Il Sogno Infranto del Sudafrica


ZLATKOVSKY

Di Michael Roberts. Fonte: The Next Recession, 7 maggio 2019. Titolo originale: South Africa: the dashing of a dream. Traduzione di Enrico Sanna.

Domani in Sudafrica ci saranno le elezioni, a venticinque anni dalla fine dell’apartheid, sei anni dopo la morte di Nelson Mandela. In questi venticinque anni, le aspirazioni e le speranze di tanti sudafricani di colore (il 90% di una popolazione di 58 milioni di abitanti), e dopotutto anche di tanti bianchi, sono state disattese. In questi venticinque anni, la maggioranza della popolazione non ha visto alcun visibile miglioramento in termini di stile di vita, istruzione, sanità e servizi pubblici. Anzi per tanti, soprattutto giovani di colore, le cose sono peggiorate. Le disparità di reddito, ricchezza e possedimenti terrieri sono esasperanti; la corruzione del governo e del partito della maggioranza nera, l’African National Congress (Anc), è fortissima.

La morte di Nelson Mandela nel 2013 ha ricordato la grande vittoria del popolo sudafricano contro il violento, crudele e retrogrado sistema dall’apartheid prima sostenuto dell’imperialismo britannico e poi adottato dalla classe di governo reazionaria e razzista del Sudafrica per preservare i privilegi di una minuscola minoranza. Mandela passò ventisette anni in galera da detenuto politico, e il popolo che lui rappresentava ingaggiò una lunga, dura battaglia per rovesciare il regime grottesco che da decenni era sostenuto dalle principali potenze imperialiste, compresi Stati Uniti e Gran Bretagna.

Ma la fine dell’apartheid negli anni novanta fu anche conseguenza del cambio di atteggiamento della classe di governo bianca in Sudafrica e nei maggiori stati capitalisti, che decise di non considerare più Mandela un terrorista, ammettendo così l’inevitabilità, e anche la necessità, di un presidente di colore.

A quei tempi, tra gli anni ottanta e i novanta, l’economia sudafricana era in ginocchio. Questo non a causa del boicottaggio mondiale delle sue esportazioni, ma perché la produttività dei lavoratori di colore nelle miniere e nelle fabbriche stava crollando. La qualità degli investimenti industriali e la disponibilità di investimenti dall’estero era collassata. L’origine fu il crollo dei profitti durante la recessione dei primi anni ottanta. A differenza di altre economie capitaliste, il Sudafrica dell’apartheid non riuscì ad invertire la rotta aumentando lo sfruttamento della forza lavoro di colore.

La classe di potere doveva cambiare strategia. Guidata da F.W. de Klerk, la dirigenza bianca invertì decenni di politica e scelse di liberare Mandela e optare per un governo a maggioranza nera per cercare di riportare i lavoratori alla disciplina e rianimare il profitto. L’opera valse a de Klerk il premio nobel assieme a Mandela, che fu eletto presidente all’età di settantasei anni! E durante il primo governo Mandela il tasso di profitto si impennò, arrivarono investimenti da tutte le parti e il tasso di sfruttamento della forza lavoro andò alle stelle.

Come negli altri cosiddetti Brics, anche in Sudafrica l’economia si basava soprattutto sul settore primario in virtù delle ricchezze minerarie e del clima favorevole all’agricoltura. Prima con Mandela, e poi con Thabo Mbeki, la popolazione di colore vide, rispetto alle precedenti terribili condizioni, qualche miglioramento nell’igiene, gli alloggi, l’energia elettrica, la salute e altro, nonché la fine del barbaro, arbitrario sistema di controllo degli spostamenti e delle diseguaglianze generate dal regime dell’apartheid.

Ma a dispetto della loro dichiarata ideologia socialista, messa nero su bianco nella costituzione, i leader dell’Anc abbandonarono presto qualsiasi proposta di cambiamento radicale dell’economia e della struttura sociale. I governi dell’Anc optarono per il capitalismo e neanche presero mai in considerazione la nazionalizzazione delle miniere, delle risorse e del patrimonio fondiario di proprietà dei bianchi. Decisero invece di partecipare al banchetto.

È così che la piccola e ricca minoranza bianca è scampata indenne alla fine dell’apartheid. Ora ai ricchi bianchi si sono uniti alcuni ricchi di colore e tutti assieme dominano gli affari e controllano l’Anc. Oggi il partito è espressione della divisione netta tra la maggioranza formata dai lavoratori di colore e la minoranza, sempre di colore, che governa. Ogni tanto compare una crepa, ma finora nessuna rottura netta.

Verso l’inizio degli anni duemila, la relativa ripresa dell’economia cominciò a scemare, fino alla Grande Recessione da cui il capitalismo sudafricano subì un knock-out tecnico da cui non si è più ripreso. Il tasso di profitto del capitale crollò e la crescita in investimenti, produttività e produzione cominciarono ad andare a passo di lumaca, rendendo impossibile qualsiasi miglioramento per la maggioranza di colore. Oggi l’industria sudafricana è in difficoltà. Disoccupazione e crimine sono tra i più alti al mondo, e la crescita economica affonda.

Tra il 1994 e il 2000, con Mandela, dopo la rovina economica dell’apartheid, il pil aumentò mediamente del 2,9%. La crescita continuò con i successori di Mandela, fino ad una media del 4,2% l’anno. Nel 2008, la crisi. Durante il decennio seguente, l’economia è entrata in stallo con una crescita media dell’1,6%.

