Un Miraggio Sempre più Distante


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È possibile l’emancipazione entro i limiti del capitalismo?

Di anonimo. Originale pubblicato il 18 giugno 2017 su Rumores da Crise con il titolo É possível a emancipação dentro dos limites do capitalismo? Traduzione di Enrico Sanna.

Quando si parla della fine del capitalismo, la confusione cresce. Alcuni analisti vedono nelle nuove tecnologie, che con l’automazione della produzione portano ad una crescita della produttività, la possibilità di superare questo modo di produzione. In queste analisi, però, perdere l’orientamento non è difficile. In un’intervista ad un quotidiano economico, Paul Mason non sfugge alla regola. Dice: “il desiderio di condividere non solo informazioni, ma anche beni e servizi, finirà per distruggere i margini di profitto, rendendo impossibili i monopoli e il controllo dei prezzi da parte dell’élite finanziaria.” Quest’ultima, dice Mason, “vedrà la sostituzione del proprio protagonismo con un modello più democratico, basato su quello spirito collaborativo che già vediamo in opere collettive come Wikipedia o in esperienze locali come i governi di sinistra in città spagnole come Madrid e Barcellona.” Marx, dice Mason, sbaglia a credere che l’emancipazione umana non possa avvenire entro il capitalismo. E attribuisce la caduta del margine di profitto (Marx) al desiderio di condividere informazioni, beni e servizi.

Salta agli occhi che l’economia mondiale, soprattutto nei paesi sviluppati, dopo la botta del 2007-08 sta in piedi solo grazie ad un’iniezione inusitata di capitale senza sostanza e grazie al credito sovvenzionato. C’è stata tutta una corsa a generare capitale fittizio con l’acquisto di titoli tossici da parte delle banche centrali, al fine di salvare banche e imprese in difficoltà, e poi montagne di titoli di stato e prestiti a condizioni agevolate concessi a banche fallite e ad imprese di dubbia redditività. C’è il tentativo di compensare la riduzione della produzione di plusvalore anticipando con il credito il consumo del plusvalore futuro, impilando uno sull’altro debiti impagabili al fine di alimentare l’economia globale che, incapace di generare valore, non riesce a ripartire autonomamente. In questo senso, possiamo parlare di crisi generale, per quanto in condizioni di pieno impiego come apparentemente si trovano gli Stati Uniti, e a prescindere dalla quantità di denaro disponibile nelle istituzioni finanziarie e in circolazione. Quella che vediamo è in realtà una gigantesca simulazione del processo di accumulazione reale di capitale.

Il denaro, abbondante ma privo di valore, tramite i fondi d’investimento finanzia le nuove tecnologie, che accrescono la produttività ed eliminano forza lavoro, riducendo così ancora di più la produzione di plusvalore ed espandendo il consumo improduttivo, in un processo che alimenta la crisi stessa. Anche quando si ricicla nella produzione di merci la logica della valorizzazione del capitale fugge. Dal punto di vista della produzione reale di “ricchezza astratta”, che poi è l’obiettivo finale del capitalismo, l’economia, nonostante le apparenze, non funziona.

La crisi nasce dall’impossibilità del capitale di valorizzarsi nell’economia reale in seguito alla rivoluzione tecnologica e alla crescita della produttività spinta dalla concorrenza tra capitali, rendendo così superflua la forza lavoro nella produzione. Nel corso degli ultimi trent’anni, la razionalizzazione della struttura produttiva ha espulso più lavoro di quanto non ne abbia assorbito. I livelli raggiunti dalla produttività impediscono a questo modo di produzione di generare “ricchezza astratta” in misura sufficiente. Alla ricerca della redditività, le aziende entrano in concorrenza mortale tra loro, sono spinte ad “armarsi” adottando tecnologie che accrescono la produttività, mentre i loro agenti non capiscono che chi vince la battaglia lo fa a costo dell’eliminazione di “lavoro astratto” dalla produzione, lavoro astratto che è sostanza del valore senza il quale non è possibile la valorizzazione del capitale. Questo “processo cieco del soggetto automatico” (Kurz), incapace di superare le contraddizioni interne, spinge il capitalismo verso l’inasprimento della crisi strutturale.

In questo contesto, la “condivisione” può essere intesa come una necessità operativa del capitalismo, rafforzata dall’uso delle nuove tecnologie, e come modo per fronteggiare momentaneamente le difficoltà sociali generate dalla crisi. Ma è sbagliato pensare che la cooperazione tra individui atomizzati, sotto l’egemonia del capitale o a partire da iniziative sociali volte a mitigare gli effetti della crisi, possa portare al superamento del capitalismo mantenendo le attuali basi della produzione, come immagina Mason. La moderna gestione imprenditoriale cammina già per questa strada al fine di organizzare al meglio la produzione e aumentare la produttività, costretta dalla concorrenza che non cessa di esistere nonostante la condivisione delle risorse e la formazione di monopoli e oligopoli settoriali.

