Quelle Lancette!


consumismo

Intervista di Marco Weissheimer a Marildo Menegat. Pubblicata il 18 febbraio 2019 su Baierle con il titolo O giro dos ponteiros do relogio no pulso de um morto. Traduzione di Enrico Sanna.

Domanda: Il sottotitolo del suo libro (“La critica del capitalismo in tempi di catastrofe”) parla di “lancette dell’orologio che girano al polso di un morto.” Nel contesto della sua analisi sull’attuale fase del capitalismo, cosa significa?

Risposta: Da quasi vent’anni porto avanti una lettura in contropelo del marxismo, mi unisco ad una recente rilettura a livello internazionale, soprattutto in Germania e negli Stati Uniti, che si chiama critica del valore. La critica del valore poggia su due basi importanti. Primo, fa una critica di quelle che chiamiamo categorie fondamentali della società moderna, come ad esempio il lavoro, il danaro, il valore e la merce. Secondo, cerca di analizzare il processo di crisi del capitalismo, un tema molto polemico e complesso. Polemico perché il marxismo, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, ha sollevato grandi discussioni sulla natura del capitalismo: una forma di produzione eterna o propria di un determinato periodo storico? E poi c’era la ricerca dei segnali di una possibile crisi strutturale di questa forma di vita sociale. Chi parlava di un possibile collasso del capitalismo finì per perdere le basi del discorso quando, dopo la guerra, il capitalismo si riprese. Restava, però, la certezza che il capitalismo avesse un limite storico. Rosa Luxemburg, ad esempio, sosteneva l’esistenza di un limite all’espansione del capitalismo. Ad un certo punto, la riproduzione allargata non produce più nuovo valore.

Il capitalismo è sostanzialmente la sfera separata dell’economia che domina tutte le altre sfere della vita sociale. È una novità storica. Nell’antichità e nel medio evo non era così. Moses Finley, storico ebreo tedesco emigrato in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, spiega come nell’antichità greco-romana quella che noi chiamiamo oggi economia non esistesse. È chiaro che queste società necessitavano di una sfera in cui riprodurre la propria esistenza materiale, come tutte le società. Ma nessuna lo faceva producendo oggettività astratte come il capitalismo. Il valore è un’oggettività astratta. Alla base del capitalismo c’è la logica dell’accumulazione di oggettività astratte che diventa sempre più assurda.

Quindi, quando parliamo di crisi economica, parliamo dell’essenza del capitalismo. Il valore, per essere prodotto, deve essere estratto dal plusvalore. Ma questa estrazione di plusvalore dipende sempre dallo sviluppo delle forze produttive. Lo sviluppo tecnologico arriva al punto per cui il lavoro diventa marginale e il processo non accumula più abbastanza plusvalore da permettere l’espansione del capitale. A partire dagli anni settanta, la critica del valore comincia a sviluppare un’analisi secondo cui, con la terza rivoluzione tecnologica, si arriva a questo limite storico. A partire da questo punto, tutti quei fenomeni che osserviamo nel capitalismo sono sempre più espressione di questo limite dell’accumulazione. La crisi del 1973-1975 ne è già espressione. A partire da qui, tutta la storia del capitalismo è il tentativo disperato del capitale di superare questo limite.

Io appartengo alla generazione degli anni ottanta, quando in Brasile sono nate organizzazioni come il Partito dei Lavoratori, la Centrale Unica dei Lavoratori e il Movimento Senza Terra. Durante queste esperienze cominciai a riflettere sui loro limiti programmatici. Ciò che ci mobilitava non è più fattibile nell’attuale orizzonte storico. Alla fine degli anni ottanta, l’Unione Sovietica collassa e il socialismo reale cessa di esistere. Il limite programmatico qui è l’assenza di spazio per una critica radicale del capitalismo in difesa di un’altra forma di vita sociale. Il limite sta nel fatto che il capitalismo, come forma sociale totale globale, è arrivato al suo punto d’arrivo e ha iniziato un lungo processo di collasso. La mia riflessione parte da questo collasso del capitalismo visto dalla periferia, qui rappresentata dalla nostra esperienza brasiliana. E lo faccio partendo dal concetto di barbarie. “La Critica del Capitalismo ai Tempi della Catastrofe” è il quarto libro di questa serie teorica.

Domanda: C’è quindi un filo comune che lega queste opere?

