Gli Schiavi Globali


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Di Robert Kurz. Pubblicato su francosenia.blogspot.com il 15 aprile 2016 con il titolo Questione di tempo.

In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest’ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall’ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora “più economia di mercato” e “più democrazia”. Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.

In questo pozzo dei desideri si nasconde una contraddizione elementare. Da un lato, troviamo la pretesa secondo cui la società è in grado di deliberare consapevolmente circa le questioni di interesse comune e di prendere decisioni razionali (“democrazia”). Dall’altro lato, però, si tratta esplicitamente di autoregolamentazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali (“economia di mercato”, vale a dire il capitalismo).

Nella realtà, la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. Ciò perché la procedura democratica non si vede anteposta agli effetti galvanizzanti della “fisica sociale” dei mercati anonimi, bensì posposta. Ogni decisione delle istituzioni democratiche non rappresenta quindi un utilizzo autonomo della ricchezza simbolica delle risorse, ma viene plasmata in anticipo dall’automatismo del sistema economico che, in quanto tale, non è aperto alla discussione.

Dietro i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, nella forma concepita da Montesquieu, vi è un “quarto potere” – il potere strutturale del sistema totale del mercato. A partire da Rousseau, questo idolo economico, che si fa beffe di ogni procedura democratica, può essere trovato nella teoria politica con il nome astratto di “bene comune”. Al gioco democratico attengono, pertanto, solamente alternative predeterminate (qualcosa tipo la libera scelta fra l’incudine e il martello) dal modo in cui concepiamo i ciechi “processi naturali” della fisica sociale.

La costruzione sociale della democrazia di mercato o del mercato democratico contiene quindi un inconfessato aspetto dittatoriale e totalitario, che si esprime nel concetto di sovranità statale. Questo principio dello Stato moderno venne formulato, ai primordi, dal giurista francese Jean Bodin (1529-1596). Secondo Bodin, il concetto di sovranità implica “il potere assoluto e perpetuo di uno Stato di emanare o abrogare leggi” e anche di farle rispettare, se necessario attraverso l’uso della forza. In tutta serenità, continua Bodin: “Il concetto di ’felicità’ non è applicabile. Questo perché uno Stato, anche se ben governato, può tuttavia essere afflitto dalla povertà. Non assumiamo il concetto di ’felicità’ come essenziale per definire lo Stato”. Non avrebbe potuto essere espresso con maggiore chiarezza il fatto che abbiamo a che fare con un fine che si trova oltre le necessità umane.

Tuttavia, alla luce della sovranità, la differenza fra il principio assoluto di Bodin e lo Stato democratico moderno è piuttosto irrilevante. Il problema non è stato risolto, se non quanto si è “reificato” ad un grado superiore. Man mano che i monarchi venivano sostituiti per mezzo della procedura democratica, la sorda legge sistemica, insuscettibile di discussione, diventava allo stesso tempo sempre più ineludibile. Nel contesto nazionale, la sovranità non fa altro che mettere in pratica il “terrore strutturale dell’economia”. Nel contesto internazionale, questo terrore si estende agli interessi concorrenti degli Stati nazionali capitalisti. A partire dalle “guerre di formazione degli Stati”, avvenute nei secoli 16° e 17°, come sono state chiamate dallo storico svizzero Carl Jakob Burckhardt, fino alle guerre mondiali del 20° secolo, abbiamo sempre avuto a che fare con la riorganizzazione delle forze della sovranità statale, mai con i desideri della popolazione. Solo dopo il 1945, le istituzioni caratteristiche della storia capitalista rinunciarono a un tale immutabile quadro, a favore del sistema mondiale futuro: Stati nazionali sovrani, riuniti nella “comunità degli Stati civilizzati” dell’ONU, legati dal diritto internazionale e (almeno in prospettiva) dalle procedure democratiche, così come dalla nozione di Stato di Diritto, la cui base è il sistema produttore di merci e la sua forma politico-economica di concepire il soggetto.

A partire dalla fine degli anni 70, però, questo delizioso nuovo ordine mondiale viene scosso fino alle sue radici da una crisi causata dal “quarto potere” delle coazioni economiche strutturali: com’è noto, la rivoluzione microelettronica ha sostituito in proporzioni crescenti, nella vasta gamma delle attività di routine, la forza lavoro umana con la tecnologia informatica e robotizzata. Dal punto di vista dei mercati, le persone – e la loro forza lavoro – diventano “superflue”. Oggi diventa assolutamente urgente che la sovranità statale non interferisca col “quarto potere” del meccanismo del mercato. Il cittadino dello Stato democratico viene presupposto come “forza lavoro”; al di fuori di tale definizione, sparisce il suo stesso status politico e giuridico.

