Amina


Amina

Di Obdulia Molina Jara. Originale pubblicato il 22 agosto 2018 su Afroféminas con il titolo Amina, la Nana. Traduzione di Enrico Sanna.

Ho sempre voluto scrivere qualcosa su Amina, che noi conosciamo come la nana (la balia, es), una donna che ha accudito generazioni di bambini e bambine di una famiglia estesa e prolifera come la nostra. Ora che ha appena compiuto i centodue anni è sempre forte come una quercia, con il suo metro e settanta di statura e la sua pelle mora, la sua memoria ancora buona, soprattutto quando ricorda le nostre e le sue bravate a Barlovento, la regione in cui è nata, lungo la costa centro-settentrionale del Venezuela, più precisamente in una coltivazione di cacao.

Sento che la mia ansia di scrivere ogni cosa viene proprio dalla necessità di ricordare i suoi infiniti racconti, le sue infinite esperienze, ma soprattutto la storia delle sue antenate. Il femminile stava sempre al centro delle sue storie: le madri, le nonne, le levatrici, le piante, l’erba, le bestie feroci, le lacrime, la vita, la morte, la malignità, la bontà, la pigrizia, le sorelle. E su ogni cosa ricorreva sempre immutata la stessa frase: “Noi siamo i semi e la pianta, gli uomini servono per innaffiarci quando ne abbiamo bisogno”. E io, che non ne capivo il significato, mi divertivo a mettere in musica le sue parole, e imitavo la sua posa con le mani sui fianchi, e danzavo quando lei parlava. Ma la storia che più mi piaceva sentire era quella della bisnonna, una principessa africana che un giorno, mentre passeggiava per la spiaggia del suo paese, fu rapita assieme ad altri e imbarcata contro la sua volontà su una grande nave. Erano stranieri, invasori giunti sulla sua terra carichi del loro odio. Erano venuti a rubare la pace. A separarla dalla famiglia per sempre. Erano mercanti. Cercavano soprattutto oro e schiavi, prendevano con la violenza quello che volevano, legavano con le catene, ammucchiando le persone come se fossero cose, tutti quelli che rapivano, e non avevano una coscienza. Durante i mesi della traversata, mangiando poco o nulla, i fluidi finirono per accumularsi nel corpo dei disgraziati, che si ammalavano, e quando morivano erano gettati in mare senza tante cerimonie. E quelli che arrivavano a destinazione venivano lavati con acqua e sapone e messi in mostra, assieme alle altre mercanzie, per essere venduti. La bisnonna raccontava che era riuscita a sopravvivere respirando profondamente, elevando la mente con i canti del suo popolo, con le orazioni che ricordavano i morti, gli antenati, le divinità che offrivano una compagnia. E tutto ciò le permise di sopravvivere a quell’orrore con le sue forze.

La bisnonna portò con sé la conoscenza delle piante. Le donne della sua famiglia le avevano insegnato a capire il bene che le erbe facevano al corpo e alla mente, le avevano insegnato a preparare le pozioni: queste erano compito delle donne, che avevano il dovere di proteggere la famiglia. Sebbene in condizioni di schiavitù come tutte le altre, godeva di un grande rispetto; perché aiutava le sorelle, sfortunate come lei, a superare i malanni, ma anche perché le aiutava ad evitare una gravidanza in quelle condizioni di vita terribili; o ad interromperla; perché questo significava mettere alla luce nuovi schiavi, condannarli a soffrire, soprattutto quando erano vittime della violenza dei padroni, il che succedeva molto spesso. Queste conoscenze sono state trasmesse di generazione in generazione fino a me, ed è per questo che ho sempre considerato l’aborto una cosa da donne, e ho sempre pensato che ospitare un figlio nel nostro corpo debba essere un atto assolutamente volontario. La decisione di portare a termine la gravidanza o di interromperla è ad un tempo qualcosa di personale, un atto divino e una cosa naturale.

Oggi, aiutata dalle tradizioni orali, riesco a capire che la questione dell’aborto va oltre l’aspetto legale. La lotta delle donne va molto più in là della depenalizzazione dell’aborto, un atto che è stato corrotto dal senso di colpa e del peccato. E questo senso del peccato è stato inculcato dalle istituzioni religiose che operavano assieme ai colonizzatori. Sono stati loro a trasformare il corpo della donna in una merce, come fanno ancora oggi, usando tattiche nascoste, o anche aperte, in questa società classista e ingiusta; una società che ha svalutato enormemente il genere femminile. È stata la tradizione orale a spingermi a studiare il significato di cose come Matriarcato, Patriarcato, Capitalismo o Mercantilismo. Ma anche la violenza di genere e altre cose, e il tutto riunito sotto il marchio dell’ingiustizia. Tutto questo mi porta a guardare il viso della nana, mi spinge ad andare oltre la sua bella pelle scura, oltre il suo portamento da principessa, mi spinge a riconoscere la sua statura, che è quella di una maestra di vita. Oltre la sua persona, e a prescindere dalle sue vicende famigliari e dalla sua condizione di serva, ciò che io ora vedo in lei è la Grande Madre, l’Eva Genetica Africana che ha fondato l’umanità. Lei con il suo DNA mitocondriale, con il suo cranio lievemente affossato che io accarezzo con le mie mani, conseguenza delle pesanti ceste di cacao, delle casse di frutti portati a seccare nel patio fin da quando era bambina.

Il calore e la fermezza della sua voce non hanno eguali, così come i suoi canti, e i racconti. Né ha eguali l’olocausto più grande mai conosciuto dall’umanità, avvenuto nel continente africano. Ma anche quello avvenuto in America ai danni delle popolazioni indigene indoamericane. Hanno rubato le loro ricchezze, le hanno portate in altri mondi, e con esse hanno finanziato le grandi potenze di oggi. È un debito che non potrà mai essere ripagato, un guasto irreparabile occultato da una finta legalità. Il loro lamento arriva fino alle nostre generazioni, sono le grida di un dolore alieno che non trova consolazione!

Le cose che ho appena raccontato mi portano alla conclusione, condivisa da molte donne, che la migliore eredità consiste nel poter pensare liberamente, opponendosi ad ogni tipo di discriminazione e di oppressione, così da poter ammirare la bellezza nelle sue varie forme. E tutto ciò affinché noi madri educhiamo i nostri figli a vivere in un contesto e con riferimenti ideali distinti da quelli imposti dalla società egolatra e disumanizzante oggi dominante… Quanto all’aborto, è una pratica antica come la stessa umanità, appartiene alle donne come un fatto di natura, e nei piccoli paesi da cui io provengo è sempre stato visto come un fatto normale, come qualcosa che fa parte della vita quotidiana delle donne; donne che possono fare molto ma che hanno le ali tarpate da un patriarcato di un’epoca ormai giunta alla fine. Un’epoca che pian piano, vista attraverso gli occhi della nana, con la sua esistenza fatta di centodue anni, vediamo che va a pezzi.

 

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