Risposta: Sì. È dagli anni novanta che spiego in cosa consiste questa barbarie. È un concetto che troviamo anche presso gli antichi. Per i greci, la barbarie è ciò che è alieno alla loro cultura. Nel caso dei romani, il quadro è un po’ più complesso, perché ritenevano che anche la loro cultura potesse produrre barbarie, chiamata decadenza. Per l’illuminismo, la barbarie è sempre aliena: l’indigeno, il colonizzato, chi non è dell’Europa occidentale. In Marx troviamo una riflessione molto lucida sull’idea di barbarie. Per lui, la barbarie è un prodotto dello sviluppo del capitalismo. Marx divide il concetto in due momenti. Da un lato una barbarie momentanea. In ogni momento di crisi, che nel capitalismo ricorre ciclicamente, si produce una situazione distruttiva con regressione alla barbarie. Queste crisi, però, non sono soltanto cicliche. Con il tempo si accumulano e diventano sempre più sistemiche e strutturali, e la regressione alla barbarie sempre meno momentanea. La barbarie diventa allora permanente. Come oggi. È qui che torna l’immagine delle lancette dell’orologio che girano al polso di un morto. Il sistema gira, ma l’umanità è morta.

Domanda: La crisi del capitalismo tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo viene “risolta” con due guerre mondiali. Questo elemento della distruzione è condizione necessaria alla sopravvivenza del capitalismo?

Risposta: Della sopravvivenza non direi, però certo la guerra moderna nasce col capitalismo. Robert Kurz spiega come uno degli aspetti fondamentali delle origini del capitalismo sia legato alle armi da fuoco. Queste rappresentavano uno squilibrio rispetto alla guerra feudale, in cui le armi erano prodotte artigianalmente. I signori feudali combattevano tra loro in forma ragionevolmente equilibrata. L’utilizzo delle armi da fuoco produce un enorme squilibrio di potere. Correre dietro a queste armi diventa così una questione di vita o di morte. Non sono più prodotte in botteghe artigiane. Per averle occorre la mediazione del denaro, che a quei tempi significava oro, argento e metalli preziosi. Le armi da fuoco producono questa sete di denaro che disgrega l’organizzazione della società medievale e inizia un processo di riorganizzazione della vita sociale.

A partire da questo momento storico, verso il sedicesimo, diciassettesimo secolo, la guerra diviene parte permanente del processo di produzione e riproduzione del capitalismo. Qualunque economia di una certa importanza possiede armamenti significativi. Il grande passo in avanti del capitalismo industriale inglese avviene durante le guerre napoleoniche. Queste impongono la separazione tra il settore produttivo di beni capitali, macchine e armi da una parte, e quello produttivo di beni di consumo dall’altra. La produzione di armi è inerente alla storia del capitalismo. In certi momenti, la produzione di armi diventa anche un buon sistema per offrire uno sfogo alla sovraccumulazione di capitali. Tutta la logica del capitalismo è distruttiva. Il capitalismo è un modo di produzione distruttivo. Tornando alle teorie di Marx, la barbarie è il telos, il fine, del capitalismo. Quest’ultimo no può fare da base di un’organizzazione sociale compatibile con l’edificazione di una civiltà emancipata. Porre il capitalismo alla base di tale emancipazione è un grosso errore.

Domanda: Tenendo conto di questa logica distruttiva e del contesto politico e economico internazionale attuale, che possibilità c’è, secondo lei, che la crisi culmini in una nuova guerra di dimensioni mondiali?

Risposta: È già cominciata. Negli anni novanta abbiamo visto alcuni sintomi della crisi in corso, come il collasso dell’Unione Sovietica e dell’est europeo, la disintegrazione della Yugoslavia, la guerra nei Balcani, la crisi del debito estero in America Latina e Nord Africa, tra le altre cose. Questo contesto storico produrrà un fenomeno sociale di tipo completamente diverso: guerre civili di nuovo genere in cui non esiste una nozione definita di presa del potere. Economia e stato collassano lasciando uno spazio che viene occupato dalla violenza. Abbiamo già visto questo genere di guerra civile nei Balcani, con la pulizia etnica e gli interventi della Nato. Il processo di separazione delle repubbliche ex sovietiche, come la Georgia e la Cecenia, è un altro esempio. In America Latina lo schema è diverso. Qui il processo dà luogo ad un’esplosione della criminalità senza vessilli o etnie, anche se ad essere uccisi sono soprattutto i poveri e i negri.

