Le Avventure del Soggetto


Alberto-Savinio-Andrea-Francesco-Alberto-De-Chirico

Di Anselm Jappe. Estratto da un’intervista concessa a Alastair Hemmens. Fonte: cominsitu. Traduzione di Enrico Sanna.

Fin dagli inizi, la critica della nozione di “soggetto” è diventata un aspetto chiave della Critica del Valore. Per il marxismo tradizionale, così come per quasi tutte le filosofie moderne da Descartes in poi, il soggetto è qualcosa che esiste da sempre. È una realtà ontologica. Fin da subito i marxisti hanno identificato il soggetto con la classe lavoratrice, che fa da mediatrice tra la natura e l’uomo e crea la storia sotto forma di “soggetti rivoluzionari”. In quest’ottica, “emancipazione” (o “rivoluzione”) significa che il soggetto, finora represso, finalmente guadagna tutti i suoi diritti. Le tradizionali “filosofie del soggetto” sono state pesantemente attaccate a partire dagli anni ’50, soprattutto nell’ottica dello strutturalismo, della linguistica e della psicanalisi. C’erano molte buone ragioni alla base di questa “decostruzione” del soggetto. Ma il soggetto non è stato semplicemente decostruito in quanto categoria storica; si è semplicemente detto che non era mai esistito, che non poteva esistere e che perciò era un semplice errore “epistemologico”. La Critica del Valore, per contro, legava le proprie tesi al concetto marxiano di feticismo delle merci: l’uomo crea la propria storia ma lo fa inconsciamente. L’uomo crea strutture (“leggi economiche”, “imperativi tecnologici” e via dicendo) che finiscono per dominarlo, come accade con la religione. L’unico vero soggetto nella società capitalista è il valore, che Marx chiama “soggetto automatico”: il valore costringe la società a servirlo (servire il valore) al fine di assicurare che la sua accumulazione non abbia mai fine. L’uomo diventa il servo dei suoi poteri alienati. Ma tutto ciò è parte di un processo storico. La storia, così come si è svolta finora, può essere descritta come una successione di diverse forme di feticismo e di forme alienate di mediazione sociale. Questo non ha niente a che vedere con la “condizione umana”. È qualcosa che può essere superato, almeno in principio. Ma tale superamento non può essere visto come il trionfo di un preesistente “soggetto” sopravvissuto sotto le ceneri dell’alienazione capitalistica. Non possiamo più dire che la “persona”, le “masse”, i “lavoratori” sono, nei loro fondamenti, integri, non contaminati dalla logica delle merci (concorrenza, avidità, opportunismo eccetera). Poteva essere così laddove la modernità si trovava ancora nella fase emergente, ma oggi non più. Se l’uomo accetta il sistema, non è solo perché è “manipolato dai media” o qualcosa del genere. La stessa limitazione vale per tutti i richiami alla “democratizzazione”.

Il moderno soggetto nasce dall’interiorizzazione delle costrizioni sociali che nelle società passate venivano imposte sull’individuo dall’esterno. Il panopticon di Jeremy Bentham è un esempio paradigmatico di quel genere di “libertà” del soggetto moderno. All’illuminismo, Immanuel Kant in particolare, è solitamente attribuita l’invenzione dell’autonomia del soggetto moderno. Ma i filosofi dell’illuminismo, e Kant ancora una volta è il miglior esempio, non identificavano il “soggetto” con l’“essere umano” in quanto essere umano, ma solo con chi si dimostrava “responsabile”: ovvero, con chi riusciva a controllare le proprie pulsioni spontanee e i propri desideri. Come condizione prima, il soggetto doveva mettersi al lavoro, concepire se stesso come lavoratore, e sviluppare tutte quelle qualità che sono necessarie alla competizione capitalistica: assenza di emozioni, sacrificio dei bisogni immediati, crudeltà verso se stesso e gli altri e via dicendo. Le donne e le popolazioni non europee non ricevevano lo status di soggetto. Certo, più tardi anche loro sono riuscite ad acquisire questo status, ma solo dopo aver dimostrato di possedere le stesse qualità (negative) dei bianchi di sesso maschile, i quali però venivano sempre considerati gli unici veri soggetti. Lo status di soggetto è quindi in larga misura connesso al lavoro; e il superamento della società moderna, in cui la persona viene giudicata principalmente sulla base del suo contributo alla produzione di valore astratto tramite il lavoro, significa anche il superamento di ciò che noi chiamiamo “soggetto”. Ma non per sostituirlo con cieche strutture “oggettive”, bensì per giungere ad una piena fioritura dell’individuo.

Io sto cercando di portare la critica del soggetto più in là collegandola al concetto di narcisismo, soprattutto tramite una mia lettura dell’opera di Lasch. Si può dire che il narcisismo sia la forma psicologica associata al capitalismo postmoderno, così come la classica nevrosi descritta da Freud corrisponde al capitalismo classico. Ma narcisismo non significa semplicemente eccessiva autostima. Come ha dimostrato Lasch, narcisismo significa una profonda regressione ad un insieme di sensazioni di impotenza e onnipotenza caratteristico della prima infanzia. La cultura è una continua lotta per aiutare l’individuo a superare questa primitiva e infantile forma di angoscia. Al contrario, il tardo capitalismo stimola la regressione verso queste strutture primitive, soprattutto alimentando la mentalità consumistica. È per questo che possiamo ragionevolmente sostenere che gli individui postmoderni sono spesso immaturi, e spiegare perché alcuni di loro cadono facilmente preda di comportamenti violenti, fino alle stragi nelle scuole o simili. Oggi la società delle merci non si basa sulla repressione del desiderio (che però persiste), ma induce a credere che non esistano limiti e confini. La psicoanalisi è utilissima a capire il carattere patologico della società contemporanea, che non è semplicemente un modo iniquo ma razionale di sfruttare qualcuno a beneficio di qualcun altro, ma è, perlopiù, un’irrazionale, distruttiva, autodistruttiva corsa al peggio. Questo è particolarmente evidente con la crisi del capitalismo di questi ultimi decenni. Ma la causa non è semplicemente da ricercare negli “eccessi” del neoliberalismo. L’irrazionalità sta al cuore della struttura del valore e alla sua indifferenza nei confronti del contenuto, della qualità, del mondo. Già in Descartes, nel 1637, troviamo la struttura narcisistica di un soggetto che è completamente in contrasto con il mondo esterno. Dobbiamo scavare in profondità se vogliamo scoprire le origini di questa nostra società delle merci feticista e narcisista.

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