La “cooperazione”, che non avviene tra individui liberi ma sotto il tallone feticista del fine in sé capitalista, non avviene solo a livello aziendale, dove la condivisione è un’esigenza sempre più pressante nonostante la concorrenza pesante, ma si allarga alla produzione globale, rendendo quasi impossibile la sopravvivenza delle aziende che agiscono fuori da questa logica, e prende piede in forma accelerata nel mercato globale. Cosa sono le cosiddette “catene globali di valori e approvvigionamenti”, che si stanno consolidando rapidamente in tutto il mondo grazie all’informatica, se non reti produttive che abbracciano diverse aree geografiche, da paesi a continenti, dove si tende a condividere informazioni e produzione di beni e servizi? Questa tendenza all’interdipendenza, ora accentuata, del capitalismo, anche come modo per accrescere la produttività, di razionalizzare i costi e distribuire in maniera diseguale la scarsa produzione di plusvalore, è il grande nemico delle pretese isolazioniste di Trump e Theresa May e di tutti quelli che credono che le manovre valutarie volte alla svalutazione della moneta risolvano il problema della crescita e della disoccupazione.

Altro errore è pensare che la rottura del sistema finanziario e dell’industria tecnologica creeranno le condizioni per un rafforzamento della condivisione che porti al socialismo. Non è chiaro se la crescita del sistema finanziario ad una velocità superiore a quella degli altri settori economici, garantendo l’espansione illimitata del credito e del capitale fittizio, sia ad un tempo sintomo della crisi e strumento unico disponibile per far fronte al collasso del modo di produzione capitalistico. Poiché nella terza rivoluzione industriale la produzione di plusvalore diminuisce progressivamente per via dell’espulsione del lavoro sostanza del valore, per mantenere il capitalismo in condizioni di apparente normalità si genera capitale fittizio tramite il mercato e lo stato, “simulando” quell’accumulazione che non è più possibile nel mondo reale, e con manovre contabili si riesce ad anticipare quel valore che non si realizzerà mai. Per fare questo deve crescere il sistema finanziario privato e statale, sì da poter alimentare permanentemente credito e bolle, pur sapendo che alla fine le basi cederanno e le piramidi finanziaria crolleranno sotto il loro peso, scatenando crisi che colpiranno tutta l’economia.

Questo fenomeno della crescita illimitata della “industria finanziaria” (il nome è una “astrazione” fantasmagorica che trasforma magicamente il denaro in più denaro, senza la mediazione della merce forza lavoro ma subordinata alla logica del sistema del “lavoro astratto” autonomizzato) come modo per tenere in piedi la debole economia, esige che la produzione e la distribuzione delle merci, lo stato, le imprese e le persone siano incatenate al credito con una rete complessa che qualcuno chiama “finanziarizzazione”, una rete che sottopone l’economia e l’intera società alle oscillazioni di questa forma instabile, o, come dicono gli operatori finanziari, “agli umori del mercato”.

Cresce rapidamente il capitale senza sostanza che alimenta questo fenomeno generato in transazioni disperse nell’insieme dell’economia (un investimento sotto forma di produzione reale di “ricchezza astratta”, in cui il plusvalore generato nella produzione dovrebbe essere distribuito nella società sotto forma di lucro, interesse, rendita della terra, imposte che finanziano lo stato e i settori produttivi), e altrettanto rapidamente si disintegra per effetto delle crisi finanziarie che si ripetono sempre più grandi. Nel 2007-08, quando l’industria immobiliare, alimentata dal capitale fittizio in tutto il mondo ma soprattutto negli Stati Uniti, subì un arretramento, con l’interruzione del credito che rifinanziava i debiti con un movimento ascendente, ci fu una violenta svalutazione degli immobili e una conseguente estensione asimmetrica della crisi a tutta l’economia mondiale.

Quindi non si può parlare di accumulazione reale a partire dall’espansione del denaro senza valore, ovvero del capitale fittizio, ma di “simulazione”, che poi non è che la “post-verità” del capitalismo in crisi. Anche quando viene riciclato nella produzione, come è avvenuto con gli immobili in diverse regioni del pianeta, il capitale fittizio mostra il suo volto distruttivo alle prime scosse finanziarie e nelle dimensioni dovute. Tornando al 2007-08, quando iniziò la cosiddetta “grande recessione”, con l’interruzione del credito e la forte svalutazione dei capitali immobilizzati, il sistema finanziario e l’industria immobiliare, i settori più esposti allo scoppio delle bolle del capitale privo di sostanza furono i primi a collassare nei paesi sviluppati, seguiti dal resto dell’economia mondiale in tempi e con intensità diverse.

