Dietro Fico


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Di Diego Rosa. Originale pubblicato su A-rivista anarchica, estate 2018.

Un nostro collaboratore “veronelliano” visita e analizza la Fabbrica Italiana Contadina aperta di recente a Bologna. E la demolisce. In senso figurato, s’intende.

Fico, la Fabbrica Italiana Contadina, sembra una follia ma è la lucida conclusione di una lunga parabola e l’inizio di un nuovo percorso: turismo in entrata e prodotti agroalimentari da esportare. Di conseguenza il nostro paese va sistemato per dare assoluta garanzia di tranquillità, bellezza e buon cibo. Un percorso questo che, come vedremo, è nato a sinistra e che all’inizio sembrava rivoluzionario attirando a sé simpatie e condivisioni indistinte da tutto il mondo. Però nello stesso tempo ha creato una rete stretta col capitalismo italiano che sta cercando nuove strade. Il messaggio che passa è “scelgo per te il meglio, fidati e sarai felice”.

L’unico ad avere visto, fin dagli inizi, una certa ambiguità e inaffidabilità è stato Luigi Veronelli, ancorato saldamente al suo concetto di anarchia, di individualità e di assunzione di responsabilità. Ma procediamo con ordine.

La felicità, in questa “società dello spettacolo”, ci insegna Debord, si riassume nel cercare ciò che si trova e non nel trovare ciò che si cerca. Fico (Fabbrica Italiana Contadina) in questo senso è il “delitto perfetto”. L’individuo nel tempo è stato dissolto lentamente e alla fine è impotente e prigioniero. Partiamo dalla storia chomskyana della “rana bollita”? Quando la rana viene messa nell’acqua, che è sul fuoco, sente un piacevole tepore e si crogiola contenta. Quando l’acqua diventa sempre più calda, la rana comincia a non stare più così bene perché è sempre più debole e quando arriva la bollitura non è più in grado di reagire. Se fosse stata immersa direttamente nell’acqua bollente avrebbe reagito schizzando fuori all’istante. Così è la storia che porta a Fico e che, come vedremo, viene da lontano.

È importante sottolineare che Fico può essere solo a Bologna, città del cibo e del sapere, Bologna “la dotta e la grassa”. È anche la capitale del capitalismo emiliano, una particolare socialdemocrazia dove il potere pubblico di sinistra governa e dove prosperano le cooperative rosse. Tornando alla rana e a Fico, termina qui un discorso iniziato trent’anni fa, nel 1986, col Gambero Rosso che, passando per Arcigola, arriva fino a Slow Food e ora a Fico. Il Gambero Rosso nasce come inserto del “Manifesto”. Si interessa del “mondo del cibo” e del suo percorso, dalla semina alla tavola pubblica e privata. Lo fa da sinistra, questa è la novità.

Nel 1989 nasce Slow-Food che aggiunge “la tutela e il diritto al piacere”. “Noi siamo un’associazione che vuole cambiare il mondo, che ha d’interesse salvare il pianeta praticando il piacere”. Il profitto, il capitalismo, questo il primo messaggio, non sono più i nemici dichiarati perché Slow Food, ci dice Petrini, è una pratica non rivoluzionaria in quanto il consumo non ha più nulla a che vedere con la produzione. Infatti anche se è vicino ai movimenti No global, Slow Food non userà mai i metodi di José Bové, anzi rinnega perfino la conflittualità dimostrativa, simbolica. Slow Food, guarda caso, esploderà e raggiungerà una dimensione planetaria nel periodo della “concertazione” (inizio ’90 del ‘900), quando tutti, partiti e sindacati sostengono la resa incondizionata e c’è l’azione dei “governi-Attila” o proto-tecnici di Amato e Ciampi: dalla parte di Slow Food si schierano tanti personaggi famosi, da Guccini a Dario Fo, al regista Olmi, a Ermete Realacci, a Valentino Parlato, per citarne alcuni, e addirittura il principe Carlo d’Inghilterra. Dopo il “Salone del gusto” del 2000 il governo Berlusconi dà 200.000 euro per ogni Presidio di Slow Food: sono soldi di tutti noi, anche di quelli che non possono permettersi i prodotti in questione che, grazie al nuovo marchio, aumentano automaticamente, triplicandoli, i prezzi. E la merce a marchio Slow Food, diffusa dalla Coop, è ormai per una élite che può permettersela. Tomacelli scrive che “il marchio Slow Food (finisce per) valere oro e Petrini deve solo scegliere a chi vendere le sue visioni”.

