Irresistibile Seduzione


Pawel-Kuczynski2

Di Lelio Demichelis. Fonte: Alfabeta2

Fabio Merlini, L’estetica triste, Seduzione e ipocrisia dell’innovazione, Bollati Boringhieri, Pag. 138 € 14,00

Il titolo dell’ultimo libro di Fabio Merlini – importante filosofo ticinese – è decisamente intrigante (e affascinante è il suo stile di scrittura): L’estetica triste. Ma il sottotitolo lo è ancora di più: Seduzione e ipocrisia dell’innovazione. Perfetta è anche l’immagine di copertina, l’Allegoria della simulazione, di Lorenzo Lippi, opera del 1630.

In realtà eravamo abituati a considerare l’economia (capitalistica) come una scienza triste, o comunque intristente. La definizione risale a Thomas Carlyle che la usò per criticare e denunciare “senza mezzi termini” – pur facendo anche “una odiosa apologia della schiavitù”, come ricorda Merlini – “gli eccessi nefasti di un capitalismo sfrenato nei suoi appetiti e squilibrato nei suoi meccanismi redistributivi”. Perché, invece, anche l’estetica sarebbe oggi triste, se l’estetica è (Merlini) quella “sfera a cui di solito assegniamo effetti rasserenanti, se non euforizzanti”? Perché, ecco la risposta, l’estetica capitalistica e tecnica è fatta non per l’uomo, ma per il capitalismo (quindi per produrre profitto ad accrescimento infinito, attraverso il lavoro alienato dell’uomo) e per la tecnica come apparato (principio di accrescimento e di convergenza di uomini e macchine in una mega-macchina altrettanto alienante, noi passando dall’uomo appendice delle macchine di ieri all’uomo ibridato/integrato con le macchine e totalmente sussunto nella tecnica).

Le merci, dunque e il loro fascino, il loro potere di seduzione, ma anche – appunto – la loro estetica triste. Le merci come sirene che ci attraggono con il loro canto e con l’immagine che di sé producono per noi – e a questo servono marketing e pubblicità: a produrci come serviamo al sistema, cioè consumatori in servizio permanente effettivo e a produttività di consumo sempre maggiore, oggi h24 e 7 giorni su 7. La scenografia della merce, la vetrina, oggi la rete – l’estetica delle merci, appunto – servono a produrre incantamento (il nostro incantamento) davanti a queste merci, per trasformarle in valore di scambio, quindi in profitto privato, quindi in valore. Perché consumare è un lavoro (altrimenti si fermerebbe la produzione) che dobbiamo svolgere incessantemente, ma il sistema è così abile che ci fa sembrare questo lavoro un piacere esistenziale o un modo di essere e di vivere, trasformando appunto le merci in qualcosa capace di creare emozioni, più che di soddisfare un bisogno. Alla fine, noi stessi finiamo per considerarci una merce tra le merci, entrando nella vetrina ed estetizzando anche noi stessi come merci (mettiamo in vetrina il nostro capitale umano, il nostro valore di scambio – non noi stessi), es-ponendoci al pubblico.

Quindi, feticismo delle merci e di noi stessi come merci (egoismo, narcisismo, solipsismo e selfismo come feticizzazione di sé). E il sistema capitalistico – che ormai produce emozioni ed estetica prima che merci in senso stretto – usa questa estetica fasulla per nascondere il peggio di sé: sia nel lavoro semi-schiavistico o comunque “osceno”, usato per produrre le merci che poi noi dobbiamo acquistare con piacere e desiderio dopo che sono state rivestite di estetica e di emozioni; sia nelle offese continue alla biosfera. L’estetica si fa dunque e conseguentemente triste, perché non arricchisce l’uomo con arte, bellezza, emozione, ma il capitalismo; portandoci a vivere in uno stato di eccitazione infinita, utile al sistema per sostenere se stesso e la propria riproducibilità – mediante incanti che però producono distopie – senza opposizioni. Un mondo triste perché chiuso in un presente privo di un orizzonte diverso dal consumare e dall’innovare. È la “caducità delle merci indotta dai vettori di accelerazione” – scrive Merlini – cioè eteronomia tecno-capitalista rivestita di autonomia e di libertà di scelta di un consumatore che apparentemente crea e sceglie ma che in realtà deve interiorizzare l’estetica e il feticismo delle merci (secondo le tecniche di modificazione comportamentale del marketing), perché siano distrutte in fretta: e questo non è un paradosso del sistema (creare per distruggere), ma l’essenza di questo sistema. È la consanguineità tra moda e morte – “già colta da Leopardi due secoli fa”.