Per limitare la “superfluità” in massa delle persone non c’è strumento democratico che possa bastare, e che non cada in un profondo cinismo. Chi si mostra incapace della riproduzione borghese della propria vita deve accettare il “destino” che lo aspetta e deve piegarsi alle regole del gioco. La miseria causata dall’economia di mercato viene vista, alla maniera postmoderna, come “pluralità di progetti di vita” oppure come una sorta di folklore della differenza. Il fatto che ai “superflui” venga negato il diritto alla vita segna, per così dire, il trionfo delle regole giuridiche procedurali della democrazia liberale.

È significativo che tale interpretazione democratica del mondo non sia più sostenibile non appena la “superfluità” trasgredisce una certa misura critica. Quando la concorrenza cessa di avere sostanza economica, può portare soltanto alla barbarie: dietro al soggetto giuridico borghese che firma contratti, appare la vera faccia del dissoluto potere capitalista – ora, senza dubbio, non più il potere costituente della storia dell’ascesa borghese in opposizione ai produttori premoderni, ma il potere di distruzione reciproca del materiale umano addomesticato dal capitalismo, in una storia di declino e di decadenza.

Ma lo sviluppo della crisi è scaglionato, nei suoi effetti, nelle diverse regioni del globo. Così come le diverse società si sono inserite in maniera storicamente “disallineata” nel moderno sistema produttore di merci, allo stesso modo anche il grado e l’estensione della crisi si presentano nella rispettiva maniera disallineata, cosicché la periferia relativamente sottosviluppata, contrariamente a quella che era la prospettiva di Marx riguardo al 19° secolo, prefigura il futuro dei centri capitalisti sviluppati. Tutto il Terzo Mondo, ma anche gran parte del Sud dell’Europa, è minacciato da una costante rovina dello sviluppo economico nazionale, che si è già verificata in diversi paesi: la moneta nazionale collassa e diventa la valuta degli indigenti; lo stock di capitale si converte irrimediabilmente in “industrie fantasma” non redditizie, che ritardano o non pagano i salari; l’infrastruttura è ridotta in brandelli, acqua ed energia arrivano solo sporadicamente, si interrompe il servizio di raccolta dei rifiuti, gli organismi pubblici della sanità chiudono i battenti, seguendo l’esempio del servizio postale. Lo Stato esce di scena, e quel che rimane della sua politica viene gestito dal Fondo Monetario Internazionale.

Se questa situazione si protrae per molto tempo, in tutti i livelli della società, si arriva alla lotta armata per la sopravvivenza. La sovranità statale si sbriciola e le vecchie élite burocratiche lottano con le unghie e con i denti per appropriarsi di quel che resta delle spoglie economiche. In paesi come l’Afghanistan o la Somalia, praticamente non esiste più Stato. Nelle regioni in via di disintegrazione, la fede nella libera concorrenza non si esprime come “dissenso gioviale”, ma secondo gradi diversi di guerra civile, il cui esito non sarà mai quello di portare alla nascita di rinnovate formazioni statali. Secondo l’opinione di Martin van Creveld, storico militare israeliano, la guerra del 21° secolo non verrà più combattuta fra Stati, ma fra “organizzazioni non-statali” di ogni sorta.

Questo processo non viene percepito dall’Occidente come il fallimento completo del suo sistema sociale, ma come un semplice “problema di sicurezza” esterno. Il capitalismo democratico occidentale in crisi amplifica la propria insolenza, già dimostrata riguardo ai suoi propri “superflui”, nei confronti di paesi e di interi continenti che si rivelano inadatti alla riproduzione di mercato. Ora, tutti questi devono conformarsi pacificamente al loro inevitabile destino! Se sarà necessario, la “sicurezza” verrà ristabilita con interventi militari a livello mondiale (le cosiddette “missioni di pace”).

Ma le guerre di questo nuovo imperialismo di sicurezza non sono più mosse dalla ricerca di una nuova ripartizione della sovranità su determinati territori. In uno spazio economico globalizzato, di tipo imprenditoriale, ogni politica espansionista tradizionale perde senso. Al suo posto, si tratta di tratta di proteggere, contro le esplosioni di violenza inferocita dei marginalizzati e contro la loro aspra lotta per la sopravvivenza, i pochi segmenti capitalisti ancora capaci di riprodursi. Le isole di produzione e rifornimento di servizi per il mercato mondiale devono essere mantenute al sicuro dalla caduta della civiltà di queste popolazioni impoverite, vere e proprie onde oceaniche, e devono essere preservate nella loro disordinata attività, fino a quando anche esse saranno diventate “superflue”.

