Il Ritorno


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Di Baierle. Originale pubblicato il 12 ottobre 2018 su Baierle con il titolo Volver! Traduzione di Enrico Sanna.

Le vecchie tradizioni iniziate con lo sviluppo del fordismo in Brasile, così come gli anni della cooperazione subalterna, portano ad un allineamento in difesa del dollaro. La crociata è già iniziata. In gioco in queste elezioni, pensano i militari, è l’allineamento, almeno con gli Stati Uniti. Gli interventi del generale Mourão in fatto di economia sono strani, ma rientrano in questo quadro. Quel poco che resta dell’accumulazione capitalistica si regge in piedi solo grazie a questo orrore. I militari brasiliani sono apparentemente decisi a giocare questo ruolo. L’insolvenza economica è stata il campanello d’allarme. La morte annunciata dello stato ha svegliato i burocrati del nucleo duro dell’apparato: giudici e forze armate. Sono questi che allestiscono le condizioni ideali in cui deve svolgersi il potere sovrano. ~ Marildo Menegat

Secondo David Bell, la separazione rigida tra il mondo militare e quello civile è avvenuta solo dopo la rivoluzione francese del 1789. Tutto fa pensare che si tratti di una tendenza univoca della società borghese. Nell’ancien régime, dice Bell, la vita di un militare era intrisa di avventure galanti e poesia, cose aliene alla disciplina della mobilitazione totale e della guerra professionalizzata. Il militarismo, che da allora segna la storia del capitalismo, in situazioni eccezionali trasforma questa separazione in forza propulsiva. Con una socializzazione che a tratti si dissolve (e che ha nella produzione di armi una delle prerogative dello sviluppo del moderno sistema produttivo industriale e una delle risorse essenziali della concorrenza tra stati) questa separatezza del mondo militare rispetto a quello civile, con la sua vita quotidiana vissuta in istituzioni chiuse, non è una semplice scelta soggettiva ma la necessità dell’esistente in quanto dispositivo di ultima istanza per la conservazione dell’ordine. Eserciti e caserme sono i monaci e i monasteri di una società senz’anima. La purezza esibita è, come quella medievale, falsa, ma resta comunque un potente spettacolo nel quadro confuso della restituzione, tramite la violenza e la paura, del centro totalitario tanto necessario al funzionamento di quest’ordine.

Il fatto è che, dopo la crisi del 2008, le democrazie di tutto il mondo sono entrate in una fase catatonica di fragile formalismo senza legittimità. Quando si vuole abbattere un governo, basta appellarsi alla formalità della legge, per quanto la sua applicazione appaia assurda nel contesto. È come voler rispettare il galateo mentre si cade nell’abisso. Quando la legge non può essere applicata allo smantellamento del governo, si grida alla sua illegittimità. È come giocare a poker con tutte le carte perdenti e vincere bluffando.

Questi due aspetti aiutano un po’ a capire ciò che c’è di grottesco e raccapricciante nelle elezioni del 2018. Per la prima volta dal 1989, le elezioni sono accompagnate da minacce di ribellione militare se il risultato non è quello desiderato da un pugno di comandanti dell’esercito e del Club Militare. Un vecchio aneddoto sovietico diceva che Dimitrov era esperto a montare i cavalli. Il problema era Stalin, che amava domare cavalli, così che Dimitrov non cavalcava mai solo! Bolsonaro è un opportunista, uno che è riuscito a montare il cavallo prodotto dalla congiuntura post-2013, che ha favorito l’emergere di centinaia di personaggi. Ma Bolsonaro non cavalca da solo. Una serie di fatti ha recentemente portato alla luce un piano che, vista la franchezza con cui è stato rivelato, stranamente ancora non ha avuto le ripercussioni che merita. Prima di tutto le interviste con i comandanti dell’esercito, rilasciate a giornali e programmi televisivi, in cui difendevano il ritorno agli ideali (sic) e alle disposizioni emesse contro i disordini del 1964. Tutti hanno ammesso la possibilità di non accettare il risultato delle elezioni. È chiaro che il pigmeo a cavallo ha dato il suo contributo, nonostante il ricovero. Celso Rocha de Barros, nella sua rubrica sulla Folha de São Paulo è stato tra i primi a tessere la trama, seguito da vari altri commenti altrove. Il più intrigante, probabilmente, è stato quello di Marco Aurelio Cabral Pinto sul blog della rivista Carta Capital.

