Zingari e Homo Sacer


holocausto-cigano

Di Larissa Costa Murad. Fonte: arlindenor, 19 agosto 2015. Titolo originale: Homo Sacer e os Ciganos. Traduzione di Enrico Sanna.

Roswitha Scholz, Homo Sacer e os ciganos: o anticiganismo – reflexões sobre uma variante essencial e por isso esquecida do racismo moderno. Lisboa: Antígona, 2014.

Il libro Homo sacer e os ciganos: o anticiganismo – reflexöes sobre uma variante essencial e por isso esquecida do racismo moderno, di Roswitha Scholz, affronta l’importanza della critica della rappresentazione comune degli zingari (in quanto nemici del lavoro, sensuali, selvaggi) e offre un contributo alla critica del valore e del lavoro.

Il libro è un contributo originale tanto agli studi sul razzismo quanto alla critica del valore in quanto mette in evidenza il vincolo organico tra capitale, etica del lavoro e creazione di stereotipi razzisti.

L’autrice parte dal presupposto per cui gli zingari sono parte costitutiva della moderna cultura occidentale, in quanto l’odio che li accompagna è una caratteristica della società capitalistica nel suo insieme e compare anche nei media dedicati alla critica del valore. In questione è la posizione centrale del soggetto del lavoro fordista, maschile e bianco, nelle analisi critiche. Con l’obsolescenza del lavoro astratto, propria della condizione postmoderna, il soggetto del lavoro fordista diventa più sfumato, spinge la critica del razzismo e le sue varianti come atto costitutivo del meccanismo della riproduzione del valore. In questo senso, il costrutto dell’uomo bianco come entità dominatrice si può osservare anche nell’assenza di voci critiche riguardo la variante antizigana del razzismo. Secondo la critica della dissociazione/valore, concetto creato dall’autrice per definire il movimento del capitale che tende a disaccoppiare i momenti chiave della riproduzione sociale che non sono oppressi dalla logica delle merci, è importante mettere in risalto l’antiziganismo, in quanto variante del razzismo specifica del capitalismo, e il ruolo del lavoro in tale sistema. Gli zingari sono rappresentati secondo un’idealizzazione romantica a cui si aggiunge l’imperativo della loro esclusione. Entrambi riflettono comportamenti e pratiche razziste.

Partendo dal concetto di homo sacer, coniato dal filosofo italiano Giorgio Agamben, la Scholz sviluppa la sua tesi secondo cui “lo zingaro rappresenta l’homo sacer per eccellenza”; la rappresentazione che viene fatta dei rom legittima la loro espulsione dai confini della società borghese; in quanto persona bandita, lo zingaro è fuori dalla legge, di cui non può essere figlio in quanto la legge stessa è paradigma della modernità. Secondo la Scholz, l’antiziganismo del capitalismo contemporaneo può aiutare ad investigare abissi, soprattutto in un momento in cui cresce il numero di persone superflue al capitale con la conseguente recrudescenza dei razzismi e dei fondamentalismi sui quali si basa la logica della concorrenza. L’autrice nota anche come la nozione di lotta di classe conduca talvolta a vedere nell’uomo bianco la vittima.

Lo stereotipo dello zingaro si forma con la diffusione dell’etica del lavoro. Se il lavoro rappresenta il legame principale della società, gli zingari sono dichiarati estranei in quanto si oppongono a questa conformazione sociale. Secondo la Scholz, lo stereotipo dello zingaro rivela concezioni razziste prima ancora della comparsa del concetto “scientifico” di razza con l’illuminismo, fornendo una base alla differenziazione tra esseri umani secondo concezioni morali ed estetiche. Questa pratica di classificare e separare gli esseri umani considerati divergenti è funzionale alla riproduzione della logica del valore, e ha come corollario l’omogeneità culturale come base della sopravvivenza sociale.

Prima della nascita del moderno stato nazione c’era una forte opposizione al lavoro in quanto soggetto al processo produttivo capitalistico, anche tra la popolazione “normale”, il che nonostante le proibizioni esistenti rendeva possibile una certa accettazione degli zingari in alcuni luoghi. Il fenomeno scompare dopo l’universalizzazione dell’etica del lavoro e la conseguente condanna della tendenza all’ozio, comunemente attribuita agli zingari. L’illuminismo vede nell’uomo bianco l’unico capace di ascendere alla civiltà.

