Gli Occhi sulla Strada


mangiatori di patate

Fonte: James C. Scott, Seeing like a state. Traduzione di Enrico Sanna.

Jane Jacobs scrisse nel 1961 Vita e Morte delle Grandi Città contro l’ondata di pianificazione urbanistica funzionale modernista. Non fu la prima a criticare l’urbanistica modernista, ma la sua critica era, credo, la più intellettuale e la più efficace. Era una critica totale della pianificazione urbana contemporanea, e diede vita ad un dibattito il cui eco giunge ai giorni nostri. Trent’anni dopo, il risultato è che molte delle intuizioni della Jacobs fanno parte dei presupposti di partenza degli urbanisti. Anche se quello da lei definito un “attacco all’attuale pianificazione e ricostruzione urbanistica” riguardava soprattutto le città americane, al centro delle sue accuse c’erano le teorie di Le Corbusier messe in pratica in America e altrove.

Aspetto importante e significativo della critica è l’originalità del punto di vista. Lo sguardo parte dalla strada, in cui regna un’etnografia fatta di microordine di vicinato, di marciapiede e dei luoghi d’incontro. Se Le Corbusier “vede” la città dall’alto, la Jacobs assume il punto di vista del pedone nella vita di tutti i giorni. La Jacobs era anche politicamente impegnata in molte lotte contro le trasformazioni edilizie, le arterie stradali e tutte quelle scelte edilizie che lei giudicava sbagliate. Molto difficilmente una critica radicale con tali basi avrebbe potuto nascere nelle cerchie intellettuali degli urbanisti. Il suo nuovo genere di sociologia urbana quotidiana applicata al disegno delle città era semplicemente troppo distante dalle abitudini delle scuole urbanistiche del tempo.

Un esame della sua critica dall’esterno serve ad evidenziare molti degli errori del modernismo.

Un fatto istruttivo insito nel ragionamento della Jacobs è che non c’è alcuna corrispondenza tra un aspetto geometricamente ordinato e un sistema che soddisfi le esigenze quotidiane. Perché mai, si chiede, un ambiente funzionale o un arrangiamento sociale dovrebbero rispettare nozioni puramente visive di ordine e regolarità geometrica? Per fare un esempio, cita un nuovo piano edilizio di Harlem Est caratterizzato da un enorme prato rettangolare.

I residenti odiavano quel prato. Chi era stato costretto a trasferirsi da quelle parti prendeva come un insulto quel luogo in cui non si conosceva nessuno e in cui era impossibile comprare un giornale, prendere un caffè o farsi prestare cinque centesimi. L’ordine apparente di quel prato sembrava crudelmente emblematico di un disordine più profondo.

Errore fondamentale degli urbanisti, secondo la Jacobs, era la pretesa di inferire ordine dalla ripetizione e dall’irreggimentazione delle forme edilizie: ovvero, da un ordine puramente visivo. Gran parte degli ordini complessi, al contrario, non è caratterizzato da un ordine visivo; l’ordine dev’essere cercato in profondità. “Occorre uno sforzo per vedere l’ordine nell’ordine e non nel caos. Le foglie che cadono dagli alberi in autunno, l’interno di un motore d’aeroplano, le interiora di un coniglio, la redazione di un giornale, tutto appare caotico se lo guardiamo senza capirlo. Quando osserviamo qualcosa come sistema di un certo ordine, allora ci appare diverso.” Si potrebbe definire la Jacobs una “funzionalista”, parola vietata nello studio di Le Corbusier. Lei si chiedeva: Che funzione ha questa struttura, e in che misura la soddisfa? L’“ordine” di qualcosa è determinato dalla funzione che soddisfa, non dall’aspetto puramente estetico del suo ordine superficiale. Al contrario, Le Corbusier credeva fermamente che le forme più efficienti dovessero avere una chiarezza e un ordine classici. Gli spazi fisici progettati da Le Corbusier avevano, come Brasilia, una generale armonia e una semplicità di forma. Ma erano solitamente un fallimento come luoghi in cui vivere e lavorare.

Era questo fallimento dei modelli urbanistici generali che preoccupava la Jacobs. Gli urbanisti non concepivano della città né le sue funzioni di area urbana, né i bisogni individuali (non separati) dei suoi abitanti. Il loro errore fondamentale stava in un concetto di ordine puramente estetico.