In Brasile, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, il numero di morti per cause non naturali non superava gli undicimila l’anno. A metà degli anni novanta, il numero era già salito a 36.000 circa. Oggi è attorno a 60.000. È una crescita che supera di molto quella della popolazione nello stesso periodo. Si tratta di una violenza endemica, risultato di scontri armati che avvengono nelle città. Non ci sono eserciti definiti, ma una guerra permanente. In media ci sono 29 morti (per cause non naturali) ogni 100.000 abitanti. Secondo l’Onu, si tratta di dati da guerra civile di media intensità. Una guerra civile che nessuno ha mai dichiarato.

È una guerra civile che avviene contemporaneamente a quella cecena e di altre in altre parti del mondo, ognuna con caratteristiche particolari ma tutte riconducibili al processo di crisi del capitalismo. Cos’è questa crisi? L’organizzazione della società tramite la produzione di merci e la sua espansione permanente non è più possibile. Sempre più persone sono superflue. Sono soggetti monetari senza denaro. Tutti noi che viviamo in un mondo capitalista abbiamo necessità di denaro per realizzare le nostre necessità. Una porzione sempre più grande di persone non ha modo di accedere a questo denaro e resta confinata fuori dalla vita economica. Lo stesso fenomeno accade in altre parti del mondo, ognuna con le sue particolarità e con effetti sempre più mortali.

Nei Balcani c’è stata quella che la critica del valore chiama una guerra di ordinamento mondiale. Queste guerre di ordinamento mondiale hanno caratteristiche diverse dalle guerre imperialiste, in cui una grande potenza vuole dominare altri territori. Inghilterra e Stati Uniti sono cresciuti estendendo il dominio territoriale. Oggi l’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, non ha interesse a dominare il territorio direttamente. Fa guerre d’intervento per mantenere in forma minima, in varie parti del mondo, spazi di possibile accumulazione del capitale. In Medio Oriente, ad esempio, l’accumulazione del capitale passa tutta dal petrolio. Nei Balcani l’accumulazione passa dal controllo della popolazione locale così da impedire il collasso del resto dell’Europa occidentale.

Negli anni novanta, l’immigrazione dalla vecchia Yugoslavia arrivò a quasi un milione di persone. Fu la prima grande epidemia di rifugiati europei. Oggi controllare queste masse di rifugiati in tutto il mondo ha un’importanza strategica al fine di tenere in piedi quelle poche isole in cui è ancora possibile un’accumulazione di capitale. Questo avviene anche in America Latina. Sono conflitti organizzati generalmente in forma di guerra civile, ma che poi si allargano e tendono a diventare guerre vere e proprie, con l’intervento di eserciti di vari paesi. Questo potrebbe spiegare la grande presenza di militari nel governo di Bolsonaro. Il fenomeno, per come lo interpreto io, si ricollega direttamente ad una nuova fase: un processo fatto di guerre connesse al collasso del capitalismo. Le guerre degli anni novanta non bastano a spiegare le guerre iniziate dopo il 2008, che sono di portata ben più ampia e esigono interventi più a largo raggio.

Domanda: L’esercito brasiliano quindi spiega il fenomeno?

Risposta: Sì. Spiega l’intervento brasiliano ad Haiti, ad esempio. Serviva per controllare un paese collassato. L’Onu non era preoccupata perché la popolazione di Haiti moriva di fame, ma perché poteva iniziare un processo migratorio massiccio. Era necessario garantire la governabilità della regione. L’intenzione, alla base della decisione dell’Onu di affidare al Brasile il comando della missione dei caschi blu, era di fare in modo che la popolazione restasse ad Haiti. L’esercito brasiliano acquisisce ad Haiti un’esperienza di intervento e governo che rappresenta una novità. Il generale Augusto Heleno, così come gli altri generali presenti, diventa praticamente il vicepresidente di Haiti. Il presidente era una figura formale, di facciata. Buona parte del governo era nelle mani dei generali brasiliani, e l’Onu forniva una buona dotazione di fondi. Questi generali dovevano mantenere i contatti con i comandanti dei principali eserciti del consiglio di sicurezza dell’Onu, soprattutto con quello americano. Questa esperienza internazionale definisce, per quanto riguarda i militari brasiliani, la coscienza del loro futuro ruolo in America Latina. Man mano che il capitalismo collassa in tutto il mondo, compresa l’America Latina (vedi i casi del Venezuela, Argentina e, in un certo senso, Brasile), occorre garantire spazi territoriali in cui il capitalismo possa ancora mandare avanti il processo di accumulazione. Ad Haiti l’esercito brasiliano ha acquisito la capacità di agire non solo in Brasile, ma anche nel resto dell’America Latina. Il Venezuela forse è la prossima tappa.

