Rivolta la Carta


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Di Maurilio Lima Botelho. Originale pubblicato su baierle.me il 18 dicembre 2018 con il titolo Indústria 4.0 e conflitos comerciais numa era de declínio. Traduzione di Enrico Sanna.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è stata interpretata come una sorta di ritorno al protezionismo economico, o come l’inizio di un nuovo ciclo statalista nella storia dell’economia. Sono interpretazioni che non reggono alla minima analisi teorica perché non tengono conto della base neoliberale di questo apparente “nazionalismo commerciale”. L’attuale trasformazione del processo produttivo aiuta a capire queste azioni commerciali che, pur basate sul fondamentalismo del “libero mercato”, si manifestano in maniera economicamente distruttiva.

L’economia capitalista segue una traiettoria che la porta verso una progressiva mondializzazione delle sfere della commercializzazione, dell’investimento e della produzione. Storicamente, l’economia capitalista nasce con la configurazione di un mercato mondiale delle merci (mercantilismo), si afferma con l’internazionalizzazione del mercato dei capitali (l’esportazione di capitali come base dell’imperialismo classico) e dopo la seconda guerra mondiale arriva a maturazione con un’integrazione mondiale del processo produttivo. Se il capitale è sempre stato un “sistema mondo” (Wallerstein), nel corso della sua storia ha dovuto però sviluppare la propria capacità attuativa fino a raggiungere il culmine con la globalizzazione, che altro non è se non la connessione transfrontaliera delle catene produttive.

Nella seconda metà del ventesimo secolo, la connessione mondiale, resa possibile dallo sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, ha permesso la dispersione territoriale delle diverse fasi della produzione, integrate nell’assemblaggio del prodotto finale. Si tratta di un nuovo, profondo “annullamento dello spazio attraverso il tempo” (Marx). La riconfigurazione radicale prodotta da questa integrazione territoriale permette la realizzazione di un prodotto finale con componenti che vengono da decine di paesi diversi. Grazie all’amministrazione di tutto il processo per via telematica, la dispersione geografica della catena produttiva ha permesso di sfruttare al massimo le differenze locali del costo della forza lavoro, delle tasse, dei regolamenti ambientali eccetera. I bassissimi costi di trasporto di ogni singolo componente hanno reso possibile il montaggio in un unico luogo, così che il prodotto finale arriva al consumatore “assemblato in” o “made in” Cina, Brasile, Messico, anche se in questi paesi avviene soltanto l’assemblaggio finale.

Quello che vediamo oggi è l’inizio della destrutturazione di questa catena industriale diffusa globalmente, etichettata “globalizzazione” negli anni novanta. La cosiddetta Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, introduce elementi che disarticolano completamente la forma dispersa della produzione industriale. Prendendo come base l’intelligenza artificiale (apprendimento profondo) e nuove tecnologie di trasformazione dei materiali, soprattutto le stampanti 3D, il nuovo paradigma tecnologico dà vita ad un’era capitalistica avanzata con una distribuzione geografica non imprescindibile delle catene logistiche.

Nonostante i bassissimi costi del trasporto e del lavoro necessari alla produzione di un determinato componente dall’altra parte del mondo, la stampa 3D accorcia a tal punto i tempi di fabbricazione che non ha più senso disperdere le varie fasi della produzione. La Man, sussidiaria della Volkswagen, ha portato da due mesi a poche ore il tempo di fabbricazione dei prototipi grazie all’impiego di stampanti 3D “in casa”. Un’azienda del gruppo General Electric, fornitrice di pezzi di ricambio per l’industria aeronautica, già unisce tecnologia 3D e robotica al fine di creare componenti più economici e sicuri: grazie a modelli digitali e la stampa tridimensionale, molte parti sono prodotto tutte in un pezzo senza saldature.

