La Strategia dello Sviluppo Sostenibile


incidente_auto

Di Antithesis

«Nella sua forma statale e regolamentata, la “lotta contro l’inquinamento” è tenuta, in un primo momento a supporre non più di nuove specializzazioni, ministeri, posti di lavoro per i ragazzi e promozioni all’interno della burocrazia. L’efficacia della lotta sarà perfettamente in sintonia con tale approccio. Mai esso porterà ad una reale volontà di cambiamento, fino a che l’attuale sistema di produzione non sarà del tutto trasformato.» ~ Guy Debord, Il pianeta malato

In questo contesto, è stata articolata la strategia dello “sviluppo sostenibile”, che tenta di “internalizzare le economie ambientali esterne”. Gli strumenti principali utilizzati a tal fine dallo Stato capitalista e dalle organizzazioni capitaliste sovranazionali sono:

Il pagamento di sussidi ad imprese inquinanti, affinché adottino tecnologie che limitino l’inquinamento. Tali sussidi derivano dalla tassazione diretta dei lavoratori salariati, o dalla tassazione indiretta sul consumo. In Grecia, un tipico esempio di una simile tassazione è l’elevata tassa per le energie rinnovabili che viene caricata sulle bollette elettriche. Come accennato in precedenza, in questo modo, lo Stato trasferisce l’incremento del costo del capitale costante – derivante dal declino della produttività delle forze naturali o dall’esaurimento delle risorse naturali – sulla classe operaia, che già paga la maggior parte delle imposte dirette ed indirette. In questo modo, il tasso di plusvalore viene aumentato e allo stesso tempo viene frenata la caduta del saggio di profitto.

Il commercio dei permessi per inquinare e la creazione di un sistema di commercio internazionale per le emissioni di carbonio. La creazione dei mercati del carbonio è stata istituita nel 1997. con il Protocollo di Kyoto. In base a tale protocollo, vengono stabiliti i massimali di emissioni di carbonio per ciascun paese. Se un paese eccede i limiti di emissione, dovrà acquistare, da un altro paese che non ha ecceduto i suoi limiti, una licenza per emettere più carbonio. All’interno di ciascun paese, le emissioni di biossido di carbonio vengono assegnate alle imprese più grandi che creano tali emissioni. Se un’azienda supera la sua soglia, dovrà comprare una licenza di emissioni da un’altra compagnia per evitare il pagamento di una multa; in questo modo, se una compagnia investe in “tecnologia verde”, per mezzo della quale può ridurre le emissioni di carbonio, sarà allora in grado di vendere sul mercato la licenza corrispondente, e quindi potrà generare entrate che copriranno il costo degli investimenti. Inoltre, il Protocollo di Kyoto include il Clean Development Mechanism (CDM), secondo il quale i paesi sviluppati e i paesi che operano in essi possono comprare “crediti di emissione” attraverso l’attuazione di progetti di “clean development” nei paesi del Sud del mondo, che ha un basso tasso di emissioni, che non sono obbligati a ridurli. Oltre al mercato dei CDM, che è sotto la supervisione dell’ONU, esiste anche il “Voluntary Offset Market” (VOM), che non fa parte del sistema forma di riduzione delle emissioni, e che non si basa sulle licenze e sulle multe stabilite dal Protocollo di Kyoto.

In pratica, le quote relative alle emissioni di diossido di carbonio originariamente concesse ai paesi sviluppati erano molto alte, e perciò molte grandi compagnie del Nord, anziché tagliare le emissioni per arrivare agli obiettivi di Kyoto, hanno fatto (e continuano a fare) investimenti in un presunto progetto per lo “sviluppo pulito”, nei paesi del Sud, al fine di comprare “crediti di emissione”. Alcune aziende, come la Land Rover, promuovono addirittura l’inganno di non emettere diossido di carbonio, perché hanno investito in turbine eoliche e in biocarburanti nei paesi meno sviluppati, compensando ed “esportando” così in questo modo le loro emissioni. Lo stesso avviene per interi paesi che sembrano rispettare gli obiettivi di Kyoto, dal momento che comprano crediti di emissione. Anziché lavorare ad una riduzione delle emissioni di diossido di carbonio, il mercato delle emissioni promuove gli investimenti capitalisti da parte dei paesi sviluppati nei paesi del Sud del mondo, e costituisce un’altra redditizia impresa. Quando i cosiddetti progetti di “sviluppo pulito” nel Sud non incrementano le emissioni globali di carbonio sul pianeta a causa dell’espansione dell’attività industriale, creano ulteriori problemi ambientali, come l’esaurimento della fertilità del suolo dovuto agli investimenti in biocarburanti, cosa che ha come conseguenza anche quella di far aumentare i prezzi del cibo, con l’aumento dell’utilizzo dei fertilizzanti chimici, dal momento che i coltivatori dei paesi “in via di sviluppo” vengono privati di quei fertilizzanti naturali che ora vengono usati come biocarburanti, con la perdita della biodiversità, dovuta alla distruzione dell’habitat della fauna selvaggia e allo sterminio di un’ampia parte della popolazione di uccelli a causa dell’installazione di parchi eolici e così via.

Lo sviluppo del mercato verde per i consumatori e l’ecoturismo. Questa tattica, che tenta di dissipare le preoccupazioni che riguardano la questione dello spreco e della distruzione delle risorse naturali attraverso il cosiddetto consumo verde, che viene riconosciuto come una nicchia di mercato promettente. Soprattutto l’ecoturismo, che ha portato al sovra-sfruttamento turistico delle regioni del mondo sottosviluppato. I programmi di protezione ambientale nei paesi del Sud del mondo, portano spesso alla violenta espulsione delle popolazioni locali, che perdono il loro accesso alla terra e alle risorse naturali, un fenomeno che è parte dei processi di accumulazione primitiva in corso nella periferia capitalista.

La promozione dell’ideologia della “responsabilità del consumatore” e del “comportamento ecologico”. Questa ideologia serve a trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, ed è un ostacolo allo sviluppo della mobilitazione collettiva contro lo spreco delle risorse naturali.

Pertanto, come abbiamo cercato di dimostrare, come un dato di fatto, la politica ambientale capitalista è diretta contro la natura e contro la soddisfazione dei bisogni, riproducendo la separazione e l’alienazione della società rispetto alla natura. Oltre a trasferire sul proletariato il costo del degrado ambientale, mira anche alla creazione di nuove strade che possano portare a redditizi investimenti di capitale.

Fonte: sinistrainrete

Annunci

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...