Una Semplice Riforma


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Di William Gillis. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 6 settembre 2018 con il titolo A Simple Reform. Traduzione di Enrico Sanna.

Se il problema delle tasse è che sono una violenza, allora ogni riformismo fiscale coerentemente e consistentemente libertario come prima cosa dovrebbe diminuire il numero di persone derubate. Questo, ovviamente, significa eliminare completamente le tasse sui più poveri.

Secondo il principio di non aggressione (PNA), un balordo che, pistola in pugno, ti prende il portafogli commette un crimine a prescindere dal valore che tu, soggettivamente, attribuisci al contenuto del portafogli. Dunque, se il braccio armato dello stato prende 20 dollari da un poveraccio o 2.000.000 di dollari da un ricco, commette in un certo senso lo stesso crimine. Il problema principale, dice il PNA, è la violenza, l’aggressione, la minaccia di un danno fisico, non tanto ciò che se ne ottiene.

Abolire completamente le tasse su, diciamo, il 50% più povero non solo sarebbe la riforma fiscale progressiva più coerentemente libertaria, perché eliminerebbe il maggior numero di furti con un costo minimo, ma avrebbe anche il beneficio di costringere la sinistra statalista a spiegare perché presume di saper spendere i soldi dei poveri meglio di loro. Sarebbe semplicissimo: i rappresentanti libertari presentano un disegno di legge che innalza la soglia dell’esenzione totale di qualche migliaio di dollari. Sarebbe come liberare dal carcere di milioni di persone. E l’impatto netto sul bilancio sarebbe minimo, meno di tanti altri tagli fiscali. Sinistra e liberal, d’istinto contro ogni taglio fiscale, non potrebbero gridare al “taglio a favore dei ricchi”, sarebbero costretti a spiegare direttamente ai poveri perché si ritengono “più saggi di loro”.

Certo qualcuno potrebbe obiettare inorridito che è “ingiusto” tassare alcuni e non altri. Dopotutto, tanti conservatori “flat-taxisti” pensano di sapere meglio di chiunque che è meglio tassare tutti che lasciare qualcuno fuori dalle grinfie statali. Ma è una logica antilibertaria. Dovremmo dire no ad una riforma che libera dal carcere solo alcuni drogati? Certo dobbiamo cercare di liberarne il più possibile. E se il senso della giustizia suggerisce che ognuno è equamente aggredito dallo stato perché non dire anche che dovrebbe essere equamente ricco?

Qualche leccapiedi potrebbe dire che rubare ai ricchi è sostanzialmente peggio che rubare ai poveri. È un ragionamento piuttosto arduo per tante ragioni, non ultima perché il denaro per i poveri pesa più che per i ricchi. Disperazione, costo opportunità, barriere all’ingresso, eccetera colpiscono di più i poveri. Se il 50% del reddito di un ricco ha un peso relativamente marginale, il 5% del reddito di un povero ha spesso un peso drammatico. Chi obietta sostenendo che l’utilità è fortemente soggettiva, e che forse il ricco attribuisce un valore enorme ai milioni extra, esagera perché sarebbe come dire che i due furti si equivalgono. Anche senza estrapolare deduzioni sul valore soggettivo, rimanendo nell’ambito di un qualche valore morale oggettivo indipendente dal valore del denaro carpito, occorrerebbe escludere interamente l’ingiustizia del furto violento per far apparire il furto ai danni dei poveri come poca cosa rispetto alla somma più grande estratta ai ricchi.

E con questo arriviamo a perché i libertari in generale non lottano per liberare i poveri dal fisco.

Nonostante tutto il parlare di principi di non aggressione e antistatalismo, il movimento libertario resta in gran parte ancorato ad una visione di destra del conflitto di classe per cui i poveri sono parassiti e i ricchi perlopiù demiurgi ingiustamente gravati. Da qui la fama di difensori delle élite, che giustificano la violenza che storicamente ha creato e mantenuto le assurde ricchezze, e che talvolta arrivano a sostenere nuovi orrori pur di salvare dette élite. Quest’oscenità, che è sempre stata nascosta dal velo sottilissimo del sostegno alla libertà, deve essere affrontata quando cerca di appropriarsi e di usare come arma gli argomenti retorici degli assolutisti del PNA.