Anche se la contrazione dell’economia era avvenuta quando la bolla del capitale fittizio aveva raggiunto il suo limite, la via d’uscita immaginata dalle banche centrali per impedire che l’economia continuasse a scivolare nel buco nero senza possibilità di ritorno, consisteva nell’inondare ulteriormente il mondo con capitali, anche ricorrendo alla stampa di denaro. Determinante era la certezza che non era possibile rallentare il processo e riprendere la crescita attraverso l’economia reale. Si pensava di intervenire al culmine della crisi per poi ritirarsi. Ma il processo continua, e non si vede la possibilità di fermarlo senza disastrosi effetti economici.

Fino al periodo tra le due guerre era più evidente, nelle cosiddette crisi specifiche o cicliche, che occorreva spurgare capitale fittizio per riprendere la crescita. Ora, quello che sembrava un paradosso (l’iniezione di capitale fittizio nel momento in cui si acutizza la crisi a causa di un eccesso di tale capitale) della fase emergenziale e delle fasi seguenti, diventa l’unica via d’uscita per i gestori del capitale, e questo nonostante le incertezze e gli inevitabili rischi del denaro stampato frettolosamente, l’azzardo di una macchina che produce autonomamente capitale fittizio, il rischio di alimentare una bolla gigantesca il cui scoppio può far apparire il precedente del 2007-08 un mortaretto. Vista la quantità di denaro in circolazione o accomodato da qualche parte senza alcuna garanzia, denaro che supera di svariate volte il pil mondiale, e vista la rapida crescita del debito pubblico e privato, è probabile che la superbolla, gonfiata dalla crescita smisurata del capitale fittizio e della montagna di debiti, stia arrivando al limite.

È un errore pensare che la tecnologia sia in grado di individuare nuove direzioni che portino al superamento della società borghese entro i limiti del capitalismo, visto che la borghesia è intrappolata nella macchina del “lavoro astratto”. Possiamo ben dire che la rivoluzione tecnologica pone questioni prima inesistenti: la disoccupazione crescente dovuta all’impatto dell’automatizzazione, la crisi del valore e del denaro come risultato della crisi del lavoro, la crisi dello stato e delle istituzioni borghesi che fungono da apparato ideologico e che finora si sono coagulate attorno alla società patriarcale produttrice di merci. Il fatto che lo schema D-M-D’ non funzioni più è dovuto alla crisi del lavoro, ma non è percepito dagli agenti del capitale che non vedono alcuna relazione tra la creazione di ricchezza astratta e il lavoro. Al contrario, sotto la minaccia della concorrenza e nell’attuale stato di crisi, tendono a razionalizzare ancora di più i costi di produzione con un insieme di misure e tecnologie che accrescono la produttività eliminando ulteriore lavoro umano.

Per la forza lavoro superflua, oltre alle bugie e manipolazioni della demagogia populista, ci sono le brillanti “soluzioni” che offre il capitalismo e che vanno dalle due grandi guerre mondiali alle guerre settarie in cui bande armate praticano il culto della morte come scorciatoia per il paradiso e alle lunghe e atroci guerre civili, e si intravede anche la possibilità di una guerra nucleare limitata, se non totale. Se la guerra non è più un modo per uscire dalla crisi del capitale come succedeva prima, la nostalgia di questo passato, nella coscienza collettiva feticizzata che si rafforza assieme alla crisi, unita alle effusioni narcisiste dei demagoghi prigionieri delle loro stesse bugie, può però portare il mondo verso una guerra con armi di distruzione totale. La logica distruttiva del capitale tende ad acutizzare la soggettività interessata quando, in un tempo di crisi e di denaro senza sostanza di cui non si vede la fine, non si distingue più il falso dal vero.

Nonostante l’accumulazione reale di “ricchezza astratta” sia un miraggio sempre più distante nell’orizzonte del capitale, perché la sostanza del valore, ovvero il lavoro umano, diventa superfluo, la produzione di ricchezza materiale, effetto collaterale del movimento del capitale, tende a crescere con la crescita della produttività, e questo pone le basi, per la prima volta nel corso della storia, del superamento del bisogno e della possibilità di soddisfare i bisogni. Il progresso tecnologico può fare molto se viene liberato dal fine in sé capitalistico che consiste nel trasformare il denaro in più denaro (D-M-D’ o D-D’). Ma l’emancipazione della società dalla forma valore, in senso oggettivo e soggettivo, esige una forte coscienza e un consenso sociale. Se si raggiunge questa coscienza, date le condizioni attuali è possibile liberarsi del “soggetto automatico” e fare una gestione cosciente e pianificata della produzione conforme alle necessità sociali e entro i limiti della natura? È difficile rispondere a questa domanda, anche se è possibile confermare con una certa sicurezza la tendenza all’aggravamento della crisi mentre si cerca il superamento dei limiti logici del capitalismo. La tecnologia vincolata al “sistema del lavoro astratto”, come forma di movimento della “ricchezza astratta” (Kurz), pone a rischio la sopravvivenza dell’uomo. Quando questa ricchezza scarseggia, la concorrenza s’imbarbarisce e i fragili meccanismi del controllo possono non funzionare più.

3 pensieri su “Un Miraggio Sempre più Distante

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