Da questo errore nasceva un altro errore: la rigida segregazione delle funzioni. Per i modernisti, l’uso promiscuo del territorio (negozi e appartamenti, piccole officine, ristoranti e edifici pubblici assieme) creava una sorta di disordine e di confusione visivi. Il grande vantaggio delle aree a destinazione unica (commercio, residenze, ecc.) era che rendevano possibile quell’uniformità e quell’irreggimentazione visiva monofunzionale da loro cercata. Da un punto di vista pratico, era ovviamente molto più facile progettare una zona destinata ad un solo uso che non una ad uso promiscuo. Occorreva ridurre al minimo gli usi, e quindi le variabili, per combinarli con un ordine estetico coerente con la dottrina della destinazione unica. Metaforicamente, è come paragonare un esercito in parata con un esercito durante la battaglia. Nel primo caso, abbiamo un ordine visivo netto evidenziato dai ranghi a file diritte. Ma è un esercito che non fa nulla, è semplicemente in mostra. Un esercito in combattimento non ha la stessa disposizione ordinata, ma, per dirla con la Jacobs, fa quello che è addestrato a fare. La Jacobs crede di poter individuare le origini di questa tendenza all’ordine, che è geometrico e astratto quando visto dall’alto: “Indirettamente dalla tradizione utopistica, e direttamente dalla più realistica dottrina dell’arte per imposizione, la moderna pianificazione urbanistica ha ricevuto fin dall’inizio il fine inopportuno di convertire le città in disciplinate opere d’arte.”

Ultimamente, nota la Jacobs, le tecniche statistiche e i modelli di input-output a disposizione dei pianificatori si son fatti più sofisticati. Ora che possono calcolare esattamente tutto ciò che serve a ricostruire un’area, costi, materiali, spazi, energia e trasporti, si sentono spinti verso progetti ambiziosi come il risanamento di intere zone degradate.

Questi progetti ignoravano i costi sociali derivati dal fatto che intere famiglie venivano spostate qua e là “come granelli di sabbia, elettroni o palle da biliardo.” Per di più, i progetti si basavano su premesse notoriamente instabili, trattavano sistemi complessi come se potessero essere semplificati con tecniche matematiche; del commercio, ad esempio, si vedevano solo gli aspetti matematici, come i metri quadri per attività, mentre il traffico veniva ridotto al movimento di un certo numero di veicoli in un dato tempo in un certo numero di strade di una certa larghezza. Si trattava di questioni squisitamente tecniche, ma, come vedremo, la realtà comprendeva molto di più.

Lo stabilimento e il mantenimento dell’ordine sociale nelle grandi città sono, come apprendiamo ogni giorno di più, compiti fragili. L’idea di ordine sociale della Jacobs è ad un tempo sottile e istruttiva. L’ordine sociale non è il risultato di un ordine architettonico fatto col regolo e la squadretta. Né è il risultato dell’attività di professionisti come i poliziotti, i metronotte e i dipendenti pubblici. “Ma la quiete pubblica,” dice la Jacobs, “la tranquillità di chi guida o passeggia… è garantita da una complessa rete di controlli e norme stabiliti spontaneamente tra le persone e messi in pratica da loro stesse quasi inconsciamente.” Condizioni necessarie della sicurezza stradale sono una chiara distinzione tra luoghi pubblici e privati, un certo numero di persone che ogni tanto dà uno sguardo fuori (“un occhio sulla strada”), e un uso massiccio e continuo che moltiplica questi occhi sulla strada. Come esempio cita la periferia nord di Boston. Qui le strade sono affollate tutto il giorno per via della concentrazione di servizi, negozi di generi alimentari, bar, ristoranti, panetterie e varie altre attività commerciali. Qui la gente viene a fare acquisti e a passeggiare, o a guardare gli altri che fanno acquisti e passeggiano. I negozianti sono i più interessati a tenere un occhio sul marciapiede: conoscono tante persone, sono lì tutto il giorno, e i loro affari dipendono da chi viene e chi va. Ma anche chi esce per una commissione o va a mangiare o bere qualcosa tiene i propri occhi sulla strada, così come i vecchi che guardano i passanti dalla finestra dell’appartamento. Pochi sono amici tra loro, ma molti si conoscono di vista. Il processo è fortemente cumulativo. Più le strade sono animate e trafficate, e più è interessante guardare e osservare. E tutti questi osservatori, che conoscono bene il quartiere, forniscono un servizio di sorveglianza volontario e informato in cambio di nulla.

La Jacobs racconta un episodio rivelatore occorso a Manhattan, nella strada ad uso promiscuo in cui vive, dove un giorno un uomo stava cercando di adescare una bambina di otto o nove anni. La Jacobs osservava dalla finestra del secondo piano e si chiedeva se era il caso di intervenire, quando comparve la moglie del macellaio, e contemporaneamente anche il proprietario della rosticceria, due clienti di un bar, un fruttivendolo e l’uomo della lavanderia, mentre diversi altri si affacciarono dalla finestra, pronti ad intervenire. Non comparve alcun “tutore dell’ordine”, né fu necessario.

