Identità?


sfasciacarrozze

Di Jerome Braun. Fonte: Logos Journal. Traduzione di Enrico Sanna.

Francis Fukuyama, ex vicedirettore del gruppo per la pianificazione politica del dipartimento di stato americano, dopo Political Order and Political Decay (ordine politico e decadenza politica, es), pubblica un libro, dal titolo Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment (Identità: la voglia di dignità e la politica del risentimento, es), con il quale riconduce l’identità personale a quella politica. Fukuyama è autore anche di The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, es), del 1992, Trust: The Social Virtues and the Creation of Prosperity (Fiducia: le virtù sociali e la creazione della prosperità, es), del 1995, e The Great Disruption: Human Nature and the Reconstitution of Social Order (Lo sconvolgimento: la natura umana e la ricostituzione dell’ordine sociale, es), del 1999.

In quest’ultimo libro sostiene che è compito della natura umana ricostituire l’ordine quando questo è sconvolto da cambiamenti drastici come l’emergere della società informatica. Forse è più esatto dire che il nostro futuro è fatto di lavori malpagati nel settore dei servizi, anche se Fukuyama, come tanti economisti classici, pensa che un giusto equilibrio economico sia preordinato (da Dio, dal fato, chissà?), se la cosa può dare conforto.

Fukuyama, un tempo un orgoglioso neoconservatore, con l’avvento dell’amministrazione di George W. Bush ha preso le distanze dall’etichetta. Pensava che con la caduta del comunismo il mondo sarebbe diventato come gli Stati Uniti, posizione che oggi ritratta. Nei suoi ultimi due libri descrive la nuova irrequieta realtà. Lascia agli altri stabilire quale posto debbano occupare gli Stati Uniti nel mondo, quale diritto abbiano persone di altre culture di criticare gli Stati Uniti, o quale diritto abbiamo noi di criticare loro. Fukuyama non è l’unico a parlare di costruzione di nazioni e delle conseguenze economiche. Bo Rothstein, esperto, tra le altre cose, di effetti economici della corruzione politica, ha pubblicato nel 2011 The Quality of Government: Corruption, Social Trust and Inequality in International Perspective. Il libro evidenzia le fonti non economiche della fiducia, come queste influiscano sull’economia, e i beni sociali come la sanità, l’ambiente e la riduzione della povertà.

La conclusione di Rothstein è che i miglioramenti in termini di qualità di governo sono indicativi di un arretramento, come una sorta di lusso che salta fuori quando la nazione si arricchisce, perché le forze che producono un’alta qualità di governo non sono abbastanza forti da imporsi senza una precedente robusta crescita economica, il che produce anche un effetto calmante che placa i potenti. La popolazione, inoltre, è più disposta a pagare le tasse quando in cambio si hanno servizi utili, e non inefficienza e corruzione. La conclusione è che le teorie economiche neoclassiche non spiegano come nasce un mercato efficiente, perché per saperlo occorrerebbe capire come nasce la fiducia sociale. Similmente Stein Ringen, in Nation of Devils: Democratic Leadership and the Problem of Obedience, del 2013, spiegava come la cosa più importante fosse la capacità di conquistare il sostegno della cittadinanza e dei burocrati che amministrano l’azione politica. Come Rothstein, anche lui sosteneva la necessità, al fine di una crescita economica sostenuta, di guadagnarsi la fiducia tramite i servizi pubblici.

Torniamo così a Fukuyama. Applichiamo il concetto di democrazia industriale al suo Political Order and Political Decay: From the Industrial Revolution to the Globalization of Democracy, del 2014. L’America è la roccaforte degli azionisti che si considerano proprietari di un’azienda anche se, quando non ne approvano la gestione, vendono le azioni piuttosto che cercare di influenzarne il management. Per i lavoratori, un potere di questo livello è una chimera, soprattutto se paragonato al grado di democratizzazione industriale dei lavoratori tedeschi. Questi ultimi, tramite i consigli di fabbrica, godono del diritto di partecipare a decisioni riguardanti le ore di lavoro, il cottimo, il monitoraggio del rendimento, le condizioni di lavoro, progettazione del lavoro, assunzioni, licenziamenti, trasferimenti, classificazione professionale, addestramento e aggiornamento. I lavoratori americani non hanno nessuno di questi diritti.

