La Sovranità della Polizia


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Di Giorgio Agamben. Fonte: The Anarchist Library.

Tra le lezioni meno ambigue apprese dalla Guerra nel Golfo c’è che finalmente è stato introdotto il concetto di sovranità nella figura della polizia. La nonchalance con cui l’esercizio di un particolare ius belli è stato qui mascherato da semplice “operazione di polizia” non può essere considerata una cinica mistificazione (come hanno fatto alcuni critici giustamente sdegnati). La caratteristica più spettacolare di ciò è forse che le ragioni presentate a giustificazione non possono essere liquidate come sovrastrutture ideologiche impiegate per celare un piano nascosto. Al contrario, l’ideologia è penetrata così profondamente nella realtà che le ragioni dichiarate devono essere prese col loro senso rigorosamente letterale, soprattutto quelle riguardanti l’idea di un nuovo ordine mondiale. Questo non significa, però, che la Guerra nel Golfo sia stata una salutare limitazione della sovranità statale in quanto costretta a fare da poliziotto al servizio di un organismo sovranazionale (che è ciò che apologisti e giuristi improvvisati hanno cercato, in malafede, di dimostrare).

Il fatto è che la polizia, contrariamente a quel che si crede, non esegue semplicemente la funzione amministrativa di applicare la legge. È invece il punto in cui, più che altrove, la prossimità e l’interscambio quasi costitutivo tra violenza e diritto, rappresentato dalla figura del sovrano, si mostra nella sua massima nudità e chiarezza. Secondo l’antico diritto consuetudinario romano, nessuno per nessuna ragione poteva frapporsi tra il console, detentore dell’imperium, e il littore più vicino, quello che portava l’ascia sacrificale (usata per eseguire la pena capitale). Questa contiguità non è accidentale. Se infatti il sovrano è colui che indica il punto in cui violenza e diritto si confondono, proclamando lo stato d’eccezione e sospendendo la validità della legge, la polizia opera sempre entro un simile stato d’eccezione. La logica dietro l’“ordine pubblico” e la “sicurezza”, sulla base della quale la polizia deve decidere come agire nei singoli casi, marca un’area indistinta tra violenza e diritto che è esattamente simmetrica alla logica della sovranità. Giustamente Benjamin nota: “Affermare che i fini della violenza poliziesca non cambiano mai, o che addirittura sono connessi ai fini della legge, è completamente falso. La ‘legge’ della polizia marca invece il punto in cui lo stato, vuoi per impotenza o vuoi a causa delle connessioni immanenti all’interno di ogni ordinamento giuridico, non può più garantire, con metodi legali, i fini empirici che è determinato ad ottenere ad ogni costo.”

Da qui lo sfoggio delle armi che caratterizza la polizia di tutte le epoche. Ciò che conta qui non è tanto la minaccia rivolta contro chi infrange il diritto, ma l’ostentazione di quella violenza sovrana testimoniata dalla prossimità corporea tra il console e il littore. Tale ostentazione, infatti, ha luogo nei luoghi pubblici più pacifici, in particolare durante le cerimonie ufficiali.

Questa imbarazzante contiguità tra sovranità e funzioni di polizia si esprime in quella tangibile sacralità che, secondo codici antichi, lega la figura del sovrano alla figura del boia. Questa contiguità non è mai stata così evidente come in occasione di un incontro fortuito avvento il 14 luglio 1418. Racconta un cronista che il duca di Borgogna era appena entrato a Parigi da conquistatore alla testa dei suoi soldati quando, lungo il cammino, incontrò il boia Coqueluche, che aveva avuto molto lavoro negli ultimi giorni. Secondo la cronaca, il boia, coperto di sangue, si avvicinò al sovrano e prendendogli la mano urlò: “Mon beau frère!”

Il rientro del concetto di sovranità nella figura del poliziotto, dunque, non è affatto rassicurante. Come è dimostrato da un fatto che ancora oggi sorprende gli storici del Terzo Reich, ovvero che lo sterminio degli ebrei fu concepito dall’inizio alla fine esclusivamente come un’operazione di polizia. Si sa che non è mai stato trovato un solo documento che dimostri che il genocidio fu una decisione presa da un organo sovrano: l’unico documento che abbiamo, a questo proposito, è la trascrizione di un incontro avvenuto il 20 gennaio 1942 al Grosser Wannsee, incontro a cui parteciparono ufficiali di polizia di grado medio e basso. L’unico degno di nota è Adolph Eichmann, capo della divisione B-4 della quarta sezione della Gestapo. Lo sterminio degli ebrei fu così metodico ed efficiente solo perché concepito ed eseguito come un’operazione di polizia; viceversa, è proprio perché il genocidio era una “operazione di polizia” che oggi appare, agli occhi dell’umanità civilizzata, tanto più atroce e infamante.

La designazione del sovrano a poliziotto ha anche un altro corollario: obbliga a criminalizzare l’avversario. Nota Schmitt che, secondo il diritto pubblico europeo, il principio par in parem non habet iurisdictionem eliminava la possibilità che il sovrano di uno stato nemico fosse giudicato come i criminali. La dichiarazione di guerra non implicava la sospensione né di questo principio né delle convenzioni che garantivano che una guerra contro un nemico a cui veniva garantita pari dignità avesse luogo secondo regole precise (tra le quali la distinzione netta tra esercito e popolazione civile). Dalla fine della Prima Guerra Mondiale in poi assistiamo ad un processo per cui il nemico viene prima di tutto escluso dal consorzio umano e marchiato come criminale; solo a questo punto diventa possibile e lecito eliminare il nemico con una “operazione di polizia”. Una tale operazione non è costretta a rispettare alcuna norma giuridica, pertanto può non fare alcuna distinzione tra popolazione civile e militari, così come tra la gente comune e il loro criminale sovrano, riportando così la guerra alle condizioni più arcaiche.

Lo scivolamento della sovranità verso i lati più oscuri della polizia, però, ha almeno un aspetto positivo che vale la pena notare. I capi di stato, che corrono a criminalizzare il nemico con così tanto zelo, non hanno ancora capito che questa criminalizzazione può essere rivolta contro di loro. Non esiste oggi capo di stato, sulla terra, che non sia, in questo senso, praticamente un criminale. Chiunque oggi indossi la triste redingote della sovranità sa che da un giorno all’altro può essere trattato da criminale dai suoi stessi colleghi. E certo non saremmo noi a compiangerli. I sovrani che accettano la parte del poliziotto o del boia, in realtà non fanno che mostrare, alla fine, la loro originale prossimità con il criminale.

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