La “etnicizzazione dello stereotipo” avviene sulla base dell’etica del lavoro. Gli zingari sono dipinti come allergici al lavoro e (nella concezione romantica) dediti al canto e alla danza, attività che nascono dall’ozio. Qui vediamo già la nozione di razza come fatto biologico associato. L’individualità e la particolarità dei gruppi gitani e delle loro culture sono visti, secondo un’ottica romantica, come un dono di natura.

Vediamo qui il processo per cui l’altro dall’uomo borghese diventa familiare e allo stesso tempo estraneo. Questo legittima il suo destino, il suo non-luogo nel sistema produttore di merci. È la paura dell’altro in quanto potenziale aggressore nell’ambito della concorrenza capitalistica, ovvero si legittima il suo sterminio e l’occultamento delle sofferenze di determinati gruppi sociali nel nome della civiltà.

D’accordo con la Scholz, la dissociazione/valore è il principio astratto fondamentale del patriarcato (astratto in quanto indipendente dagli individui concreti, ma determinante nelle relazioni reali). Questa dissociazione subisce delle metamorfosi nel corso della modernità. Da qui le donne, gli zingari, gli ebrei (in diversa misura), i negri, in poche parole l’altro, in relazione all’uomo bianco, eretto a personificazione del valore.

La dissociazione non è l’eccezione, ma la regola, che operando tramite la creazione di stereotipi dà legittimazione al luogo destinato all’“altro”. Alla donna, così come agli zingari e al negro religioso, è comunemente associata l’idea di sensualità, di una relazione diversa con la natura, più vicina a questa, che però talvolta può apparire minacciosa (la strega, la zingara che fa i sortilegi, la magia nera, il candomblé, il vudù e così via). È bene notare che il razzismo è funzionale all’accumulazione primitiva perché pone la scissione/valore a fondamento della sua moralità e dei presupposti della concentrazione; e l’antiziganismo è determinato da un criterio associato al sesso.

L’autrice fa l’esempio del nazionalsocialismo tedesco per mettere in evidenza la relazione tra gli stereotipi divergenti dell’ineludibilità del valore e della violenza estrema. In Germania il nazionalsocialismo portò avanti lo sterminio di massa anche di sinti e rom, gruppi gitani che, al pari degli ebrei, erano considerati allergici al lavoro: gli zingari perché inferiori, mentre gli ebrei, che avevano fama di ultracivilizzati, perché associati al potere e al dominio nel mondo capitalistico. Anche dopo la guerra, la polizia ha mantenuto un “atteggiamento di sospetto sistematico” verso gli zingari, considerati potenziali criminali per associazione collettiva.

Secondo la Scholz, vista l’inesistenza di una base su cui poggiare gli stereotipi contro gli zingari, ci fu nel corso della storia un intento sistematico, da parte delle civiltà ospitanti, di civilizzarli, il che presuppone l’abbandono della loro cultura. Servendosi degli studi di Franz Maciejewski, Schatz e Woeldike, l’autrice illustra elementi psicologici dell’antiziganismo. È come se alcune abitudini zigane riportassero ad un tempo primitivo, generando la paura mitica di una regressione allo stato di natura. Ritorno che il soggetto, marchiato dalla scissione/valore, non può ammettere. Opporsi al “richiamo” della natura significa integrarsi, diventare come i bianchi. Così, tanto gli ebrei quanto gli zingari, entrambi considerati restii al lavoro, hanno vissuto la persecuzione e l’esclusione del diverso per mezzo della forza, della violenza costitutiva della civilizzazione, che proietta il proprio odio sull’altro in quanto tale, e che è un tratto del soggetto moderno contrassegnato dalla rinuncia. Chi non si lascia integrare dal lavoro è escluso sulla base di un pretesto culturale.

Lo zingaro diventa quindi l’homo sacer per eccellenza “perché (…) ricorda ai membri della ‘cultura dominante’ la paura perpetua dello slittamento verso la asocialità” (Scholz, 2014, 51). Lo zingaro ha in sé qualcosa del nomadismo ancora presente nell’ethos di certi gruppi.

L’antiziganismo contenuto in queste rappresentazioni dello zingaro permette di sospendere la regola per lasciar spazio all’eccezione, che alla fine diventa regola. Per questo l’autrice utilizza il concetto di homo sacer riferendosi agli zingari, perché esprime la dialettica tra eccezione e regola. Essendo stato giudicato bandito, fuori dalla legge, l’homo sacer può essere ucciso impunemente, realizzando così lo stato d’eccezione, che rinasce nell’attuale processo di crisi e decadenza in cui tutti sono “potenziali homines sacri”.