Fukuyama non affronta questioni di classe sociale, se non in senso moralistico quando critica il conflitto di classe dicendo che interferisce con l’efficienza economica; e poi scatta: “Perché fanno tanto i difficili?” Le sue conoscenze in campo economico sono piuttosto di base, a dir poco. Preferisce affrontare la questione politica secondo una lunga prospettiva storica. Fa la predica a chi vive al di sopra delle sue possibilità e a chi lascia che operi la tirannia. Sul buon governo ripete idee banali e evita di fare pronostici. Parte del suo ritrovato conservatorismo gli serve per evitare di adottare una filosofia deterministica delle storia, il che, dati i suoi precedenti, è una buona idea. E però ancora mette su un piedistallo un concetto molto da classe media dell’economia e dell’efficienza politica (per qualunque ragione). Alla base dell’ordine politico c’è lo stato, la legge e i meccanismi della trasparenza. Mette in guardia riguardo il rischio di perdere efficienza politica a causa della rigidità istituzionale (atteggiamento egocentrico di politici e burocrati), e di un ritorno al clientelismo e al patronato politico. Quanto ai cittadini, vorrebbe che fossero moralmente coinvolti ed economicamente efficaci.

Per lui, i punti su cui fare pressione per cambiare la società sono quelli che la classe media americana considera accettabili: un governo onesto, che porti a mercati efficienti e che ci permetta di comprare la soluzione di gran parte dei nostri problemi. Persone più religiose parlerebbero della necessità di una rinascita religiosa come alternativa al nichilismo che accompagna la crescita economica, o che ne è il risultato, e che turba il loro sogno di una stabile utopia capitalista conservatrice. Le critiche di Fukuyama consistono perlopiù in qualche rimprovero moralistico rivolto a paesi arretrati come l’Italia e la Grecia per le loro pratiche clientelari.

Riconosce con riluttanza che la politica clientelare dell’America ottocentesca offrì una soluzione di breve termine a quegli immigrati i cui problemi venivano snobbati da chi stava socialmente meglio di loro, mentre i partiti di sinistra europei, più lungimiranti, mettevano le basi dello stato sociale. Ammette il fatto, ma oltre non va. Se l’era della crescita economica illimitata è finita, il suo timore è il rinvigorirsi delle tensioni sociali tra le classi a causa di un’errata distribuzione del reddito, ma in proposito non ha consigli utili da dare. Dato l’emergere, nella società americana, di una chiara e aspra divisione classista, è realistico pensare che sia nostro dovere prepararci in qualche modo ad aiutare i lavoratori a migliorare le proprie condizioni di vita.

Nel suo recente Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment evidenzia quella che lui chiama la ricerca della dignità, piuttosto che l’analisi di classe, come risposta all’indebolimento della comunità. L’attenzione è sempre rivolta ai mali della comunità, non alla povertà o all’ingiustizia economica. Parte con un discorso sul populismo, visto negativamente. Io aggiungerei che esiste una forma positiva di populismo, intesa come rivolta popolare (non necessariamente violenta, o anche illegale) contro leader corrotti o irresponsabili, e una negativa più simile alla prepotenza o alla demagogia. O una combinazione delle due. Fukuyama non si fida degli attuali leader populisti, tra cui apparentemente pone Donald Trump. Non crede più che la caduta dell’Unione Sovietica rappresenti un incredibile successo del capitalismo in tutto il mondo. Né crede più nell’inevitabilità dei grandi crolli. Difficile dire in cosa creda, se non nella caoticità del presente, cosa che capiamo anche senza un suo parere.