Quanto a me, sono sincero riguardo le mie opinioni in questioni sociali: non credo nel PNA, sono un consequenzialista e voglio l’allargamento delle libertà di tutti. Credo che, concentrandosi sull’aggressione immediata e visibile, il PNA funga da copertura per quei trucchetti che servono a nascondere la coercizione e l’oppressione sistemica. Per creare un mercato davvero liberato occorre prima abbattere le gerarchie economiche autoperpetuanti originate da titaniche violenze storiche e una multiforme attività di sostegno statale, e per mantenere detto mercato una volta creato occorre un’attiva pressione socioculturale che lotti per impedire in tutti i modi il riemergere delle élite economiche e delle strutture di classe. Da anarchico non solo sono convinto che possiamo farlo senza rafforzare o ricorrere ad un apparato violento centralizzato come lo stato, ma penso anche che l’unica strada percorribile sia quella che fa a meno dello stato.

Personalmente, sosterrei l’abolizione delle tasse sui poveri non solo perché così diminuirebbero i furti commessi dallo stato, ma anche perché penso che i poveri nella nostra società trovino molti più ostacoli dei ricchi e che meritino un risarcimento per tutte le ingiustizie che hanno prosciugato e frustrato la loro esistenza. Credo anche che i poveri siano, generalmente parlando, traboccanti di creatività e capacità produttiva non riconosciuta o soppressa, la cui liberazione sarà un beneficio gratuito per tutti.

Le tasse esplicitamente pagate dai poveri allo stato sono solo una piccola parte dei loro problemi in questa nostra pseudofeudale economia distorta, abbastanza però da provocare orrore e offesa in chiunque abbia una coscienza.

I socialisti potrebbero obiettare che un programma che abolisce le tasse per i poveri senza contestualmente alzarle ai ricchi potrebbe far collassare il sostegno pubblico ai servizi sociali statali, con lo stato che verrebbe catturato dagli interessi di pochi contribuenti e trasformato in servizio esplicitamente di autotutela, mentre lo stato sociale verrebbe usato unicamente per contenere i disoccupati ai fini dello sfruttamento. Ma che differenza ci sarebbe rispetto ad ora? Cosa si ottiene costringendo con la forza i poveri a pagare, con grandi sacrifici personali, una piccola parte del bilancio statale? Dire “tutti contribuiamo” è un modo orribile di giustificare la ridistribuzione. Se la democrazia è il fine, come puoi giustificarti quando nascondi agli elettori i tuoi valori e i fini reali?

Se uno pensa che indebolire la giustificazione del “tutti contribuiamo” significa indebolire anche il sostegno allo stato e alla democrazia maggioritaria, impedire che la gente veda il tutto come un “impegno collettivo”, per me tutto ciò è positivo.

Con la pressione sociale, la porzione della popolazione che paga le tasse potrebbe ridursi ai più ricchi in assoluto, e questi, al fine di evitare le tasse, potrebbero a loro volta cedere le loro enormi ricchezze ingiustamente acquisite o lasciare che vengano ridotte quasi a zero. In uno scenario del genere lo stato scomparirebbe, e questa sarebbe certamente una vittoria per tutti! Senza lo stato e ridotti a zero, potrebbero anche tornare ad accumulare ricchezza, ma senza sotterfugi e tasse l’accumulazione sarebbe soggetta ad un forte calo dei profitti e ad una diffusa condanna sociale. Buon per loro se riescono a fare qualcosa senza partire dal furto e senza l’aiuto delle istituzioni plutocratiche.

Sono d’accordo coi socialisti quando dicono che i poveri sono pesantemente oppressi. Prima di arrivare a qualcosa che somigli anche lontanamente ad un libero mercato o a una società libera occorre un’enorme ridistribuzione delle ricchezze. Ma da anarchico credo che le riforme debbano venire dal basso, non dall’alto. Lo stato non farebbe che riprodurre quella centralizzazione e quella violenza che sono al suo cuore.

Eliminare lo stato dalla nostra vita. Io sarei per la rivoluzione, ma se si vuole essere riformisti cominciamo dall’abolizione delle tasse per i poveri. I socialisti contrari non farebbero altro che denunciare il loro amore per lo stato paternalistico. Quanto ai libertari, rivelerebbero la loro adorazione per l’aristocrazia plutocratica.

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