Storicamente, l’esercito brasiliano ha preso come modello la difesa di un nazionalismo di destra e ha mantenuto con particolare cura la celebrazione di alcune date che ricordano la tradizione. In Estado Novo (1937-45) confluivano la necessità di industrializzare il Brasile e l’ascesa dei militari. Lo sviluppo del fordismo come paradigma tecnico dell’accumulazione di capitale metteva in chiaro che non c’era posto nel panorama mondiale per un paese esportatore di prodotti agricoli. In questo senso, la difesa della sovranità nazionale significava lo sviluppo di un esercito armato con la tecnologia già in uso dalla fine della prima guerra mondiale. Il ruolo dei militari in questo processo, pertanto, non era solo l’avallo della dittatura, ma anche la difesa del complesso industrial-militare nazionale. Non sono poche, tantomeno poco importanti, le imprese statali di questo settore create allora e privatizzate negli anni novanta da Fernando Henrique Cardoso. L’idea della difesa delle industrie strategiche nazionali o pubbliche in questi ultimi venticinque anni è rimasta forte nelle caserme. Ma qualcosa ultimamente ha prodotto un cambiamento rapido e profondo di quest’ideale. La vendita ai Embraer alla Boeing è il simbolico punto di svolta. Apparentemente, le posizioni dei grigioverdi non sono più nazionaliste di destra ma semplicemente di destra.

Quanto alle fanfare, in questi ultimi anni le date che ideologicamente celebrano questi ideali sono cadute nel dimenticatoio. Celebrazioni come la sconfitta dell’attentato comunista del 1935, o anche del golpe del 1964, o sono scomparse o ricorrono senza nostalgie revansciste. Anche fuori dagli ambienti militari era possibile cogliere, in settori importanti della popolazione brasiliana, se non un sentimento di rifiuto totale delle glorie dell’esercito, almeno una diffusa sfiducia impregnata di disprezzo per gli anni della dittatura, quando gli oppositori politici venivano torturati, uccisi o fatti scomparire. E il quarantennale del golpe celebrato dal Clube Militar nel 2004 sembrava un malinconico ritrovo di vecchi. Il numero dei soci è ancora oggi così basso che potrebbe esser preso come fonte dell’autenticità delle preoccupazioni riguardo le elezioni del 2018.

In un’altra ottica, meno evidente ma più solida, c’è la storica mutazione dell’esercito dopo la fine della guerra fredda. Negli anni settanta, gli americani intuirono che la miglior strategia per mantenere la disputa con il blocco sovietico, restando in posizione di attacco, passava per la guerra alla droga. Questo genere di guerra toglie dal campo ideologico la scusa della necessità del dominio armato di popolazioni riottose. Detto altrimenti, con la guerra alla droga il militarismo avviene su basi morali apparentemente edificanti e giuste. Già la guerra dell’oppio della seconda metà dell’ottocento, che distrusse ogni opposizione cinese all’occidentalizzazione, aveva dimostrato come questo sentiero potesse essere sfruttato da una cultura puritana come quella allora egemone al centro del capitalismo. Il proibizionismo americano degli anni venti rafforzò la convinzione che incursioni nel mondo del vizio permettono di legittimare la presenza permanente di una forza di polizia nello spazio sociale. Anche il fascismo basava uno dei suoi tratti su questo sistema, pur ampliando la politica poliziesca al campo ideologico. Durante il processo di distensione della dittatura (1974-79), i generali di allora cominciarono a puntare le fiches su questo nuovo ideale militaristico. Alla fine degli anni settanta cominciò la persecuzione degli oppositori della dittatura nei movimenti culturali, compreso quello studentesco, adducendo come pretesto l’uso delle droghe più che le idee sovversive. Così l’esercito si preparava ad abbandonare il campo politico mantenendo però il controllo e la presenza nei territori periferici tramite le sue forze subordinate, ovvero i corpi di polizia militarizzata. Fu un cambio della guardia, a cui però non si accompagnò la nascita di una nuova missione.