La Scholz sta attenta a non livellare le differenze generalizzando una condizione particolare come, ad esempio, quella degli ebrei. Questo ci porterebbe ad una astrazione pura, a cancellare le differenze tra il deviante e chi si attiene alle norme, ad esempio. In questo caso, il concetto aiuta a interpretare il “deviante” come sacrificabile.

All’interpretazione fatta da Agamben, la Scholz, partendo dalla logica del valore, aggiunge la dissociazione/valore, presupposto dello stato di eccezione…

“che porta alla luce la non identità opposta alla regola, che deve essere posta di fronte alle sue qualità, in particolare tenendo conto dei diversi gruppi sociali e delle forme di esclusione” (Scholz, 2014, p. 52).

Durante il processo di civilizzazione, associata alla ricerca della felicità, è avvenuta l’interiorizzazione dello stato d’eccezione, ottenendo come unico risultato la desolazione vista la logica della concorrenza capitalistica e la crescente imposizione della rinuncia. Con la crisi, iniziata dopo gli anni settanta, lo spazio di esclusione inclusiva ha cominciato a dissolversi. La conseguenza è che gli esclusi sono spinti sempre più fuori dalla copertura legale dello stato di diritto, essendo questa, paradossalmente, l’unica forma di inclusione degli stessi (un esempio del processo si trova negli atti di ribellione in Brasile).

L’esclusione inclusiva avviene secondo un modello razzista. Spiega la Scholz che agli zingari sinti e rom nella modernità è stato imposto uno stato d’eccezione permanente, visto che già venivano banditi in epoche diverse e con istituzioni diverse, ricorrendo anche a “leggi incostituzionali”. Prima dell’antiziganismo razzista esisteva quello religioso.

Lo stereotipo dello zingaro, basato sulla condanna di chi presumibilmente rifiuta la morale borghese del lavoro, indica il rifiuto di un modello di vita. Anche se l’idea che lo zingaro rifiuti il lavoro non si basa su atti concreti, ma appartiene al misticismo che circonda la figura dello zingaro. La Scholz si appropria dell’interpretazione di Hund della dialettica della discriminazione razzista, dimostrata nello stereotipo dello zingaro come forma di legittimazione dell’oppressione e del paternalismo a partire dall’assunto secondo cui esistono gerarchie razziali.

In questi tempi di crisi strutturale del capitale, il luogo destinato agli zingari ricorda continuamente la minaccia che obbliga tutti a “restare in riga” e ad alimentare la riproduzione del valore (anche se questo significa il proprio annientamento, come ricordano Adorno e Horkheier). Sinti e rom condensano anche la paura che la disobbedienza si diffonda, oltre ad essere oggetto d’odio da parte della popolazione integrata.

Dunque, lo zingaro vive in uno stato di eccezione permanente, ma è anche il nomos della modernità perché ne rivela fondamenti e criteri: il lavoro come produzione di valore. L’autrice nota come, nell’era della globalizzazione, molti membri della “cultura dominante” corrano il rischio di diventare superflui. Di conseguenza, e pur essendo tutti nella stessa barca, ciò può accrescere l’antiziganismo e l’antisemitismo.

La Scholz cita anche Gronemeyer, per il quale, nonostante le persecuzioni subite, non si vuole ridurre gli zingari allo status di vittime perché così verrebbero privati della condizione di soggetti sociali.

Nota l’autrice come nel corso degli anni settanta e ottanta (soprattutto questi ultimi con i movimenti multiculturali) avvenga un approccio romantico, nello zingaro si vede il ribelle contro il modello di vita dominante. La loro cultura, in questo senso, configurerebbe un’alternativa. La critica sociale appare qui come rappresentazione romantica del modo di vita zigano. La vita degli zingari negli Stati Uniti, ad esempio, non ha niente di tale rappresentazione. Gli zingari sopravvivono principalmente nelle nicchie dell’economia informale, e non necessariamente sono oziosi o avversi al lavoro. Il punto di vista romanticizzato inverte e volge in positivo l’esistenza dell’homo sacer. Negli anni novanta questo punto di vista viene bocciato come essenzialista, perché crea un’autenticità inesistente. È in quest’epoca che la decostruzione delle identità guadagna spazio.