Capitalismo, dunque. E tecnica. Quello che Merlini definisce opportunamente come tele-tecno-capitalismo, dove “moda, design e ludicità intrecciati insieme lo riproducono, lo alimentano, legittimandolo attraverso le nostre stesse pratiche, a loro volta estetizzate”. E poi il nostro feticismo per l’innovazione. Nelle merci. Ma anche la tecnica vive di estetica eccitante, coinvolgente ma ugualmente triste – perché “l’estetica di uno smartphone si trasmette all’uso che ne fai, riverberandosi nel gesto con il quale attivi lo schermo, selezioni una funzione, scorri le icone, digiti un messaggio, recuperi un dato o documenti una situazione”. E “se, orgogliosi, ci sentiamo figure attualizzate del tempo, non dovremmo però mai dimenticare che ciò accade poiché siamo sempre anche, a nostra volta, dispositivi che, in cooperazione con altri dispositivi tecnologici, rispondono all’imperativo del principio di immediatezza, che recita: sbarazzati dell’attesa inerente al differimento. Come se qualsiasi esperienza estranea al tempo reale fosse di troppo, fuori squadra e fuori misura, puro dispendio: esubero”. Ma, ancora Merlini, “laddove domina l’imperativo dell’accelerazione scompare il tempo della durata, che è invece quella modalità che alla sincronia antepone la diacronia quale cumulazione lenta e progressiva” – mentre noi dobbiamo essere invece sempre connessi, mobilitati a fare/innovare, ovvero sempre più sincronizzati con gli altri e con le macchine, funzionando come una parte della mega-macchina, possibilmente a zero tempi morti. E dove quindi l’innovazione incessante e il nostro feticismo per l’innovazione dissimulano quella che in realtà, scrive Merlini, è una regressione.

È l’ipocrisia dell’innovazione.

A questa tristezza portano oggi anche la disintermediazione universale (vera o apparente) e il dinamismo immobile di una società per altro in mobilitazione totale crescente (ancora la sincronizzazione): in verità è “una innovazione conservativa nonostante le sue mirabili fughe in avanti; una innovazione a vocazione prevalentemente amministrativa”- ostile a qualsiasi ragionamento, preferendo le competenze senza conoscenza e senza consapevolezza del fare e del consumare Tutto all’insegna dell’easy style e dell’user friendly, che in realtà “costringe ad una sfibrante mobilitazione cognitiva”. Per un mondo estetizzato e performante. E performante perché estetizzato. In cui tutto è appunto merce (e tecnica). Un mondo “già vecchio anche se sembra sempre nuovo”. Un mondo “non più da pensare e nemmeno più da cambiare, ma solo da amministrare”. Dove anche il populismo “non si oppone assolutamente alla più vorace speculazione economica, per quanto lo affermi, perché al contrario ne è un alleato”.

Un mondo – “inteso come sconfinata agenzia promozionale e di mobilitazione in termini di produzione e di consumo” – che tuttavia “non è il vuoto del nichilismo, bensì il pieno bulimico di uno spazio che orizzonta senza tregua le nostre esistenze”. Un mondo che diventa umanamente inospitale perché il sistema non vuole un uomo capace di conoscere se stesso e di essere se stesso, ma solo capace di consumare se stesso e il mondo, un mondo privato di senso. Ma “un senso del mondo” – conclude il filosofo Merlini e noi con lui – “privo di orizzonte è un senso ad altissimo rischio di implosione, proprio a causa dell’euforia maniacale con cui il suo metabolismo sostiene il nostro odierno consumo del tempo”. Che ci spoglia del senso, dell’orizzonte, dell’immaginazione, dell’ulteriorità.

 

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