Il Fascino Discreto di Ponzio Pilato


metropolis

Di Giorgio Agamben. Originale pubblicato l’otto dicembre 2014 su Blog da Boitempo con il titolo Agamben: O fascínio discreto de Pôncio Pilatos. Traduzione di Enrico Sanna.

Pubblichiamo qui il testo che Giorgio Agamben ha preparato per la conferenza di presentazione del suo libro Pilato e Gesù nel contesto del seminario “Torino Spiritualità”, che l’anno scorso aveva come tema “Il valore della scelta”.


Perché Pilato? Perché questo uomo, governatore della Giudea tra il 26 e il 36, si è imposto con tanta forza alla mia attenzione, quasi obbligandomi a riflettere e a scrivere di lui senza posa, finché, interrompendo la stesura di un altro scritto, decido di portare a termine, in tre mesi frenetici, il pamphlet di cui sono venuto a parlare con voi?

Forse è con la stessa forza che si è imposto su di Bulgakov, costringendolo ad inserire nella sua opera principale, senza una ragione apparente, lo stupendo capitolo su Ponzio Pilato, che non è Bulgakov ma Satana in persona a raccontare. In effetti il suo nome, Ponzio Pilato (che forse significa l’uomo con la lancia, pila, o più probabilmente con il cappello a forma di cono che i romani chiamavano pilleus), è l’unico nome, oltre a quello di Gesù e Maria, che compare nel credo in cui i cristiani riassumono da duemila anni la loro fede: “morì e fu sepolto sotto Ponzio Pilato.”

Perché PIlato? Per dimostrare, si è detto con ragione, il carattere storico della passione di Gesù, avvenuta proprio quel giorno, sotto Ponzio Pilato, appunto. Ma perché fare proprio il suo nome, quello di un oscuro governatore, e non, secondo l’usanza romana, quello dell’imperatore Tiberio? Perché, si dirà, non è solo un nome, ma un personaggio in carne e ossa, forse l’unico vero personaggio dei vangeli. Gli altri o sono figure in qualche modo sacre, come Giovanni il Battista e gli apostoli, o escono dalla moltitudine anonima che ruota attorno a Gesù solo per un attimo, per fare da esempio, come il buon samaritano, o come Lazzaro che risorge dalla morte.

Ma nella narrazione dei vangeli, soprattutto in Giovanni, lui, Pilato, è qualcosa di meno e allo stesso tempo molto di più: un uomo di cui conosciamo i vacillamenti, le paure, il risentimento, il sarcasmo, la suscettibilità, l’ipocrisia (come quando si lava le mani per ripulirle del sangue d’un giusto).

È poi l’autore di frasi memorabili, come la famosa replica a Gesù che vuole testimoniare la verità: “Cosa è la verità?” O come la giustificazione con cui mette a tacere gli ebrei che gli chiedono di cambiare l’iscrizione sulla croce: “Quello che ho scritto, ho scritto.” E che alla fine, poco prima di consegnare Gesù alla tortura, pronuncia le parole fatali: “Ecce homo, ecco l’uomo”.

Le ragioni di un interesse certo non mancavano se Nietzsche può dire che Pilato “è l’unico personaggio dei vangeli che merita rispetto.” Ma non è stato lui a spingermi a rileggere i testi, a spiare ogni suo gesto, a soppesare ogni sua parola. Mi pareva, infatti, che nell’incontro (fugace: durò meno di sei ore, dal primo mattino all’ora sesta) tra Pilato e Gesù fosse in questione un evento enorme e inedito, che in quelle sei ore, oltre al dramma della passione e della redenzione, sul quale tanto si è riflettuto e non si smette di riflettere, forse si è consumato anche un altro evento, non meno decisivo; e per me si trattava di capire proprio questo.

Cosa accade tra questi due uomini che, uno di fronte all’altro nel pretorio di Gerusalemme, si parlano. Uno, il vicario di Cesare, che il quadro di Tiziano nel museo di St. Louis mostra riccamente vestito, con la testa coperta da un cappello ingemmato e le mani inanellate, e che è investito di tutti i poteri mondani (“Tu non sai,” dice a Gesù, “che ho il potere di liberarti o di crocifiggerti?”), e l’altro inerme, che Tiziano ritrae nudo con le mani legate e che però dice al governatore: “Il mio regno non è di questo mondo.”

Quando Gesù viene condotto davanti a Pilato, come ho detto, si trovano uno di fronte all’altro, direttamente, due mondi irreconciliabili: quello dei fatti e quello della verità. Ma non basta: in questo pretorio periferico, di cui gli archeologi hanno creduto di identificare il luogo probabile, ad incontrarsi non sono solo i fatti e la verità. Qui, come in nessun altro luogo della storia del mondo, l’eternità incrocia la storia in un punto esemplare, il temporale viene attraversato dall’eterno.

Mi importava capire questo, questa reciproca perforazione tra i due mondi era il rompicapo che sentivo di dover risolvere.

Ma a questo enigma subito se ne sovrapponeva un altro, ancora più aspro, più oscuro, e qui Pilato era l’elemento decisivo, in tutti i sensi. Perché l’incontro tra i due mondi, quello umano e quello divino, quello storico e quello che non ha storia, avviene sotto forma di processo?

Mi son reso conto, lentamente ma con chiarezza crescente, che questa e non altra era la questione con cui dovevo entrare in contatto, con cui, “nel pavimento di pietra che in ebraico si chiama Gabatà”, dovettero entrare in contatto, in ultima istanza, ognuno a modo suo, tanto il giudice Pilato, quanto l’accusato Gesù.

L’incontro tra il divino e l’umano assume la forma di un processo, una Krisis (Krisis in greco è il giudizio in un processo). Ma proprio qui le cose si complicano in maniera inestricabile. Perché, mentre analizzavo il testo del vangelo di Giovanni, mi era sempre più chiaro che al termine della sesta ora il giudice non aveva pronunciato un giudizio, ma soltanto “consegnato” Gesù – si dice, d’accordo con gli evangelisti – al sinedrio, ai carnefici. Durante tutto il tempo del processo Pilato doveva aver semplicemente tergiversato, prima cercando di dichiararsi non competente per rimettere il giudizio a Erode, poi proponendo un’amnistia in occasione della Pasqua, e infine condannando l’accusato alla flagellazione per esimerlo dall’accusa maggiore.

Ma quando ogni espediente, ogni tergiversazione risulta vana, lui non pronuncia il giudizio, ma si limita a “consegnare” Gesù. Ha luogo un processo, o perlomeno un simulacro di processo, ma non si conclude in un giudizio. Questo rendeva il mio problema ancora più enigmatico. Cos’è un processo senza giudizio? E cos’è una pena – in questo caso la crocifissione – che non deriva da un giudizio?

Pilato, l’oscuro governatore della Giudea, colui che doveva fare da giudice in un processo, si rifiuta di giudicare l’accusato. Gesù, il cui regno non è di questo mondo, accetta di sottomettersi al giudizio di un giudice, Pilato, che però si rifiuta di giudicarlo.

2 pensieri su “Il Fascino Discreto di Ponzio Pilato

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