Yoruba Tre Giorni Gratis


yoruba-copertina

Enrico Sanna, Yoruba. Autoprodotto dall’autore e venduto da Amazon. 317 pagine. 3 euro (kindle), 11,50 euro (stampato).
Gratis dall’otto al dieci marzo

È uscito Yoruba, il mio ultimo romanzo. 317 pagine, 11,50 euro in versione stampata, oppure i soliti, miseri 3 euro per la versione kindle. Può essere acquistato su Amazon. Da oggi fino a domenica prossima è possibile scaricarlo gratis qui. Qui sotto alcuni brani presi dal libro.


La casa era una casa sul serio. Lontana, sola, nota solo agli uccelli. Il bosco le si era cristallizzato tutto attorno come una nuvola fossilizzata.

Arrivarono un mattino con delle carte. Dissero in giro di aver comprato dei terreni per coltivarli. Qualcuno parlò di una segheria, non si sa perché. Nei villaggi c’è sempre qualcuno che inventa di queste storie. Il fatto è che non costruirono mai una segheria e non sembrarono averne l’intenzione, e poi il luogo sembrava completamente sbagliato. Come potevano costruire una segheria su una collinetta? Non c’erano fiumi o torrenti e l’unica strada per arrivarci era stretta e faceva non so quanti chilometri di curve per fare una distanza ridicola. Comunque non costruirono mai una segheria e chissà perché era nata quella storia.

A nessuno importavano le carte che avevano portato. Forse qualcuno le guardò, giusto per curiosità. Comunque non dovevano avere importanza per nessuno. C’era un terreno e una famiglia andava a farci qualcosa e questo era tutto.

Loro erano persone per bene. Si presentarono subito in società. Il villaggio aveva la sua società. Bastavano poche famiglie per farne una. Nelle città era un’altra cosa. Ma questa non era una città e la gente viveva qui perché viveva qui e basta e qui le cose andavano diversamente dalle città. Credo che sia così anche oggi.

Comunque, rimasero sempre forestieri. Non si sa perché. Forse perché non vivevano nel villaggio. Forse perché avevano un nome insolito. O più semplicemente perché erano arrivati qui un mattino con delle carte. Chissà perché la gente dei villaggi immagina che uno non possa arrivare da fuori se non in seguito ad avvenimenti traumatici. Come se un villaggio potesse andare avanti riproducendosi da solo. Accettati, erano accettati. Ma forestieri. Anche i figli nati qua. Anche i figli dei figli. Forestieri. Comunque, loro non ci fecero caso. Sembrava quasi che ci provassero gusto. Forse gli dava un segno distintivo. C’è anche gente così.

Un giorno, sarà stato una settimana dopo il loro arrivo con le carte, portarono la roba per fare la casa. Quella notte gliela rubarono. La settimana dopo ne portarono altra e pagarono un ragazzino per fare la guardia. Un tipo del posto. Gliela rubarono, ma solo in parte. Il ragazzino si inventò una storia. Loro sorrisero. Alla fine riuscirono a costruirla, la casa, e andarono a viverci. Avevano un grande orto in cui coltivavano un sacco di cose che quasi nessuno coltivava nel villaggio. Facevano anche della roba artigianale. Andavano fuori regolarmente a vendere la verdura e la roba artigianale. Ci sapevano fare. E anche i figli, quando furono abbastanza grandi. E poi i nipoti, quando arrivarono nipoti.

Venivano su tutti uguali. Faccia uguale, capelli uguali, occhi uguali, mani uguali, passo uguale, voce uguale. Si ammalavano regolarmente delle stesse malattie e ne venivano fuori allo stesso modo. Quando parlavano di qualcosa ci facevano sopra gli stessi ragionamenti. Genitori, figli, nipoti, non faceva differenza. Erano forestieri. Forestieri fino all’ultima generazione. Impossibile immaginare un luogo in cui non potessero essere forestieri.

Si chiamavano Rougon, o Rugón, o Rugoni. Dipende. Avrebbero potuto essere francesi, spagnoli o italiani. Una qualunque cosa. Loro non lo dissero mai. O forse sì, lo dissero, ma tutto nel loro passato era così nebbioso che nessuno mai fu disposto a prendere le loro origini sul serio. E poi era meglio così. Era meglio immaginare vagamente che sapere per certo.

Era passato più di un secolo e mezzo dal mattino del loro arrivo con le carte. Nel villaggio capitava ogni tanto qualcuno che li ricordava. Qualcuno che ricordava del loro arrivo. E che perlopiù raccontava storie di fantasia su persone che non aveva mai visto. Era proprio così. Siccome nessuno sapeva nulla di loro, tutti raccontavano un sacco di storie. È bello inventare. È bello immaginare. Passiamo la vita ad immaginare.


Il morto andò giù in silenzio. E una volta andato giù così silenziosamente, scomparve. O meglio, era sempre lì, ma non si vedeva più. Qualcuno, forse Yoruba con l’aiuto di Stella, rimise la pietra a posto. Il nome c’era già. Qualcuno sarebbe tornato ad aggiungere una data. Forse. Oppure no. Già allora, certe vecchie tradizioni stavano purtroppo scomparendo.

