Produzione Distruttiva


electronic waste

Di Infidel Castrato. Originale pubblicato su The Anarchist Library con il titolo Destructive Production. Traduzione di Enrico Sanna.

La moderna produzione di computer, automobili e altri complessi prodotti tecnologici genera una quantità incredibile di rifiuti e inquinamento, una drammatica divisione del lavoro e strutture gerarchiche di proporzioni internazionali. Da anarchici, pur non adottando un punto di vista primitivistico, ci ritroviamo o a dover sviluppare nuove tecnologie manifatturiere che aggirino questi problemi, o a dover accettare il fatto che in una società anarchica non si potranno produrre tutti questi beni tecnologici senza compromettere i nostri principi.

Prendiamo il personal computer come esempio dei problemi posti dalla fabbricazione di complessi oggetti tecnologici, un processo che io chiamo “produzione distruttiva”. Il cuore di un computer, quell’oggetto minuscolo che rende i computer così compatti e veloci, è il circuito integrato, o microchip. Probabilmente, avete già sentito parlare di marchi commerciali come Intel Pentium, Motorola e via dicendo.

Il processo di fabbricazione di uno di questi microchip richiede circa 400 passaggi, il primo dei quali è l’estrazione del biossido di silicio o silice. Questa è la sostanza più abbondante sulla crosta terrestre, e dunque non è difficile da trovare ed estrarre. Il silice viene scaldato con carbonio ottenendo biossido di carbonio e silicio. Il silicio è poi scaldato nuovamente con acido cloridrico e idrogeno con un procedimento da cui si ricava un lingotto di silicio puro, che poi viene affettato in dimensioni microscopiche e mandato alla fabbrica di microchip.

Questa fabbrica è grande più del doppio di un campo di calcio e contiene macchinari di oltre cento marche diverse provenienti da tutto il mondo. Il microchip deve essere lavorato in “ambienti puliti” che utilizzano potenti filtri per ridurre le sostanze contaminanti nell’aria ad una parte per piede cubico (gli ospedali ne hanno 10.000 mentre la normale aria all’aperto ne ha 500.000). Questi filtri, però, non eliminano i vapori tossici creati dal processo di fabbricazione.

Chi lavora in una fabbrica di microchip usa raggi ultravioletti, prodotti fotosensibili e reagenti chimici (tossici), e strumenti di precisione per intagliare il silicio e impiantare fosforo e boro in ogni microchip. Quindi si ricopre il tutto con sottilissimi strati di rame e oro e si spedisce ad una fabbrica dove si fanno i circuiti stampati.

Quest’ultima usa rame, fibra di vetro e resine epossidiche per fare il circuito, a cui poi viene applicato rame e saldature al piombo-stagno, ed è inciso con lo schema del circuito usando tecniche simili a quelle usate per fare il microchip. Questo processo genera vapori acidi e rifiuti tossici.

La plastica usata per fare lo chassis viene dal petrolio tramite una complicata serie di raffinazioni, e lasciamo perdere come il petrolio viene estratto dalla terra.

Tutte queste parti, infine, sono assemblate in un’altra fabbrica e spedite in tutto il mondo ai veri centri di distribuzione.

Come si può vedere, per fare un singolo computer occorre un’estesissima divisione del lavoro. Dalle miniere (rame in Cile, oro in Sudafrica, stagno in Brasile) al petrolio usato per fare lo chassis. E poi tecnologie complesse e lavoro alienato che per un anarchico dovrebbe essere tabù. E però molti anarchici, non volendo affrontare la realtà della distruzione ecologica e delle strutture gerarchiche che stanno dietro ogni tecnologia complessa, pensano che la produzione di computer possa continuare invariata anche “dopo la rivoluzione”.

Ho sentito anarchici dire che si può aggirare la questione della divisione del lavoro lavorando “a turno”, cosa quasi impossibile per ragioni pratiche. Si viaggia a turno da un continente all’altro per estrarre risorse da sottoterra, raffinarle e convertirle in parti utilizzabili? Ne dubito.

