentemente, chi dice di non volere una “società come semplice fatto economico” pensa che il razionamento dei pezzi di carta generi quel genere di società che loro amano. Ovvero una società in cui quelli come loro non abbiano a che fare con facce, inflessioni, odori e abitudini che loro non conoscono, cioè una comunità in cui tutti hanno la stessa faccia e fanno le stesse cose.

Vogliono, insomma, una società in cui determinate persone stabiliscono con chi si può interagire e come si può realizzare la propria vita. Non vogliono le conseguenze delle libere scelte di particolari persone. Vogliono una società in cui queste conseguenze possano essere annullate, una società in cui il loro ideale di vita possa essere imposto sugli altri.

Nascondono le proprie obiezioni dicendo di non volere una società basata soltanto su rapporti commerciali. Ma una società del genere non la vuole quasi nessuno. In realtà, loro non vogliono una società in cui la libertà di commerciare presupponga e agevoli la libertà personale, la libertà di realizzarsi in mille modi diversi. Il loro ideale di “nazione” è una società omogenea, la cui omogeneità è imposta con un controllo dall’alto. Quella che loro chiamano società commerciale è in realtà una società organizzata dal basso. Il commercio è strumentale all’obiettivo della libertà. Il loro nazionalismo non può coesistere con la libertà; ma, dato che la libertà è cara a tantissimi, dirottano il discorso sulla questione commerciale. E facendo così rivelano che ciò che vogliono è l’imposizione forzata del loro ideale di vita comune.

Una società commerciale rappresenta un’alternativa di gran lunga migliore; ma non perché vivere significa fare soldi, bensì perché la libertà di commerciare è alla base della pratica e dell’espressione della diversità.

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