Poi qualcuno cominciò a cantare. Uno dei due che erano con Stella. L’uomo. L’altra persona credo che fosse sua moglie. Bastava questo dato per arrivare alla conclusione, che qualcuno potrebbe non trovare affatto ovvia, che i due fossero i genitori del morto. Cosa c’entrasse Stella non è chiaro, anche se una ragione doveva esserci e questa ragione, come tutti i misteri rivelati, doveva essere ovvia, se non banale.

yorubaL’uomo aprì la bocca e produsse un suono potente. Sembrò spinto da una necessità impellente. Era come se avesse meditato di farlo per chissà quanti anni. Il suono arrivò all’improvviso, come il corno da nebbia che hanno le navi. Anche Yoruba cantò. E anche le donne. Con l’orizzonte sul Mediterraneo e i pugni duri in Africa. Ma Yoruba più di tutti. E l’altro uomo, anche lui, cantava potentemente. Aspirava l’umidità della nebbia e la trasformava in suono allo stato solido che poi ributtava di fuori. E Yoruba ruotava la testa come per innaffiare la tomba, il cimitero e tutta la valle con la sua voce. E le sue parole avevano un particolare tono oscuro, come se cantasse stando accovacciato sul fondo di una giara. Su tra le montagne ci sono monasteri dove cantori superbi cantano con lo stesso tono tenendo la testa in un’anfora.

Poi finì. La tomba era chiusa. Cominciava a far freddo. Andarono via immersi in quella graziosa nuvola di luce che era l’unica cosa che il fanale riuscisse a produrre dignitosamente.

Stella urtò contro Yoruba e Yoruba si voltò e Stella sorrise.


Lui, il fuochista della segheria, era in piedi accanto alla sua macchina. Aveva una pala in una mano e un vasto squarcio nella canottiera da cui si vedeva chiaramente una steppa di peli rabbiosi in rivoluzione aperta. Aveva più capelli di quanti potessero stare sulla testa e due occhi che erano palle di rugiada su una maschera di legno, sorrideva all’improvviso e puliva il naso sul retro del polso come fanno tanti. Portava scarpe che probabilmente non sarebbe mai più stato in grado di sfilare per il resto della vita. Una simile trasformazione in una sola settimana era un miracolo del lavoro che richiedeva convinzione profonda.

Lei, la macchina, era dappertutto. Dentro c’era il carbone che bruciava, ma non era importante. Da quando era arrivata, le uniche cose che tenevano unita la segheria erano il vapore e l’odore di ferro caldo. Come tutte le altre macchine a vapore, anche questa sembrava dotata della capacità di pensare. Ma se pensate che fosse un’entità posseduta dal demonio, vi sbagliate. Era soltanto una macchina. Banale metallo con dei rivetti e qualche tubo qua e là. Il vapore faceva andare su e giù i pistoni e questo era tutto. Nessuna stregoneria. Semplicemente andava. Anzi avanzava. E avanzando stava ferma. Ovviamente era il progresso. Ed era anche nera e rossa, e se qualcuno vuol vederci qualche metafora bizzarra che faccia pure. Si dice in giro, tanto per dire en passant, che il fuochista non fosse altro che una sua creazione. Sapete che prima delle macchine non esistevano fuochisti? E che l’ultimo fuochista scomparirà dal mondo assieme all’ultima macchina a vapore?

“La mia macchina,” gorgogliò il vecchio. “Vuole che gli dico di metterla in funzione?”

“Ma la macchina sta già funzionando,” obiettò Beuvrys. “È stata accesa questa mattina presto dal signor fuochista qui presente.”

Questo era vero. La macchina funzionava. C’era il fuoco, l’acqua andava sotto da qualche parte, due tubi sputavano vapore e dalla ciminiera usciva una porcheria collosa. Ma soprattutto c’era questo grande affare, come un enorme ginocchio di metallo, che andava su e giù senza un lamento.

Tutto questo significava vita. Una nuova vita. Di concezione moderna e dunque, si immagina, inossidabile.

“Su, signor fuochista,” disse Beuvrys.

“Vado a riempire i sacchi della segatura,” disse Jacques.

Il fuochista accostò alla macchina e accarezzò una leva.

“Lezione numero uno, questa è la leva. La leva è per fare andare la macchina. La leva è per fare andare la macchina di più e di meno. Se la giri da questa parte la macchina va di più, ma se la giri da quella parte va di meno. Adesso è un po’ e un po’, che l’inginere il signor Bevìr qui presente dice che va bene così. Dentro lì ci metti il carbone e ci dai fuoco che quello va che brucia. Questo lo sali così e quello c’ha i numeri. Cosa numero uno, bisogna stare attento. Se il numero sale che diventa rosso allora giri questo fino che il numero va da questa parte che non è più rosso. Se metti il fuoco che va la caloria, sale il numero da questa parte che esce il fumo e allora lo devi scendere alla caloria. Allora ci metti il fuoco che la caloria va più piano e allora va bene. Insomma, la lezione è che quando la caloria sale il numero va troppo e non va bene e il numero va bene che è più poco ma non troppo poco. Sennò si può anche dire che si scoppia tutto.”

Il vecchio Kruger guardò la macchina.

Di per sé la macchina avrebbe potuto avere un aspetto gagliardo, se solo non fosse stata così rivettata. Avrebbe potuto essere un galeone industriale di qualche sorta. Ora, i galeoni si muovono liberamente. Sono la copia acquatica del movimento celeste. Al contrario, tutto quello che la macchina poteva fare, anzi tutto quello che era costretta a fare, era mandare su e giù, in maniera ridicola, quell’enorme ginocchio metallico. Non fa rabbia? Ed è anche avvilente. E poi si sa come vanno queste cose. Un giorno non servi più e allora ti spengono. Ti cresce sopra il muschio. Ti viene la ruggine. I mocciosi ti usano come cesso. Eccetera eccetera.

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