Negli anni ottanta, con il collasso generale dovuto alla crisi del debito estero e una delle maggiori recessioni della storia, la disoccupazione salì a livelli altissimi per un paese privo di protezioni sociali. Fu sulla scia di questi avvenimenti che mutò anche lo spaccio delle droghe illegali. Moltissimi giovani erano disposti a qualunque lavoro, nel bene o nel male, pur di uscire dalla stagnazione. Ma così non avvenne. Fu un decennio perso, così come il seguente. Già nei primi anni 2000 l’esercito preparava il suo “manuale di guerriglia urbana”, mentre alcuni suoi teorici studiavano le nuove tattiche di guerra asimmetrica. Nel 2003 il generale Augusto Heleno, attuale coordinatore della campagna elettorale del candidato del PSL, assumendo il comando della prima missione ad Haiti disse che si trattava di una preparazione a ciò che si sarebbe messo in pratica sulle colline di Rio de Janeiro. Il passo dalla guerra fredda ad un nuovo posizionamento era fatto. L’apparente immobilità dei militari fino al 2015, quando questo dispiegamento fu esternalizzato, è legato strettamente all’efficace gestione della barbarie messa in pratica dai governi lulopetisti (di Lula, ndt) sostenuti dalla contemporanea bolla delle materie prime. Ma la crisi iniziata nel 2008 continua implacabile contro la sinistra tradizionale che, assieme ai suoi oppositori, crede ancora in un futuro progressista. L’allargamento delle divisioni sociali, combinato con l’enorme processo di deindustrializzazione, lascia poco spazio a qualunque tentativo, anche illusorio, di salto in avanti. A ciò si può aggiungere il fatto che il capitale, spinto dal capitale fittizio, stenta a riprodursi, e ad un certo punto giungerà a quei contrasti dissolutivi che si pensa di riuscire a bloccare con l’intervento dell’esercito. Si diffonde la percezione che le monete non abbiano alcun valore reale. Anche personaggi americani di secondo piano l’hanno capito. La valanga di dollari emessi dopo il 2008 per tenere in vita il sistema del debito pubblico americano e i suoi deficit correnti, non può continuare. L’allarme ha spinto la Cina e gli altri paesi del BRICS a cercare di varare una nuova moneta. Questa rappresenta oggi una grande minaccia per l’egemonia americana. Ma è una tigre di carta, perché la perdita di valore delle monete è legata alla crisi strutturale del capitalismo, crisi che è mondiale. Non sarà un cambio di moneta ad aggirare il destino. Ma finché le istituzioni dello stato si illudono di poter fare qualcosa, il fatto di aver poco spazio e scarse possibilità le spingerà a muoversi.

Entro queste ragioni ha senso la “dottrina della dipendenza militare” creata da Marco Antônio C. Pinto. I militari sono giunti alla conclusione che occorre una cooperazione subordinata, come quella attuale. L’avvicinarsi della battaglia (e la minaccia arriva da tutte le parti) porta ad una guerra interna contro la dissoluzione sociale e allo stesso tempo una esterna contro paesi nemici. Questa guerra combinata, versione moderna della guerra totale, pone la difesa della patria nel conto delle alleanze che si presentano nel contesto. La vecchia tradizione iniziata con lo sviluppo del fordismo in Brasile, così come la cooperazione subalterna, portano ad un allineamento in difesa del dollaro. Trump ha già suonato le trombe di questa crociata. È l’allineamento del Brasile perlomeno con gli Stati Uniti la posta in gioco in queste elezioni. Che il generale Mourão parli di economia sembra strano, ma rientra in questo quadro. Quel poco che resta dell’accumulazione capitalistica sta in piedi solo in condizioni orribili. I militari brasiliani, apparentemente, sono decisi a giocare questo ruolo. L’insolvenza economica ha fatto scattare l’allarme generale. La morte dello stato, annunciata ma improvvisa, ha risvegliato i burocrati del nucleo duro dell’apparato: giudici e forze armate. Sono questi che preparano le condizioni ideali del potere sovrano.