Secondo la Scholz, l’antiziganismo esisterebbe anche senza zingari, in quanto necessità intrinseca della soggettività capitalistica borghese. Il razzismo è una necessità intrinseca della creazione della cultura nel capitalismo. Tanto nella versione romantica quanto in forma di disprezzo e volontà di annientamento sociale.

Verso la fine del libro, la Scholz osserva il processo per cui nella postmodernità le identità si dissolvono, tornano ultraflessibili, cosa che l’autrice definisce “tabù dell’ibrido”. Il degrado sociale viene interiorizzato. L’autrice indica l’inizio della dissoluzione delle tradizioni sinti e rom come parte della sequenza di processi della modernizzazione. Ma la questione delle identità ibride non è presente nell’antiziganismo, pur ammettendo che non sono più costretti in una nicchia.

“Ciò è probabilmente dovuto alla struttura stessa dell’antiziganismo in quanto interfaccia del (etno-) razzismo e della discriminazione sociale, per cui lo zingaro rappresenta la categoria più bassa della struttura sociale, l’homo sacer per eccellenza del patriarcato produttore di merci” (Scholz, 2014, p. 80).

Con il “collasso della modernizzazione” e il crollo della postmodernità si rafforzano gli stereotipi che legittimano l’antiziganismo. La discriminazione contro sinti e rom persiste a tutt’oggi, ed è spesso parte della quotidianità di istituzioni statali come la polizia e la giustizia. In tempi di crisi, si torna ad avere paura degli asociali, ed è così che gli zingari vengono identificati con il loro stereotipo. La legge ha sempre bisogno della sua eccezione, in questo caso lo zingaro visto nell’ottica delle rappresentazioni sociali.

La Scholz riprende il concetto di “stato di eccezione coagulato” di Kurz per indicare la costante creazione di paria. Questi ultimi, nelle forme primordiali della modernità erano sottomessi alla disciplina dei lavori forzati all’interno del contesto della generalizzazione dell’etica del lavoro. Con la postmodernità, con la diminuzione costante del lavoro vivo utilizzato nei processi produttivi, a causa della terza rivoluzione tecnico-scientifica, nascono altri modi di amministrare e controllare le masse superflue ai fini del capitale (come l’industria carceraria).

Vista l’impraticabilità di una base autonoma dell’accumulazione affidata allo stato, nascono nuovi ceti paria. La loro sopravvivenza è in pericolo costante. Per la Scholz, l’antiziganismo strutturale rappresenta un meccanismo irrazionale di difesa davanti alla paura di essere espulsi dal sistema, di vivere ai suoi margini, di essere, come lo zingaro, banditi. Tale paura si diffonde tra la classe media in fase di impoverimento e decadenza.

Nel caso dell’antiziganismo, le discriminazioni sociali e razziali si alternano fin dall’inizio della modernità come in nessun’altra versione del razzismo. Dissociazione e lavoro astratto si presuppongono a vicenda secondo una relazione dialettica che cambia seguendo le trasformazioni storiche. Secondo la Scholz occorre negare anche il concetto per cui negri, donne, selvaggi e zingari rappresentano la natura e la sensualità, e quindi il contrario del “valore”. E ricorda come, a differenza dello zingaro, che rappresenta il subumano associato alla sua asocialità, il negro in quanto subumano nasce nel contesto dei processi di colonizzazione.

L’autrice conclude spiegando che lo zingaro (come costrutto) è sempre stato in simbiosi con la cultura dominante. Qui non si tratta, però, di stabilire un ordine gerarchico delle varianti del razzismo, ma di denunciare l’antiziganismo in quanto variante specifica del razzismo,

“una forma che sta al centro della barbarie della modernità civilizzata; (…) Per quanto discriminati, sinti e rom non sono affatto contro il capitalismo, ma ne da questo ricevono il marchio profondo, come tutti gli altri” (Scholz, 2014, p. 102).

L’originalità del ragionamento della Scholz sta giustamente nel segnalare la necessità di decostruire le rappresentazioni razziste (qui rappresentate dall’antiziganismo) come parte integrante della critica del valore. Questa prospettiva può contribuire a togliere legittimità alla naturalizzazione del dominio del valore e delle sue personificazioni, che escludono necessariamente l’“altro”, come unica forma sociale possibile.

Larissa Costa Murad è docente di servizi sociali presso la UFRJ e dottorata in servizi sociali presso la Scuola di Servizi Sociali della UFRJ.

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...