Domanda: In un dibattito organizzato a gennaio a Porto Alegre, Paulo Arantes ha detto che l’esercito brasiliano considera il Venezuela potenzialmente come la Siria. È così?

Risposta: Esatto. Il collasso del Venezuela ha già generato una massa di rifugiati di circa tre milioni di persone dirette verso la Colombia, Ecuador, Brasile e, in misura minore, Stati Uniti e Europa. Gli sviluppi futuri che hanno per teatro il Venezuela rientrano perfettamente nello scenario che ho appena descritto. L’America Latina sta entrando in una nuova fase del processo di collasso del capitalismo. La caduta delle frontiere nazionali genera terribili migrazioni di massa. Il capitalismo brasiliano è il meglio organizzato dell’America del Sud, ci sono settori in grado di sopravvivere un po’ più a lungo a questa valanga. È normale che molte di queste popolazioni siano attratte dal Brasile. Per i militari, un miglior controllo di queste frontiere, oltre alla capacità di intervenire dentro questi paesi al fine di controllare le loro popolazioni, è diventata una questione di fondamentale importanza.

Domanda: Nel contesto dell’analisi che lei fa a proposito dell’attuale situazione di crisi capitalista in America Latina, l’elezione di Bolsonaro sarebbe una sorta di espressione politica del collasso che prosegue?

Risposta: Sì, la sua osservazione calza perfettamente. I governi del partito dei lavoratori sono sorti nel mezzo di questo processo di collasso che ha origine negli anni ottanta. Negli ultimi quarant’anni abbiamo avuto tre delle peggiori crisi della nostra storia. La prima è quella del ’29, curiosamente la più leggera. Poi quella del 1981-82, violentissima, che ha portato alla fine della dittatura militare. Quindi la crisi dell’era Collor. Ultima quella del 2014-17. Rivedendo la nostra storia, il dibattito politico si riduce, coscientemente o meno, a come amministrare queste crisi che sono il sintomo di un collasso. In nessun caso c’è una ripresa.

Un buon criterio di valutazione è il peso dell’industria sul pil brasiliano, peso che cala dagli anni ottanta. Il nostro è un paese in fase di deindustrializzazione, un processo presente in tutto il mondo. Tolta la Cina, la deindustrializzazione è in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti dove è un problema grave.

I quattordici anni di governo del Partito dei Lavoratori sono stati una gestione della crisi. Associando il collasso del capitalismo ad una regressione permanente alla barbarie, si può dire che i governi del Partito dei Lavoratori sono stati un modo di gestire la barbarie. In che modo? Il partito dei lavoratori possiede un know-how accumulato durante le esperienze di governo a livello locale. È qui che ha sviluppato il concetto di governabilità sociale, che significa accettare persone che, dal punto di vista socio-economico, erano inaccettabili. Nella misura in cui l’economia cessa di assorbire questi “inaccettabili”, monetizzarli diventa una questione fondamentale al fine di garantire la continuità della loro esistenza. Il Partito dei Lavoratori ha fatto ciò a bassa intensità attraverso un insieme di programmi sociali, permettendo a queste persone di vestirsi e mandare a scuola i figli, insomma un minimo di esistenza sociale secondo standard civili minimi.

Con grande rischio, il Partito dei Lavoratori è riuscito a realizzare tutto ciò anche a livello di governo federale, e questo rischio aiuta a capire la crisi di cui parlavo prima. Dagli anni settanta in poi, il capitalismo non riesce più ad espandersi massicciamente producendo nuovo valore. Si espande, ma solo accumulando valore fittizio tramite il processo speculativo. Grazie a questo processo, si proietta e si consuma nel presente quel valore che si pensa di poter produrre nel futuro. Si consuma oggi un valore che si conta di realizzare nel futuro, ma che non è detto che si realizzi. È dagli anni settanta che con questa logica si producono bolle di dimensioni mondiali, bolle che sostengono l’economia mondiale. Questo meccanismo rimanda al futuro una crisi ancora più violenta e dà l’illusione che l’economia funzioni. È come le lancette dell’orologio, che continuano a girare anche dopo che l’uomo è morto.

