Primitivo Sarà Lei!


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Di Pierre Clastres. Estratto da: L’anarchia selvaggia. Le società senza stato, senza fede, senza legge, senza re, Milano, Elèuthera, 2013. Fonte: gabriellagiudici.it, 20 febbraio 2018.

Nel corso degli ultimi due decenni, l’etnologia ha conosciuto una brillante evoluzione grazie alla quale le società primitive sono sfuggite, se non al loro destino – la scomparsa – almeno all’esilio cui erano state condannate, all’interno del pensiero e dell’immaginario occidentali, da un esotismo di lunga data. L’ingenua convinzione che la civiltà europea fosse assolutamente superiore a qualunque altro sistema sociale è stata a poco a poco sostituita dal riconoscimento di un relativismo culturale che, rinunciando all’affermazione imperialista di una gerarchia di valori, ammette  ormai la coesistenza di differenze socioculturali, senza la pretesa di giudicarle. In altre parole, non si proietta più sulle società primitive lo sguardo curioso o divertito di un dilettante più o meno illuminato, più o  meno umanista, ma le si prendono in certo modo sul serio. Si tratta di capire fino a dove arriva questo prenderle sul serio.

Che cosa si intende esattamente con l’espressione “società primitive”? La risposta ci viene data dall’antropologia più classica nel momento in cui vuole determinare l’essenza specifica di queste società, nel momento in cui vuole definire cosa le renda formazioni sociali irriducibili: le società primitive sono società senza Stato, il cui corpo non possiede organi separati di potere politico.

Una prima classificazione delle società si opera dunque in base alla presenza o all’assenza dello Stato, distinguendole in due gruppi: le società senza Stato e le società dello Stato, le società primitive e le altre. Il che non vuol dire, ovviamente, che tutte le società dello Stato sono eguali tra loro: sarebbe impossibile ridurre a un unico tipo le diverse figure storiche dello Stato e nulla permette di confondere tra loro lo Stato dispotico arcaico, lo Stato liberale borghese o lo Stato totalitario fascista o comunista. Stando dunque ben attenti a non fare una tale confusione, cosa che impedirebbe in particolare di capire la radicale novità e specificità dello Stato totalitario, ci si rende conto che un elemento condiviso da tutte le società dello Stato le mette in contrapposizione con le società primitiva. Le prime, infatti, presentano in blocco quella divisione sconosciuta alle seconde: tutte le società dello Stato sono divise, nella loro essenza, tra dominanti e dominati, mentre le società senza Stato ignorano tale divisione. Definire le società primitive come società senza Stato vuol dire affermare che, nella loro essenza, esse sono omogenee in quanto indivise. E si ritrova appunto qui la definizione etnologica di queste società: non hanno organi separati di potere, il potere non è separato dalla società.

Prendere sul serio le società primitive significa anche riflettere su questa enunciazione, che in effetti le definisce perfettamente: non è possibile isolarvi una sfera politica distinta dalla sfera sociale. Sappiamo che fin dagli albori greci il pensiero politico occidentale ha indicato nel politico l’essenza del sociale umano (l’uomo è un animale politico), individuando l’essenza del politico nella divisione sociale tra dominanti e dominati, tra quelli che sanno e quindi comandano e quelli che non sanno e quindi obbediscono. Il sociale è il politico, il politico è l’esercizio del potere (non importa qui se legittimo o no) da parte di qualcuno sul resto della società (non importa se per il bene o per il male della società): per Eraclito, come per Platone e Aristotele, non c’è società se non sotto l’egida dei re; la società non è pensabile senza la divisione tra chi comanda e chi obbedisce: dove manca l’esercizio del potere ci si trova nell’infra-sociale, nella non-società.

È più o meno in questi termini che i primi europei giudicarono gli indiani dell’America del Sud agli albori del sedicesimo secolo. Questi, constatando che i capi non disponevano di alcun potere sulle tribù, che nessuno comandava e nessuno obbediva, stabilirono che quelle genti non erano incivilite, che non c’erano vere società, ma selvaggi “senza fede, senza legge e senza re”.