In realtà, tenendo conto della crescita della popolazione, il pil pro-capite è arenato da dieci anni in una lunga depressione.

La Banca Mondiale definisce il Sudafrica “il paese con la maggiore diseguaglianza al mondo in tutti i sensi”. La diseguaglianza dei consumi con i governi dell’Anc è arrivata ad un incredibile rapporto gini di 0,63. La diseguaglianza in termini di ricchezza è ancora più accentuata: il 10% più ricco nel 2015 aveva il 71% della ricchezza netta, mentre il 60% più povero aveva appena il 7%. La mobilità intergenerazionale è bassa, il che significa che le diseguaglianze si ereditano da una generazione all’altra con scarse possibilità di cambiamento. Ramaphosa rappresenta il fallimento del tentativo di eliminare la diseguaglianza alle radici. Ramaphosa, un ricco magnate, appartiene all’élite di colore generata dalle politiche dell’Anc.

Il processo di riduzione della povertà, avviato dai primi governi Anc alla fine degli anni novanta, si è fermato. Anche prendendo per buona la soglia della povertà di 1,90 dollari al giorno indicata dalla Banca Mondiale, oggi il 19% dei sudafricani sta sotto tale soglia; otto anni fa era il 17%. Secondo dati forniti da Moeletsi Mbeki, fratello dell’ex presidente Thabo, solo 37.000 sudafricani di colore guadagnano più di 4.300 dollari al mese. Oltre la soglia di 820 dollari si trovano solo 1,25 milioni di persone su una popolazione di 58 milioni.

8,3 milioni di persone in età lavorativa sono senza lavoro. La disoccupazione ufficiale era al 27,1% nell’ultimo trimestre del 2018. Tra i giovani, il tasso di disoccupazione è al 54,7%.

A quindici anni dalla fine dell’apartheid, la divisione razziale e tra le classi resta marcatissima. Una divisione che inizia già a scuola. Mentre la quasi totalità dei bianchi passa l’esame delle scuole secondarie per accedere all’università, solo due terzi degli studenti di colore passa. I sudafricani di colore hanno difficoltà anche ad accedere a servizi sanitari e di altro genere. I continui blackout, provocati da impianti obsoleti, cattiva gestione e corruzione nell’azienda di stato Eskom, colpiscono soprattutto le comunità di colore.

Ai vertici la corruzione è cresciuta. Trasparency International attribuisce al Sudafrica un punteggio pari a 42 (zero equivale a corruzione totale), contro il 57 di quando terminò l’apartheid.

Esiste un piano nazionale per far uscire dalla povertà milioni di sudafricani di colore. Il Piano di Sviluppo Nazionale 2030 è nel programma dell’Anc ma non è mai stato messo in pratica. Un piano che, per giunta, è un compromesso con le grandi aziende e i proprietari terrieri. I ricchi pagherebbero più tasse e lo stato fornirebbe servizi migliori (e sarebbe meno corrotto), ma i salari reali verrebbero ridotti per far crescere l’occupazione! Questo il programma elettorale dei vertici dell’Anc con Ramaphosa.

Ma l’Anc ha problemi elettorali. Ad agosto del 2016 ha perso la maggioranza in quattro grosse città. Sono nate coalizioni che hanno mandato all’opposizione l’Anc a Johannesburg, Pretoria e Nelson Mandela Bay. Alle prossime elezioni il partito, pur vincendo, potrebbe scendere sotto il 50% per la prima volta.

Ramaphosa afferma di voler ridurre la corruzione al vertice, ma l’apparato del partito è ancora controllato dagli uomini dell’ex presidente Zuma. Ace Magashule, potente segretario del partito, è conosciuto come Mister Dieci Percento per aver saccheggiato un’intera provincia ai tempi di Zuma.

Il partito di opposizione Democratic Alliance (DA) dovrebbe arrivare al 20%. Già partito dei liberali bianchi, ora per la prima volta è guidato da una persona di colore, Mmusi Maimane. Maimane è ben integrato nel panorama industriale. Il programma del suo partito propone qualche piccola riforma fondiaria e la lotta alla corruzione e il crimine; proposte condivise dall’Anc. Dovrebbe attirare il voto della classe media di colore stufa della corruzione dell’Anc.

Il partito più estremista è l’Economic Freedom Fighters (Eff), nato da una scissione dell’Anc e guidato dall’ex leader dell’Anc stesso, il giovane Julius Malema. L’Eff chiede la nazionalizzazione delle terre senza compensazione e l’acquisizione delle miniere e della banca centrale da parte dello stato. Ha già 25 seggi in parlamento e potrebbe arrivare al 12-14% alle prossime elezioni, grazie al voto dei giovani estremisti.

Il capitalismo sudafricano post-apartheid non riesce a stare al passo con gli altri Brics, in particolare Cina, Russia e India, ed è classificabile tra i “cinque fragili” (India, Brasile, Indonesia, Turchia e Sudafrica). Ramaphosa deve affrontare un’economia capitalista stagnante, povertà estrema, diseguaglianza, corruzione e crimine. Il tutto con un’economia molto sensibile ai rallentamenti globali, che potrebbero trascinarla verso un crescente deficit commerciale con conseguente fuga di capitali e aumento dei tassi d’interesse.

Ad aspettare il prossimo governo dell’Anc sono cinque anni di crisi profonda.

Vignetta di Miikhail Zlatkovsky

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