Alla fine degli anni novanta c’è stata la bolla delle dotcom, che ha fatto crescere aziende come Microsoft e Apple. All’inizio del decennio seguente la bolla scoppia. Ad aprile del 2001 la borsa di New York crolla, un segnale chiaro di come il meccanismo faticasse a riprodursi. Sgonfiata questa bolla dell’hi-tech, nascono altre due grandi bolle nei settori immobiliare e delle materie prime. La bolla immobiliare coinvolge gli Stati Uniti, la Spagna, l’Inghilterra e diversi altri paesi, mentre quella delle materie prime assedia la Cina e gran parte dell’America Latina. Queste bolle sono articolate, sono le varie parti di uno stesso movimento di realizzazione di un capitale che non trova valore reale. È un capitale che ha solo forma contabile e che deve continuare a riprodursi in forma contabile.

L’ultima bolla ha coinciso con il periodo in cui il Partito dei Lavoratori ha vinto le elezioni. È in questa epoca che si allarga enormemente la produzione di materie prime come il ferro, il petrolio, la soia, il mais. Così è stato possibile riportare in equilibrio un’economia al tappeto. Questo ha permesso al partito di fare una riforma minima di alcune funzioni dello stato e garantire le risorse necessarie a fare quelle politiche pubbliche che, come ho detto, servono alla gestione della barbarie. Quando, nel 2008, la bolla scoppia, già cominciamo a vedere crisi all’interno del governo. A cominciare da allora, Lula è costretto a fare una politica anticiclica gonfiando il debito pubblico. In un primo momento, l’economia risponde bene e cresce di oltre il 7%. Inizia un periodo di riarticolazione dell’economia. La bolla internazionale torna in equilibrio nel 2008-09 finché, nel 2012, scoppia e scompare del tutto. È in questo periodo che cominciano le crisi dei governi di Dilma Rousseff.

Bisogna gestire la barbarie, ma ciò che permetteva al Partito dei Lavoratori di gestirla non c’è più. La via della governabilità sociale, adottata dal partito, non è più possibile, occorre gestire queste masse umane senza poter far funzionare il sistema. La mia ipotesi è che ora la gestione della barbarie passerà dalla violenza militare, l’esercito, la polizia militare o le milizie. La disseminazione di milizie da nord a sud del Brasile è un fenomeno minaccioso, raccapricciante. Siamo entrati in una fase nuova di questo enorme degrado sociale, una fase in cui il bolsonarismo appare la forma aggressiva più adatta a soddisfare i bisogni di chi ha ancora un ruolo nell’accumulazione di capitale nel nostro paese.

Domanda: Nel suo libro lei difende la necessità di un profondo cambiamento teorico della sinistra, che spieghi l’attuale degrado sociale. Secondo lei, a partire da quali categorie deve avvenire questo cambiamento? In che misura è utile l’opera di Marx?

Risposta: L’opera di Marx resta indispensabile, ma non se ne può fare una lettura fondamentalista. Come tutte le opere storiche, manca di attualità, ha l’impronta del suo tempo. Quanto ai marxisti, in generale sono modernizzatori, non anticapitalisti. Il marxista tradizionale, quello che conosciamo tutti, il militante dei partiti e dei movimenti di sinistra, ha come orizzonte storico l’idea che il capitalismo sia un modo di produzione in grado di produrre un certo benessere per l’umanità. È un’idea del tutto insostenibile. Durante tutto il ventesimo secolo, di Marx è stato elaborato ciò che si adattava alla modernizzazione. Qui in Brasile per tanto tempo ci siamo lasciati attrarre dall’idea che produrre un sistema industriale sovrano fosse il presupposto della modernità.

Le categorie del pensiero marxiano devono essere messe in movimento dal punto di vista dell’analisi critica. Una delle idee da contestare è che il lavoro sia un elemento ontologico della vita sociale. In realtà, il lavoro non è una categoria fondamentale della vita umana perché è un’attività astratta della società moderna. È lavoro tanto quello del laureato quanto quello dello spazzino. Entrambi lavorano. Cos’è l’astrazione del lavoro? È un’attività misurata temporalmente. Questa attività misurata temporalmente produce un valore e riceve un valore di cambio, ma non ha emancipazione. È solo un’attività necessaria all’accumulazione di valore e di capitale.

Il lavoro, la merce e il denaro non sono forme eterne, ma appartengono ad una determinata società. E sono astratte e razionali. Se il lavoro, la produzione di merci e la circolazione del denaro restano a fondamento di questa società, distruggiamo l’umanità e la natura. È assurda, ma questa è la logica che opera nella società. Se non facciamo una critica profonda di queste basi sociali, finiamo in una situazione molto strana che è l’impossibilità di uscirne. A prescindere da tutto ciò che ha accumulato, l’umanità dovrebbe accettare la sua autodistruzione. Una pazzia.

 

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