D’altronde, è ben vero che gli stessi etnologi hanno provato più di una volta un certo imbarazzo quando si è trattato non tanto di capire, ma semplicemente di descrivere questa peculiare caratteristica delle società primitive: coloro che sono individuati come leader sono privi di qualsiasi potere; la chefferie, infatti, si costituisce all’esterno dell’esercizio del potere politico. Da un punto di vista funzionale questo sembra assurdo: come si possono pensare disgiunti la chefferie e il potere? A che cosa servono i capi, se essi sono privi dell’attributo che li renderebbe appunto tali, ovvero la possibilità di esercitare il potere sulla comunità? In realtà, se il capo selvaggio non detiene il potere di comandare, questo non vuol dire che non serva a niente: anzi, la società gli affida un certo numero di mansioni e in questo senso si potrebbe vedere in lui una specie di funzionario (non retribuito) della società. Che cosa fa un capo senza potere? Sostanzialmente ha il compito di farsi carico, di assumere su di sé, la volontà della società di apparire come una totalità, ovvero lo sforzo concertato, deliberato, della comunità di affermare la propria specificità, la propria autonomia e la propria indipendenza rispetto alle altre. In altre parole, il capo primitivo è principalmente l’uomo che parla a nome della società quando circostanze e fatti la mettono in relazione con le altre comunità, le quali si suddividono sempre, per ogni società primitiva, in due categorie: amiche o nemiche. Con le prime si tratta di stringere o rafforzare legami di alleanza, con le altre si tratta di condurre con successo, quando se ne presenta l’occasione, le operazioni belliche. Ne consegue che le funzioni concrete, empiriche, del capo si esplicano nel campo che potremmo definire delle “relazioni internazionali”, che pertanto richiedono le qualità adatte a questo tipo di attività: abilità, talento diplomatico al fine di consolidare la rete di alleanze che garantisce la sicurezza della comunità, coraggio, capacità strategiche per assicurare sia una difesa efficace contro le scorrerie dei nemici, sia una vittoria nel caso di proprie incursioni ai danni di questi ultimi.

Ma, obietterà qualcuno, non sono esattamente questi i compiti di un ministro degli Esteri o della Difesa? Certamente. Con questa piccola ma cruciale differenza, però: il capo primitivo non prende mai decisioni di testa sua, per poi imporle al resto della comunità. La strategia di alleanze che porta avanti, la tattica militare che prospetta, non sono mai riconducibili solo a lui, ma rispondono esattamente ai desideri o alla volontà esplicita della tribù. Tutte le trattative e i negoziati sono pubblici, l’intenzione di fare la guerra viene proclamata solo quando è la società che lo vuole. E non può essere che così: infatti, se un capo avesse l’idea di condurre per conto proprio una politica di alleanze o di ostilità verso i vicini, non avrebbe comunque alcun mezzo per imporre i propri obiettivi sulla comunità perché, come sappiamo, è privo di qualsiasi potere. In realtà, dispone di un unico diritto, o meglio del dovere di fare il portavoce, ovvero di dire agli Altri che cosa desidera e che cosa vuole la comunità.

Ma dall’altro punto di vista, quello delle relazioni interne con il proprio gruppo, quali sono le funzioni del capo se si escludono le relazioni esterne con gli estranei? È evidente che se la comunità lo riconosce come capo (come portavoce) quando afferma la propria unità rispetto alle altre unità, lo accredita di una certa fiducia sulla base delle qualità che dimostra proprio al servizio della società. È quello che si chiama prestigio, in genere confuso, a torto, con il potere. Non stupisce dunque che nell’ambito della propria società l’opinione del capo, sostenuta dal prestigio di cui gode, sia talora ascoltata con maggiore considerazione di quella degli altri. Ma la particolare attenzione con la quale si onora l’opinione del capo (e comunque non sempre) non arriva mai a renderla una parola di comando, un discorso di potere: il suo punto di vista viene ascoltato con attenzione in quanto esprime quello della società come totalità. Ne risulta che il capo non solo non impartisce mai ordini, ben sapendo che nessuno obbedirà, ma non può nemmeno fungere da arbitro (giacché non ne ha il potere) quando si presenta un conflitto tra due individui o due famiglie. Tenterà non di comporre la lite in nome di una legge assente della quale egli sarebbe l’organo, ma di pacificare facendo appello, in senso proprio, ai buoni sentimenti delle parti in conflitto, richiamandosi costantemente alla tradizione di concordia ereditata dagli antenati. Dalla bocca del capo usciranno non le parole che sanciscono la relazione di comando/obbedienza, ma il discorso che la società fa a se stessa, il discorso per mezzo del quale essa si proclama comunità indivisa con la volontà di permanere in questo stato di non-divisione.

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