Bolivia, Anatomia di un Golpe


Bolivia Protests

Di Slavoj Žižek. Fonte: Blog da Boitempo, 18 novembre 2019. Titolo originale: Bolívia, anatomia de um golpe. Traduzione di Enrico Sanna.

Anche se da oltre un decennio sono un sostenitore fermo di Evo Morales, devo ammettere che, dopo aver letto la confusione seguita alla sua controversa vittoria elettorale, sono stato assalito dai dubbi… Non è che ha ceduto alla tentazione autoritaria, come è successo a tanti altri di estrema sinistra giunti al potere? Dopo due o tre giorni, però, la cosa mi si è chiarita.

Brandendo un’enorme bibbia rilegata in cuoio e autoproclamandosi presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Añes, secondo vicepresidente del senato, ha dichiarato: “La bibbia ha fatto il suo ritorno nel palazzo del governo.” Poi si è corretta: “Vogliamo essere strumento democratico di inclusione e unità.” È vero però che il gabinetto appena insediato non contiene una sola persona indigena. E questo già dice tutto. Anche se la maggioranza della popolazione boliviana è composta da indigeni o meticci, prima dell’arrivo al potere di Morales queste persone erano di fatto escluse dalla vita politica, ridotte ad una maggioranza silenziosa che fa il lavoro sporco nell’ombra. Con Morales c’è stato semplicemente il risveglio politico di questa maggioranza silenziosa che non si inquadra nelle reti di relazione capitalista. Ancora non proletari nel senso moderno, restavano immersi nelle loro identità sociali tribali premoderne, in una condizione che Álvaro García Linera, vice di Morales, ha descritto così:

“In Bolivia, i generi alimentari erano prodotti da contadini indigeni, case e palazzi erano costruiti da lavoratori indigeni, le strade venivano pulite da indigeni, e l’élite della classe media si serviva di loro per la cura dei loro figli. Ma la sinistra tradizionale non vedeva niente di tutto ciò, si occupava solo dei lavoratori della grande industria, preoccupandosi poco dell’identità di questi soggetti.” ~ Álvaro García Linera in un’intervista a Marcello Musto per Truth Out del nove novembre 2019.

Per capire queste persone, dobbiamo tener conto del peso storico della loro situazione: questi sono i sopravvissuti di quello che forse è il più grande olocausto della storia dell’umanità: l’annientamento delle comunità indigene da parte della colonizzazione spagnola e inglese delle Americhe.

L’espressione religiosa del loro statuto premoderno è una combinazione unica di cattolicesimo e fede nella Pacha Mama, la figura della Madre Terra. Ecco perché, nonostante Morales si sia dichiarato cattolico, nell’attuale costituzione boliviana (promulgata nel 2009) la Chiesa cattolica ha perso il suo status ufficiale. All’articolo quattro del documento si legge: “Lo stato rispetta e garantisce la libertà di religione e di credo, secondo la visione del mondo di ogni individuo. Lo stato è indipendente dalla religione.” È contro questa affermazione della cultura indigena che si rivolgeva il gesto della Añes quando ha mostrato la bibbia. Il messaggio è chiaro: una dichiarazione aperta del suprematismo religioso bianco, e un tentativo non meno chiaro di riportare la maggioranza silenziosa al suo posto di subordinazione. Dal Messico, dove attualmente si trova in esilio, Morales ha fatto appello al Papa affinché intervenga. La reazione del pontefice avrà un grande significato. Francesco reagirà da vero cristiano, rigettando fermamente la ricristianizzazione forzata della Bolivia per ciò che è, ovvero una mossa politica di potere che tradisce il cuore emancipatore del cristianesimo?

Se mettiamo da parte il possibile ruolo del litio (la Bolivia possiede grossi giacimenti di litio, materia prima da cui si fanno le batterie delle auto elettriche), la grande questione è: perché la Bolivia da oltre un decennio rappresenta un ostacolo formidabile per l’establishment liberale occcidentale? La ragione è molto peculiare: il risveglio politico del tribalismo premoderno della Bolivia non è sfociato in una nuova versione di Sendero Luminoso né nella galleria degli orrori dei Khmer Rossi. Il governo Morales non rientra nell’esperienza storica dell’estrema sinistra che, prendendo il potere, ha fatto un macello economico e politico, generando povertà e mantenendosi al potere con metodi violenti. Una prova del carattere non autoritario del governo Morales è il fatto che non abbia purgato le forze militari e di polizia dei suoi oppositori (ragion per cui gli si son rivoltate contro).

Morales e i suoi sostenitori non erano perfetti, è chiaro: hanno commesso errori, e all’interno del movimento c’erano conflitti d’interesse. Ma il bilancio generale è davvero impressionante. Morales non era Chávez, non disponeva di risorse petrolifere per far fronte ai problemi, così che il suo governo ha dovuto fare un lavoro duro e paziente di risoluzione dei problemi nel paese più povero dell’America Latina. Il risultato è stato sostanzialmente un miracolo: l’economia si è riavviata, gli indici di povertà sono calati e la sanità è migliorata; e tutto questo facendo in modo che le istituzioni democratiche, tanto care ai liberali, continuassero a funzionare. Il governo Morales ha mantenuto un equilibrio delicato tra forme indigene di attività comuni e politica moderna, lottando sia per la tradizione che per cose come i diritti delle donne.

Per sapere tutta la storia del golpe boliviano ci vorrebbe un nuovo Assange che tiri fuori documenti segreti importanti. Da quel che si vede, è stato proprio il grande successo di Morales, Linera e i loro sostenitori a rappresentare un ostacolo così grande per l’establishment liberale: l’estrema sinistra è stata al potere per oltre un decennio e la Bolivia non è “diventata un’altra Cuba o un altro Venezuela”. Forse il socialismo democratico è possibile.

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