La guerra dei marchi e delle sigle è spietata. Molto gettonati sono DOP e IGP, valgono finanziamenti e sono spacciati per assoluta garanzia di qualità e trasparenza, ma non è così. Si sa che è importante l’origine del prodotto e si dà per scontato che le sigle garantiscano l’informazione, ma non è così perché, per la legislazione europea, l’origine del prodotto si ha dove avviene l’ultima trasformazione sostanziale che, in parole povere, è l’imballaggio. Famoso è stato il caso del “Pomodoro pelato di Napoli IGP” che con la “Mozzarella di Gioia del Colle DOP” ha fatto litigare Puglia e Campania. “Pomodoro pelato di Napoli”, ma in realtà coltivato quasi esclusivamente (95%) nel Tavoliere della Puglia, in provincia di Foggia, e il restante 5% proveniente dal Molise e Basilicata. Etichettato “di Napoli” perché imballato a Napoli.

Le De. Co. proposte da Luigi Veronelli

Luigi Veronelli, che da sempre ha preteso il diritto al piacere, alla libertà e alla vita, ha proposto, invece, per la massima trasparenza, le Denominazioni Comunali (De. Co.) contro i mercati che hanno la convenienza a imporre i propri prodotti globalizzati, acquistati dove più conviene. Complice assoluta e silenziosa di questo schifoso imbroglio è la “Grande distribuzione organizzata” (Gdo) che si scaglia contro le “aziende locusta”, ma poi mette tranquillamente i loro prodotti sugli scaffali (vedi Coop). Le aziende locusta sono quelle che ne hanno inglobate molte altre mantenendone i marchi: un esempio è la famigerata Nestlè. Veronelli ha quindi proposto che ogni bene, non solo alimentare, possa fregiarsi del nome del comune all’interno del quale è prodotto. Il Sindaco fa da garante, non lo Stato.

La De. Co. non entra nel merito della qualità, ma garantisce solo l’origine, la territorialità del bene. “La Denominazione d’origine Comunale significa…nient’altro che la scrittura in etichetta del nome del territorio di coltivazione e di trasformazione (si vuole che i due siti coincidano). Non c’è un disciplinare di produzione: c’è solo la terra coi suoi confini”. La qualità sarà sancita dalla capacità del contadino di produrre un prodotto eccellente e di metterlo sul mercato.

Questo è il modo di scardinare il potere delle multinazionali e restituire i diritti alle comunità locali evidenziando la responsabilità dei produttori. Le De. Co. sono una rivendicazione dal basso dell’importanza del territorio e degli individui. È sotto questo aspetto che Veronelli non accetta l’“arca dei presìdi” di Slow Food. Petrini vuole come garante lo Stato, Veronelli invece la Comunità dove si trova e dove si produce il prodotto. “…(Petrini) lui marxista e io anarchico (abbiamo) avuto lo stesso identico proposito: far divenire benestanti i poveri e frenare la possanza dei ricchi. Diversissime le vie: lui attraverso una organizzazione partitica (desmais pluripartitica), io con l’anarchia, ossia con l’assunzione individuale di responsabilità… Contrasto sì. Lui a sostenere l’esigenza dell’autorità, io quella sola degli individui”. Il Presìdio garantisce la qualità, anzi esclude che il prodotto non abbia qualità, ma non garantisce la particolarità, che è la vera eccellenza. Poi tiene controllati i guadagni del produttore (non i prezzi sul mercato) che deve adattarsi.

È vero. le De.Co. non sono una patente, ma la constatazione di ciò che la terra produce in un luogo e che può divenire, grazie al lavoro artigiano, una eccellenza che però la De.Co. non certifica. Saranno i compratori del prodotto a certificarla nei fatti. Il marchio Slow Food è invece una patente che permette di aumentare molto i profitti del distributore. Con tutti i rischi collaterali che si corrono. Fico ne è la dimostrazione. È la fine di ogni individualità, è il frutto di un grande compromesso che porta alla riduzione della qualità assoluta e all’unidirezionalità dell’offerta.

Su tutto un dio, il profitto

A questo aggiungiamo attualmente un clima, non certo spontaneo, di grande festa continua e un messaggio subliminale sempre presente: il mondo è troppo parcellizzato e tu, lavorando, mi devi delegare la tutela della tua salute, della tua cultura, della tua gioia, del tuo piacere. Su tutto c’è un dio: il profitto. E se nel tutto uno ha tanto, per gli altri deve esserci sempre meno. Poi diventa importante una scuola che trasmetta questo sapere, che crei dei funzionari rigidi e attenti e dei futuri utenti-clienti disciplinati, una massa silenziosa, speranzosa e perennemente convinta di essere felice.