Come tutti gli opinionisti istituzionali, diventa loquace quando spiega come dovrebbe essere un buon governo e un buon carattere personale. Non dice quale potrebbe essere un’alternativa all’insorgenza populista. Dice che paesi ricchi come l’America possono permettersi un passato individualista, ma anche che una nuova crisi identitaria sta spingendo una popolazione sempre più insicura a cercare un’identità comune che leghi l’individuo ad un rigido gruppo sociale, che possieda chiari standard morali con i conseguenti obiettivi politici. Spiega così l’ascesa del nazionalismo, compreso quel nazionalismo islamico che considera le religioni occidentali e il secolarismo pura ipocrisia. Che poi è quello che i nostri nazionalisti dicono di loro.

Per Fukuyama, il vero affronto ai poveri è la loro invisibilità, più che la mancanza di risorse finanziarie. Il che potrebbe essere vero se ai poveri fosse data la possibilità di smettere di lamentarsi dei loro problemi finanziari. Dice poi che l’islamismo e il nazionalismo secolare originano dal tentativo di creare un senso comunitario che fornisca non solo risorse economiche, ma anche un senso all’individuo. Chi cerca rifugio in un gruppo identitario, ma anche chi giura fedeltà ad un potere autoritario, accusa lo stato di inefficienza. Qualcuno la chiama disillusione verso la democrazia.

Un esempio di società senza democrazia è l’amministrazione di George Washington che, personaggio onorato di una società più piccola e più intima (soprattutto tra quelli che contavano) dell’attuale, fu nominato presidente per acclamazione. Non esistevano partiti politici stabili e i leader della nazione erano notabili, non politici di professione la cui clientela viveva di parassitismo. Una delle ragioni per cui George Washington, John Adams e Thomas Jefferson emersero fu perché questa era ancora una società in cui il loro ascendente morale aveva ancora un certo peso sui loro mediocri sostenitori politici che già allora tendevano al parassitismo, allo spreco e al militarismo espansionistico. Questo ascendente durò due generazioni circa, fino all’amministrazione di Andrew Jackson. Quelle critiche del parlamento britannico che portarono alla rivoluzione americana, ovvero il fatto che fosse un parassita (della corona), che sprecasse i soldi per comprare il consenso dei ricchi e finanziare le avventure militari (basti pensare all’Impero Britannico), ricomparvero rivolte alla politica americana. Con l’allargamento del diritto di voto, la democrazia di massa acquisì importanza, le elezioni divennero lo strumento per controllare le avide élite politiche. Tutto ciò si trova nel libro di Ralph Ketchman, Presidents Above Party: The First American Presidency, 1789-1829 (University of North Carolina Press, 1984). In qualche modo, Francis Fukuyama riesce ad avere fiducia sia nella democrazia di massa che nell’ascendente morale esercitato dalle élite.

Fukuyama si è lasciato alle spalle le origini neoconservatrici e ora somiglia più ad un conservatore classico che lamenta l’assenza di virtù nei leader. Non spiega come potrebbe rinascere il senso di una comunità morale. Ci crede e basta. In un momento in cui la sua precedente fede nell’eccezionalismo americano vacilla, al suo posto sembra imporsi la classica idea protestante (forse anche calvinista) per cui in tempi duri, se non catastrofici, si salvano solo gli Eletti. E io spero che non intenda solo i ricchi.

Oggi ci sono neoliberali che, a differenza dei liberali classici, pensano che il mercato possa assumere su di sé tutte le funzioni dello stato tranne le più essenziali, e ci sono liberali classici che pensano che forse lo stato nazionale è diventato obsoleto. E che magari possa essere sostituito da uno stato sociale mondiale. L’ascesa dell’Unione Europea rientra nel concetto, ma è allo stesso oggetto di opposizione da parte di una cittadinanza che intuisce che la Ue riflette gli interessi delle élite guidate dal criterio del troppo grande per fallire e del lavoro a buon prezzo. Quanto alle lezioni della storia, una di queste spiega purtroppo che raramente apprendiamo qualcosa dalle lezioni della storia. Sennò ci sarebbero molte meno guerre.

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