Altra soluzione avanzata consiste nell’assegnare i vari compiti a volontari che poi fanno da sé il prodotto finale che desiderano. Sembra però improbabile che qualcuno si offra volontario per un compito così rischioso (chi produce computer soffre spesso di malattie polmonari, eruzioni cutanee e aborti spontanei). E poi, quanto bisognerebbe lavorare per un singolo computer? Venti ore? Quaranta? Ottanta? Sei mesi, o un anno intero?

C’è qualche anarchico disposto a lavorare così tanto per un computer nuovo? E poi ci sono gli anarchici a cui non interessa avere un computer e che potrebbero non essere contenti di dover convivere con l’inquinamento e i sottoprodotti di fabbricazione. Gran parte dei programmi di bonifica si concentra nella Silicon Valley, dove si fabbrica un gran numero di computer e dove moltissime risorse idriche sono inquinate. L’industria informatica produce migliaia di tonnellate di rifiuti tossici ogni anno. Per fare un solo computer si producono 45 kg di rifiuti e occorrono quasi 12.000 litri d’acqua! E la raffinazione del rame usato per i microchip contribuisce alle piogge acide. E visto che chi non usa un computer non accetterà di vivere con tutti quei rifiuti e quell’inquinamento, sono disposti gli altri ad accollarseli? E poi c’è il fatto che l’inquinamento prodotto dalle fabbriche, come la contaminazione dell’acqua e le piogge acide, non è geograficamente limitato. Cosa faranno i non-computerizzati quando scopriranno che l’acqua che bevono è inquinata dai computerizzati a monte?

Immaginiamo che si riesca a sviluppare un metodo per produrre computer che praticamente fa a meno della divisione del lavoro. Il processo sarebbe comunque incredibilmente complesso e certo anche geograficamente diversificato, e richiederebbe l’apporto di lavoratori da tutto il mondo. Sarebbe possibile coordinare globalmente gli sforzi basandosi su principi anarchistici, ma tali sforzi sarebbero probabilmente meno “efficienti” (ovvero, niente tiranniche turnazioni fordiste e niente divisione del lavoro) e dunque meno produttivi. E poi non è detto che la gente sia disposta a fare tutte queste capriole (estrazione di rame e oro, esposizione a pericolosi reagenti, faticoso lavoro in linea d’assemblaggio, eccetera) per avere un computer, e questo significa che ancora meno persone prenderanno parte al processo, il che significa ancora meno efficienza. Nascerebbero figure apicali col fine di affrontare il “problema” dell’inefficienza, e come ricompensa per il loro lavoro verrebbero ripagati con computer di ultima generazione.

Dunque, in fatto di tecnologie complesse, non basta occupare le fabbriche, autogestire le miniere e impadronirsi (invece di distruggere) di questi orribili mezzi di produzione. Quindi i computer in un mondo anarchico potranno esistere solo in uno di due modi:

1. Non si producono nuovi computer, ma si usano le risorse attuali per mantenere in vita le macchine esistenti.

2. Si sviluppano nuovi sistemi di fabbricazione non inquinanti e non alienanti (improbabile ma lontanamente possibile, anche se la ricerca di nuovi metodi di fabbricazione genererebbe altro inquinamento, divisione del lavoro, eccetera). I computer, poi, non sono l’unico (o il peggiore) esempio di produzione distruttiva. Le automobili sono molto peggio, ad esempio, e la descrizione della fabbricazione di un’auto prenderebbe un grosso volume.

Spero di aver dimostrato così che non occorre essere primitivisti nemici della tecnologia per capire perché non possiamo aspettarci che la produzione di comodità complesse, moderne, tecnologiche possa continuare in una società anarchica, perché sono cose che impongono la distruzione dell’ambiente, divisione del lavoro e una forte gerarchizzazione.

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