Serve anche un periodo di pace per potere lavorare bene. Un periodo in cui tutte le istituzioni collaborano e in cui non ci siano rivendicazioni, né lotte conseguenti. Slow Food, ci dice Petrini, garantisce un avvenire migliore perciò non c’è bisogno di lottare. Veronelli invece invitava anche alla sovversione, assolutamente non violenta, quando necessaria. “La società la cambi se la vivi, se ci sei dentro, se puoi operare con trattative continue all’inizio per un mantenimento, sino alla sovversione. Quando condivisa dalla stragrande maggioranza della popolazione, è l’apice della democrazia”.

Ed eccoci a Fico. La descrizione che ne fa Bukowsky sul sito “Wu Ming” è impietosa e impareggiabile. “Il superstore è naturalmente un negozio “green” e il più sfacciato “greenwashing” (significa costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale) lo abbraccia da tutti i lati con percorsi pedonali (…) e il nuovo tratto ciclabile, alberelli striminziti e postazioni per le auto elettriche”.

Ricordiamo che a Bologna ci sono già nove maxistore alimentari oltre a tanti punti vendita più piccoli. Una vera invasione nata dal rapporto morboso tra Partito Democratico e Grande distribuzione organizzata (Gdo) che ormai con la Coop è proprietaria di Bologna, diventata un ipermercato con possibilità di alloggio, il cui centro storico è un centro commerciale naturale. Il comune è poi proprietario di “Caab” (valore 60 milioni di euro), un mercato generale agroalimentare enorme e sottoutilizzato. È stato uno spreco di denaro e territorio.

Si ripuliscono le città per i clienti futuri

Ora è la struttura di Fico. La grande area verde di fronte a Fico è in attesa di cementificazione da vent’anni. Oggi è di proprietà di Carisbo, che è dentro a Fico.

Fico potrebbe quindi rendere attrattiva un’area considerata troppo popolare, perciò invendibile, tanto che il “Sole 24 ore” la definisce “soprattutto un progetto immobiliare innovativo, il primo nel suo genere”. Nel gruppo di finanziatori di Fico ci sono pure Coop Alleanza 3.0 e Reno, Legacoop e, sopra a tutti, ci sono gli enti previdenziali privatizzati, cioè le casse dei liberi professionisti che nel tempo si sono alleggerite dell’investimento diretto in immobili vendendo le residenze. Un investimento che rendeva poco, anzi pesava sui conti. Ora, come ci dice sempre il “Sole 24 ore”, acquistano il “mattone di carta” invece del “mattona reale”. Perché investire in immobili che si potrebbero dare in affitto? Meglio partecipare a fondi che sono speculativi, gentrificanti e ricchi di cemento. La loro strategia è distruggere, con la menzogna della riqualificazione, interi quartieri popolari (abbiamo visto che qui nemmeno si iniziano a costruire) rendendo la vita impossibile ai vecchi abitanti, poi si cacciano anche le associazioni di territorio e i centri sociali.

Si ripuliscono le città per i turisti futuri. Tra gli altri investitori abbiamo Fondazione Carisbo, Poligrafici (editore del Resto del Carlino), banche, Eataly, cioè Oscar Farinetti, e Prelios Sgr che gestisce il fondo Pai. Del gruppo Prelios fa parte Pirelli & C. Spa le cui azioni sono in mano a Chem China, colosso dei pesticidi e fertilizzanti chimici.

Fico però si presenta come “luogo di produzione di valori”, prima che di prodotti. È Fabbrica Italiana, è Contadina, intesa come pratica, pienamente connessa alla terra. Cosa ci fanno, ci chiediamo, dentro a Fico aziende come Mutti, Balocco, Venchi, Carpigiani, tanto per citarne alcuni, che di certo sono molto lontane dal contadino, dall’artigianalità, dal localismo, dal recupero dei valori… E cos’è diventata Slow Food che ora ha a che fare con Autogrill, che è di Benetton, Barilla, Ferrero, Parmacotto? Quanta acqua è passata sotto i ponti da quando Veronelli, morto nel 2004, dialogava, anche se a distanza, col Petrini marxista, prevedendo tutto ciò. E la partecipazione a Expo 2015 insieme a chi portava gli Ogm? Petrini risponde che è rispettoso delle nostre leggi, perciò ora è contro gli Ogm che sono vietati, però un domani…

