Arrivano i Beni Comuni


mercado_oaxaca

Di Stefan Meretz. Originale: Commons – Gemeingüter. Traduzione spagnola pubblicata su Streifzüge il 25 marzo 2009. Traduzione di Enrico Sanna.

C’è un nuovo concetto antico che sta conquistando il discorso politico: arrivano i Commons, ovvero i beni comuni. Il forum sociale mondiale ha recentemente approvato il “Manifesto per il recupero dei beni comuni”. La riscoperta rientra in una prospettiva resistenziale strategica. Non sono forse i beni comuni una mera forma di proprietà precapitalista di cui oggi sopravvivono solo alcuni resti?

In primo luogo, è corretto affermare che prima dell’imposizione della proprietà privata capitalista dominavano le relazioni di possesso comune. A questo proposito, è importante spiegare la differenza tra possesso e proprietà. Possesso descrive una relazione di uso concreto, mentre proprietà fissa una relazione di diritto astratto riferito ad un bene. Il mio possesso è ciò che io uso; quando non lo uso più, non è più mio possesso. La proprietà, invece, non è legata al possesso, e dunque può essere trasferita, ovvero venduta. Il proprietario di un alloggio può venderlo senza averci mai messo piede. Il suo possessore, l’inquilino, non può fare altrettanto anche se ci transita tutti i giorni.

La relazione concreta d’uso del possesso è diversa dalla relazione legale della proprietà, anche se spesso i due termini sono utilizzati come se fossero sinonimi. Il possesso è una relazione sociale tra persone e cose. Dunque il possesso ammette solo le norme sociali dell’uso concreto-sensoriale, non norme astratte. Storicamente, la maggior parte dei beni erano beni comuni. Con i beni comuni il capitalismo non può essere realizzato.

Per questo i beni comuni dovettero essere trasformati in proprietà. La “soppressione dei beni comuni” (enclosure of the commons) fu un processo violento. Marx lo descrive in maniera esaustiva nel capitolo del Capitale sulla cosiddetta “accumulazione originaria”. Gli utilizzatori dei boschi e delle campagne furono privati del possesso, fu vietato loro l’accesso alle risorse così che, in seguito, furono costretti a vendere la propria forza lavoro, che rappresentava tutto quello che avevano.

La giustificazione di questa appropriazione del possesso era che solo eliminando il possesso era possibile sviluppare un’attività economica, visto che fare economia comporta sostanzialmente la scarsità dei beni. Se i beni non fossero scarsi, tutti avrebbero la possibilità di accedervi e si arriverebbe all’esaurimento danneggiando tutti quanti. Questa esposizione teorica è passata alla storia con il nome di “tragedia dei beni comuni” (Garrett Hardin). Ad originarla è stata la confusione tra “terra di nessuno” (risorsa ad accesso libero non regolato) e bene comune.

L’esaurimento del bene avviene solo quando l’accesso non è regolato. Storicamente, però, i beni comuni si basavano sul possesso e comprendevano norme sociali che ne regolavano l’uso. Quando tali norme non esistevano, i beni non venivano trattati come beni comuni ma come il frutto di un furto. Per questo la pratica dell’estrazione non regolata del legname venne a cessare quando Roma conquistò i territori limitrofi.

L’assenza di norme può però sortire l’effetto contrario. Si può arrivare all’esaurimento delle risorse quando non ci sono più possessori comuni che se ne occupino, in quanto sono stati esclusi dal possesso. Un esempio di questa che possiamo chiamare “la tragedia dei beni anticomuni” è rappresentato dai brevetti, che vengono registrati al fine di impedire che la concorrenza metta in pratica il risultato del proprio ingegno. Detto molto genericamente, le risorse che non vengono sfruttate per mancanza di valorizzazione rientrano tra i “beni anticomuni”, ovvero beni di proprietà privata di uso esclusivo.

Dato che le norme sociali che regolavano l’uso dei beni comuni si opponevano ai fini del capitalismo, rappresentati dalla valorizzazione del valore, gli storici beni comuni dovevano essere distrutti. Rimasero in quelle aree ancora non raggiunte dalla forma merce. Qui era lo stato che interveniva in qualità di normatore, ed era compito della “società civile” occuparsi di questioni della vita quotidiana che non erano suscettibili di valorizzazione. L’ondata di privatizzazioni neoliberali aveva per oggetto la fine anche di queste sopravvivenze.

Per questo oggi i beni comuni possono comparire in diverse forme giuridiche. È bene notare subito che le conclusioni potrebbero essere due: i beni comuni possono essere pubblici (statali) o liberi. Entrambe possono essere corrette, ma non nella maggior parte dei casi. Il fatto certo è che i beni comuni costituiscono proprietà, anche quando a possederli è qualcun altro. Esiste una correlazione tra beni comuni e uso sociale (commons e commoning).

I beni culturali liberi, come il software libero, quanto a forma giuridica appartengono all’autore (sono di sua proprietà). Ma questi, tramite una licenza, li cede al pubblico così che nessuno possa essere escluso. I beni comuni immateriali hanno generalmente accesso libero, al contrario dei beni comuni materiali il cui uso è solitamente soggetto a delle regole chiare. In entrambi i casi, si punta a proteggere i beni, così da poterli trasmettere alle generazioni future in condizioni migliorate e arricchite.

Il vincolo sociale dei beni comuni è incompatibile con la logica astratta della valorizzazione capitalista e con la sua indifferenza davanti alle necessità dell’uomo. Beni comuni e capitalismo sono in lotta globale. Il capitalismo non può estendersi laddove può essere assicurato il modo d’uso sociale. Il capitalismo può operare liberamente laddove riesce a distruggere le strutture sociali per poi, una volta “compiuto il lavoro”, andare via lasciandosi alle spalle la terra bruciata.

Oltre ai movimenti per la cultura e per il software libero sono nati anche movimenti che mirano alla libertà dei beni comuni produttivi. Questi potrebbero e dovrebbero unirsi strategicamente ai movimenti conservazionisti che operano per la conservazione delle specie agricole, dell’acqua, la terra, l’alimentazione, la biodiversità, il clima, le forme di vita delle popolazioni originarie eccetera, dato che entrambi perseguono lo stesso obiettivo: mantenere, espandere e ricostruire i beni comuni andando oltre il mercato e lo stato.

Il concetto di beni comuni è abbastanza potente da riuscire, nel lungo termine, a far convergere movimenti molto eterogenei. Un movimento per la riappropriazione dei beni comuni inverte la questione del potere, collocandolo ad un piano inferiore, e partendo dalle lotte sociali concrete può giungere ad una vita che possa essere considerata tale.

Annunci

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...