Questi episodi spiegano anche, in parte, la vita nazionale di questi ultimi anni. Il protagonismo dei giudici non è separato da quello militare. Diversi giudici, sostenitori di una scuola apartitica ma simpatizzanti della giustizia di parte, pubblicano “stralci” dei discorsi del candidato di estrema destra sulle reti sociali. L’esercito ha distribuito encomi a tutti quelli che hanno prestato importanti servizi nel processo di impeachment di Dilma Rousseff, compreso “SS” Moro. Forse ciò spiega l’enigmatica orchestrazione dell’“intervento militare” nello sciopero dei camionisti (se non lo sciopero stesso!). Circolano voci sulla presenza di milizie nei picchetti. Ai tempi dello sciopero, nel suo blog Marcos Augusto Gonçalves scrisse: “L’esecutivo di una grossa impresa di commercializzazione di materie prime ha rivelato al blog che milizie armate, che niente hanno a che vedere con camionisti e trasportatori, operano perlomeno negli stati di Minas, Paraná e Goiás. Minacciano i camionisti e chiedono l’intervento militare. I camionisti si rifiutano di guidare senza scorta. È un brutto gioco. Alcuni funzionari dell’impresa sono stati sul luogo del picchetto è hanno constatato unicamente la presenza di agricoltori e commercianti. Nessuno di loro era collegato ai camionisti. I gruppi sembravano legati a settori dell’estrema destra rurale. Il resoconto coincide con le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Brasiliana dei Camionisti (Abcam), José de la Fonseca Lopes, secondo il quale i camionisti vorrebbero tornare al lavoro ma sono impediti dagli ‘interventisti’.”

Tutto fa capire che fu orchestrata una tempesta perfetta. Uscì dall’armadio una nuova destra finanziata da gruppi americani e grandi imprese internazionali, presente nei grandi giornali del paese e nelle reti sociali. Questa mobilitò una gran massa di bianchi frustrati dalle minacce della vita e del periodo storico, spaventati perché la crisi del patriarcato produttore di merci conferma l’irrilevanza delle loro esistenze. Gli attacchi di questa nuova destra, evidenti nelle parole del generale Mourão, sono rivolti contro le tutele garantite dallo stato alle masse escluse dalla riproduzione sociale. Per questi becchini dei resti mortali della civiltà moderna, si tratta di carne che deve essere data in pasto ai leoni. Dopotutto, la pietà è un sentimento cristiano così profondo che molti religiosi faticano a capirla, soprattutto quando sono ben pagati! In questi ultimi anni, le vittime di morte violenta hanno superato quota 60 mila, e la popolazione carceraria è arrivata a 700 mila. Questo orrore serve a legittimare socialmente ciò che resta del lavoro dopo la sua trasformazione, soprattutto dopo la riforma del lavoro del 2017. Il principio base di questa economia delle emozioni, se così ancora si può chiamare questo stato di cose, segue l’esempio nazista. Perché il terrore funzioni da cemento sociale, deve essere diffuso ma gerarchico. C’è sempre la possibilità che qualcuno o qualche categoria viva peggio di te.

Credo che fosse Tito Livio, commentando la vita dei romani del tempo, che disse qualcosa che si adatta alla perfezione al senso di ciò che sta accadendo: nessuno tollera i mali di oggi, né tollera i rimedi. Questo è il momento migliore per prescrivere palliativi. Dopo lo scoppio della bolla tecnologica del 2001 è iniziata la seconda fase del collasso del capitalismo (Kurz), che attualmente subisce un’accelerazione incredibile. Le bolle che da allora hanno ripreso a gonfiare l’accumulazione fittizia sono talmente giganti e insostenibili che, al momento di esplodere, tutti quelli che hanno visto la Gorgona si tramutano in bestie. Che queste bestie si sforzino ancora di salvare per se stessi ciò che avanza dello stato e del mercato, è l’aspetto grottesco di questo processo.

Vorrei mostrare i limiti enormi della sinistra tradizionale in un momento come quello attuale, ma non c’è spazio. Solo un’osservazione rivolta a chi festeggiò il “genio di Lula”: difficilmente il suo eroe, se dovesse tornare al secondo giro, governerà. La novità è che siamo sotto assedio e (quasi) nessuno se n’è accorto…

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