Più che ad innovazioni tecniche e riduzioni dei costi, siamo davanti ad una riconfigurazione delle catene produttive, della logistica e anche degli investimenti. Con l’automatizzazione robotica e la riduzione estrema dei tempi di fabbricazione ottenuti con le stampanti (riduzione dei tempi e sempre più anche dei costi, dato il continuo calo dei prezzi) non ha più senso distribuire per il mondo le varie fasi del processo industriale. La ricerca industriale e le proiezioni economiche solo ora cominciano a tener conto dell’impatto che questa riconfigurazione ha sulle catene logistiche e produttive. Lo spionaggio industriale, le dispute commerciali e i conflitti tecnologici hanno a che fare più con il tentativo dei grandi conglomerati (associati agli stati) di tornare a galla e riportare l’industria sotto il proprio dominio, che con la rinascita della competizione nazionale.

Vediamo quindi le basi di una ascesa tecnologica impensabile fino a poco tempo fa: non è l’innovazione tecnica a guidare l’economia, ma il contrario; il restringimento dei mercati consumatori davanti all’alta capacità produttiva raggiunta è all’origine di questa integrazione locale delle catene produttive. Piano piano perde senso la necessità di mantenere una struttura produttiva dispersa, anche sotto forma di subappalti e terziarizzazioni estese, se poi ciò che conta sono i mercati consumatori nordamericani e europei. È evidente da qualche decennio come, nonostante la “ascesa del Terzo Mondo”, la rendita mondiale resti concentrata nelle città dei centri capitalistici, e quindi non è strano che anche il processo produttivo, automatizzato all’estremo, si svolga lì. Il fallimento della “svolta verso il mercato interno”, annunciata dieci anni fa dal governo cinese, mostra qual è la destinazione finale di gran parte delle merci sotto il capitalismo con la crisi dei mercati consumatori.

L’attuale guerra commerciale non è che il primo passo politico di una selezione produttiva ancora più rigida delle precedenti. Le industrie più autonome e indipendenti, dal punto di vista dei costi e dei processi generali di produzione, non hanno più bisogno di stare a migliaia di chilometri dai mercati consumatori. E i mercati centrali del capitalismo, nonostante tutto il parlare di “ascesa di nuovi mercati”, restano in Europa e negli Stati Uniti, anche se finanziati dal debito. Agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, questo conflitto commerciale appare una regressione economica. L’attenzione si concentra unicamente attorno ai problemi generati nell’ambito del commercio internazionale. Gli effetti sociali più distruttivi di tutta questa trasformazione non vengono mai presi in considerazione.

Quando Trump dice che l’America dovrebbe tornare a produrre le merci che consuma, le sue parole possono contenere qualche elemento di verità, ma non sa che tutto ciò non produrrà nuovi posti di lavoro americani. La quarta rivoluzione industriale non è altro che un’estremizzazione della terza, ovvero la rivoluzione microelettronica, e con la stampa 3D e l’intelligenza artificiale l’impatto sul mondo del lavoro sarà ancora più devastante. La differenza adesso sta nelle implicazioni geografiche di questa nuova tecnologia. Se la telematica ha permesso l’integrazione parziale delle catene produttrici dislocate in paesi lontani, ora l’illusione che questo processo possa diventare uno sviluppo nazionale duraturo scompare completamente. Anche quei settori industriali meno tecnologizzati cominciano a prendere la strada del ritorno verso i centri del capitalismo, e a buona parte del mondo non resta che adottare i mezzi di produzione della Industria 4.0. E oltre agli effetti distruttivi sul lavoro, cresceranno i danni ambientali in quelle economie periferiche che sopravvivono concentrando l’attività sempre più nell’esportazione di risorse minerali, fibre, petrolio e derivati. Il colpo finale di tutta questa ricomposizione sarà l’interruzione dei circuiti finanziari mondiali. Riportare la produzione nel territorio americano non produrrà posti di lavoro, ma tenderà a prosciugare le fonti del credito che sostiene il consumo, a debito, delle famiglie americane. Il calo del commercio mondiale (soprattutto di quello bilaterale più importante, tra Stati Uniti e Cina) finirà per prosciugare le fonti del capitale fittizio che fa andare i mercati.

Fonte: Blog da Consequência – 17/12/2018

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