Altro esempio istruttivo di ordine urbano informale. Racconta la Jacobs che talvolta le capita di lasciare l’appartamento a qualche amico quando lei e suo marito sono fuori, o che qualcuno arrivava tardi e loro non possono aspettarlo; allora lasciano la chiave dell’appartamento al padrone della rosticceria, che le custodisce in un cassetto apposito assieme a quelle di altri amici. La Jacobs nota come in ogni strada ad uso promiscuo c’è sempre qualcuno che si offre a questo genere di servizio: un bottegaio, il venditore di dolciumi, il barbiere, il macellaio, il padrone del lavasecco o quello della libreria. Si tratta di uno dei tanti servizi pubblici forniti da attività private. Questi servizi, spiega la Jacobs, non nascono da un’amicizia profonda, ma sono il risultato di ciò che lei chiama “rapporto di marciapiede”. Rappresentano quel genere di servizi che non può essere fornito da un’istituzione pubblica.

Nell’impossibilità di ricorrere alla politica faccia a faccia della reputazione personale su cui si basa l’ordine delle piccole comunità rurali, per mantenere un minimo di ordine pubblico la città confida sul numero di persone che hanno tra loro un rapporto di marciapiede. La rete di conoscenze e fiducia reciproca garantisce un certo comfort pubblico, importante anche se spesso invisibile. Si chiede spontaneamente a qualcuno di tenere il posto al cinema, o di guardare il bambino mentre si è in bagno, o di dare uno sguardo alla bicicletta mentre si compra un sandwich o qualcos’altro da mangiare.

Le analisi della Jacobs sono importanti per l’attenzione dedicata alla microsociologia dell’ordine pubblico. Gli agenti di quest’ordine sono non-specialisti che di professione fanno altro. Non ci sono organizzazioni, pubbliche o volontarie, che mantengono l’ordine urbano. Niente polizia, guardie private o ronde, niente riunioni e niente uffici. L’ordine è inglobato nella logica delle attività quotidiane. Per di più, sostiene la Jacobs, le pubbliche istituzioni formali dell’ordine funzionano solo quando sono circondate da questa ricca, informale attività pubblica. Uno spazio urbano in cui l’ordine è garantito unicamente dalla polizia è un luogo molto pericoloso. È vero, dice, che ogni piccolo scambio che avviene in pubblico, come salutare, fare gli auguri alla neomamma o chiedere da dove vengono quelle belle pere, di per sé appare banale. “Ma non è affatto banale l’insieme, la somma di tutto ciò,” spiega. “La somma di ogni contatto casuale in pubblico e a livello locale, perlopiù casuale, valutato dalla persona e non imposto da qualcuno, dà vita all’identità pubblica delle persone, una rete fatta di rispetto e fiducia, una risorsa tanto per l’individuo quanto per la comunità. La mancanza di questa fiducia è un disastro per la strada di città. E non è qualcosa che può essere incentivato dalle istituzioni pubbliche. E soprattutto non comporta doveri personali. Se Le Corbusier parte da un ordine formale, architettonico dall’alto, la Jacobs parte da un ordine informale, sociale dal basso.

Le parole d’ordine della Jacobs sono: uso promiscuo, diversità e complessità sociale e architettonica. Mischiando tra loro zone residenziali, commerciali e di lavoro, ciò che si ottiene è un ambiente più interessante, confortevole e desiderabile, tutte qualità che attirano il traffico pedonale e rendono le strade relativamente sicure. L’intera logica del suo ragionamento si basa sulla creazione di folle, diversità e comodità che, combinate, creano un ambiente in cui le persone sono invogliate a vivere. Per di più, un voluminoso traffico pedonale, stimolato da un ambiente animato e vario, produce effetti economici sul commercio e sul valore delle proprietà, cose niente affatto trascurabili. La popolarità di una zona e il suo successo economico vanno di pari passo. Una volta nate, queste zone attirano attività che molti urbanisti avrebbero segregato in aree specifiche. Piuttosto che nei grandi parchi appositi, i bambini preferiscono giocare sui marciapiedi, che sono più sicuri, più vivaci, più vicini a quelle comodità che si possono trovare in un negozio o a casa. Per capire l’effetto magnetizzante che ha una strada affollata rispetto ad un’area pensata appositamente per gli incontri basta pensare a come la cucina è solitamente l’ambiente più vivo della casa. Perché è il più versatile: è lì che si trova da mangiare, si cucina e si mangia, ed è un luogo di socializzazione e di scambio.

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