Degrado è anche la vita reale

Fico vuole più di dieci milioni di visitatori l’anno che al mattino visiteranno Fico e al pomeriggio faranno shopping nel centro di Bologna. Vuole gareggiare con Disneyworld di Parigi e diventare il monumento più visitato d’Italia (sic!). Quindi nessuna regola. Questo è il secondo salto di qualità richiesto. Ecco allora la campagna del “compagno” Farinetti contro i funzionari pubblici che lottano contro il bene dello stato ingigantendo la burocrazia: vanno licenziati. Il ceto politico va selezionato dal padronato ed è sempre revocabile. Ogni amministrazione deve quindi lavorare per il bene e il progresso dell’Italia. Il 21 maggio del 2013 a La7, nella trasmissione “l’aria che tira”, Farinetti dice che “…è arrivato il momento che noi e voi (…), noi imprenditori e voi sindaci, ci becchiamo un po’ di avvisi di garanzia e facciamo delle robe: questa rivoluzione dobbiamo incominciarla noi, freghiamocene… Io non lo nascondo che dei miei 21 Eataly che ci sono in Italia, 7 o 8 li ho aperti senza licenza, perché non me la davano per problemi burocratici. Io ho aperto e ho invitato i sindaci all’inaugurazione”.

Abbiamo già visto che un’altra parola d’ordine è “lotta al degrado”, quindi gentrificazione e via gli assembramenti nelle piazze del centro. Degrado è anche la vita reale, quella dei lavoratori e dei poveri. C’è un’equazione tra marginalità sociale e spazzatura. I quartieri vanno ripuliti e rimessi a nuovo, senza più poveri e lavoratori, portatori di povertà e la povertà è brutta da vedere. La lotta al degrado è anche divieto di conflitto. Chi ha poco non deve farsi sentire, non deve alzare la voce. Per Farinetti il nostro mix di bellezza (paesaggi, arte, agroalimentare) è “il nostro giacimento petrolifero”. Il suo piano è “turismo e commercio” perciò servono condizioni di lavoro assolutamente precarie e nessuna garanzia perché quest’ultima serve solo a chi non ha voglia di lavorare. “C’è tutto un mondo che ha voglia d’Italia. Quindi c’è Fico, la prima risposta importante”. Chi devono essere i visitatori di Fico? “I turisti di tutto il mondo, i ragazzi delle scuole elementari e medie, i cittadini di tutt’Italia…”

Alla fine chi può credere che in questo luogo coi suoi alberelli striminziti, con qualche decina di animali in mostra e qualche orticello, con prodotti che si trovano in qualsiasi ipermercato e oltretutto qui costano di più, con ristoranti, pizzerie e chioschetti da vecchia festa de L’Unità… vengano almeno dieci milioni di persone l’anno? La fine di Fico sarà quella di un centro commerciale qualsiasi e “i turisti di tutto il mondo” diventeranno “visitatori qualsiasi”. In fondo ci sono già centri commerciali visitati da cinque milioni di persone e tre milioni sono clienti. Si deduce che il Comune di Bologna ha dato immobili e costose infrastrutture per un centro commerciale che servirà per affari di cemento. E le famiglie se non andranno all’Ipercoop andranno all’Iperfico: sono sempre soldi che entreranno alla Coop che è il primo investitore privato di Fico ed ha messo a reddito l’intera città di Bologna. Vale la pena ricordare che la Coop non opera come una catena di negozi, ma ridisegna ogni cosa, per esempio la distribuzione del cibo attraverso le proprie centrali d’acquisto. Riscrive i ruoli lavorativi nella filiera sovrasfruttando le aziende con contratti capestro e queste si rifanno poi sui lavoratori che sono sfruttati e sempre più precari. Determina poi il consumo passando, senza alcun problema da “4 salti in padella” a Slow Food. Coop e Gdo risalgono il processo produttivo a ritroso. Non tengono conto delle scelte agricole, ma le determinano attraverso l’imposizione di quali varietà e in quali luoghi.