Non si punta alla conquista o all’incorporazione al fine di guadagnare determinate risorse (non-umane, è ovvio). Al contrario, l’orientamento strategico è quello di tenere lontano dal sistema l’enorme contingente dei “superflui” della periferia, guardati con sospetto. La catastrofe prodotta dalla stessa economia universale di mercato dev’essere isolata per quanto possibile. Da questo punto di vista, le correnti dei rifugiati devono essere bloccate alle frontiere occidentali, e nelle regioni in conflitto, devono “accontentarsi” del loro livello di povertà. L’imperialismo di sicurezza, in tal senso, è allo stesso tempo un imperialismo di esclusione in nome della “Fortezza Europa” e della “Fortezza Nord America”. L’obiettivo implicito può essere solo quello di una gerarchia di esclusione scaglionata per continenti, che comprende, in Europa, alcuni pochi Stati direttamente associati alla NATO e all’Unione Europea (tipo l’Ungheria), passando per una serie di Stati da operetta vincolati solo parzialmente (tipo la Croazia), fino ai protettorati o ai paesi del tutto dipendenti, gestiti da organizzazioni internazionali (tipo il Kosovo).

Se, dopo il 1945, la concorrenza fra i blocchi capitalisti degli Stati Uniti e dell’Europa era attenuata dall’interesse comune dato dalla concorrenza con il blocco orientale ed il suo capitalismo di Stato, dopo la fine della Guerra Fredda la logica dell’imperialismo di esclusione e sicurezza globale costituisce un nuovo meta-interesse comune, il cui motore è la crisi velata del sistema globale produttore di merci. La NATO si trasforma da strumento della Guerra Fredda in un mondo bipolare, in polizia mondiale in un mondo unipolare, sotto la direzione degli Stati Uniti, ultima potenza planetaria con il suo incontrastabile potere bellico. Ma questa polizia mondiale può funzionare solo se la NATO esige una sorta di monopolio globale della forza. Ciò significherebbe che l’apparato militare di ogni Stato che non può o non vuole integrarsi nella NATO dovrebbe essere eliminato con la forza. Così facendo, è lo stesso Occidente a mettere in dubbio il principio di sovranità statale e a rendere obsoleta l’ONU: il capitalismo non è più capace di riconoscere il proprio ordinamento giuridico internazionale. È molto improbabile, tuttavia, che l’imperialismo occidentale di sicurezza si instauri effettivamente. I giganteschi costi necessari a mantenere sotto controllo militare un mondo che si sgretola non sono più sostenibili economicamente nemmeno per l’alleanza occidentale. I risultati ottenuti finora per tale polizia planetaria lasciano molto a desiderare. C’è da supporre, piuttosto che gli Stati-incubo, dotati di missili e arsenali atomici come la Russia, la Cina, l’India o il Pakistan, che si trovano da tempo al centro della dinamica globale di crisi, al momento del collasso interno della loro sovranità liberino delle forze distruttive, forze queste che sostituiranno la polizia mondiale.

Simultaneamente, la stessa sovranità degli Stati occidentali si sgretola. Anche l’ultima potenza mondiale, con il suo apparato militare, oggi dipende dal movimento autonomo del capitale finanziario transnazionale, che mina qualsiasi sovranità politica. Burocrazie militari e politico-economiche sovranazionali, con processi decisionali oscuri come la NATO e l’Unione Europea, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, acquisiscono dinamiche proprie in rapporto ad istituzioni legittimate politicamente. Infine, eventi quali il massacro degli studenti a Littleton, i pogrom razzisti di giovani tedeschi o le bombe a orologeria di “Combat 18” e dei “Lupi Bianchi” di Londra dimostrano che la sovranità statale interna dei centri occidentali è altrettanto minacciata di quella del resto del mondo.

Dappertutto la concorrenza economica e sociale sfrenata distrugge il dominio dello Stato, senza creare alcuna altra forma di vincolo comunitario. Per il 21° secolo, quindi, si delinea la tendenza di una “destatalizzazione negativa”: un numero crescente di funzioni statali verrà assorbito da organizzazioni parastatali senza controllo alcuno. L’attuale sovranità verrà sostituita, da un lato, dall’impero dei cartelli transnazionali, dai fondi del capitale finanziario e dai rudimenti di una polizia globale, e, dall’altro lato, dall’impero della mafia, dei signori della guerra e da gruppi terroristi armati. È solo questione di tempo prima che queste due forme decadenti di società capitalista uniscano le forze per assoggettare, col ferro e col fuoco, i cinque miliardi di persone di questa Terra ad un ordine mondiale che già sta rantolando.

Fonte: originale pubblicato su Folha de São Paulo, 1999.

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