Sicurezza, ordine, nessuna possibilità di critica

Gli agricoltori perdono la loro autonomia. Il processo produttivo è quello di un gambero. È la Gdo che dà norme precise per tutto, dai pesticidi ai concimi, dai prodotti alla manodopera, alla logistica. A questo punto non serve conoscere l’agricoltura. E la società deve collaborare col volontariato, come a Expo 2015, con i tirocini gratuiti pagati dalla Regione. L’ultima notizia è del 15 maggio scorso. “La Repubblica”, giornale sfacciatamente allineato con Fico e Slow Food (vedere, tra gli altri articoli, l’inserto del 14 dicembre 2017: “Fico. Italian restaurant. Dalla ‘nduja alla fassona una tavola per 20 regioni”. Petrini scrive poi sul giornale, pubblica un articolo con questo titolo “Rifugiati a scuola da Slow Food: il cibo è integrazione. Lezioni di nutrizione e di cucina a Pollenzo, poi il tirocinio a Eataly. Così trovare lavoro in Italia sarà più facile”. Farinetti e la combriccola trovano normale lo sfruttamento, spacciato per “farsi le ossa” o “imparare” senza retribuzione per poi entrare nel mondo del lavoro. È l’ultima frontiera.

A Fico poi, nonostante gli accordi coi sindacati, è cominciata, da subito, la scrematura dei lavoratori, cioè la girandola degli assunti che vanno e vengono. La strada fin qui descritta potrebbe continuare col grande progetto per il Sud e la sua sharmelsheikizzazione sempre accompagnati da cemento, privatizzazione dei beni pubblici e ambientali, bassi salari, precariato e repressione politica e sindacale. Si punta su sole, vacanze, convivialità, ingegno italico e privatizzazione. L’Italia deve diventare il paese di Bengodi, del gusto e dello stile. Non sono questi lo slowfoodismo e il farinettismo? Ecco che allora arriva “Italiadecide” fondata da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi e che ha tra i suoi Padoan, Violante, Tremonti e Gianni Letta. Tra i soci ordinari poi troviamo Benetton (Autostrade per l’Italia) e Intesa Sanpaolo, partners di Slow Food, di Fico, di Expo 2015, delle speculazioni immobiliari. Tutti al grido di “economia territoriale sostenibile e competitiva”. Si propone un concetto innovativo del turismo internazionale perciò servono sicurezza, ordine, nessuna libertà di critica che minacci il sistema paese. Quindi divieto di conflitto e risistemazione dei territori. Allora il futuro meraviglioso è turismo in entrata e esportazione di prodotti agroalimentari. Esportare “food” significa dovere importare materie prime, perché le nostre non basterebbero. Ecco che allora tutti i grandi discorsi sulla biodiversità e sulla nostra eccellenza vanno, come suol dirsi, a farsi fottere.

Altra cosa ritenuta molto importante è educare bambini e bambine a considerare l’agricoltura null’altro che una variante dei tanti centri commerciali che hanno visitato durante i loro verdissimi anni. Farinetti ha poi inaugurato a Bologna il suo “programma di educazione al turismo, un lavoro educativo che parte dalle cose minime (il salutare, il sorridere, essere disponibili, non buttare a terra i rifiuti) fino a quelle più complesse (amare e studiare il proprio territorio, essere d’esempio) e poi la scuola italiana deve specializzarsi sul turismo (dalle elementari all’università)”. Una volta adulti i nostri bimbi saranno pronti per essere inseriti nella “gioiosa flessibilità farinettiana”.

L’importante è spararle grosse

E Fico? Andateci se volete. Ci sono stand dove si può bere e mangiare, dal panino al piatto da ristorante, alla pizza. Ci sono poi stand dove si compra. Se non volete camminare vi danno la bici a tre ruote (non si cade) col cestino per la spesa. Ci sono zone tematiche, a pagamento. C’è la libreria e il piccolo anfiteatro per fare teatro e dibattiti, ci sono dei giochi per i bimbi. Qualche orto e degli animali. Si compra a prezzi maggiorati. Si può vedere mungere le mucche e come si fanno il gelato e il formaggio. Tutto ciò fa la differenza?

Della mia visita ricordo due cose. L’entrata con l’esposizione delle mele “Melinda” e la scritta: “In Europa ci sono più di 1200 varietà di mele… 1000 in Italia e 200 nel resto d’Europa… Per questo abbiamo fatto Fico”. “Grazie Melinda”.

Peccato che le cifre non siano vere, ma l’importante è spararle e grosse. Ricordiamo poi a Fico che in Val di Non la popolazione è insorta contro Melinda perché ha colonizzato la valle e perché irrora con fitofarmaci che inquinano e rendono l’aria irrespirabile. Oltre a Melinda ricordo un panino con la mortadella mangiato alle 10 e 30 del mattino.

L’orario e la voglia e la fame erano quelli giusti. Una cosa veramente unica. Questa sì.

Immagine: Pawel Kuczynski

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