Al Diavolo!


USA. New York City. 1989. Man, dog, cart.

ES

Il ragazzino rientrò nell’ufficio telegrafico giovialmente.

“Si può sapere che accidenti stavi facendo?” disse Payne.

“Ero andato a dirci che non arriva il treno.”

“Te lo do sulla testa, il treno.”

Il telegrafista ticchettò un’aria famosa con il telegrafo staccato.

“E tu falla finita con quel coso,” disse Payne.

“L’ha detto lei di andare a dircelo,” si lamentò il ragazzino.

“Vedi di farla finita.”

“Ma Mr. Payne…”

“Piantala.”

“Non c’è bisogno di tirarla così,” disse il telegrafista al ragazzino, filosoficamente. “Se ti dice ch’è chiusa è chiusa.”

Ci fu una lunga pausa.

“Pulisco la stanza,” disse finalmente il ragazzino.

“Voglio vedere se poi con il telefono lo fa arrivare, questo treno,” disse Payne.

Il telegrafista piegò la faccia ad un angolo. “Guarda, la cosa migliore che c’è è il telegrafo, Payne. Ci sono un sacco di cose che uno può fare con il telegrafo che il telefono mica te le fa. Mettiamo che uno dice una cosa e capisce un’altra. Dici che non è mai capitato? Allora senti: una volta ho sentito di uno che…”

“Non è così,” disse Payne.

“Ah, certo, non ho dubbi,” replicò allora il telegrafista, senza perdere entusiasmo. “Stavo dicendo che una volta ho sentito questa storia di uno che…”

“Non è proprio così.”

Il telegrafista rifletté molto rapidamente. “Giusto. Non è proprio proprio così. Ci sono delle volte, però…”

Payne alzò le braccia. “Va bene, a volte però.”

Il telegrafista allungò le braccia e abbracciò protettivamente il suo tavolino. Payne rimuginò tra sé. Infine comunicò questo messaggio tetro:

“Sicuro che alla fine ce la fa a farlo mettere, quel telefono del piffero.”

“Basta che non mi chiede di starci tutto il giorno,” disse il telegrafista.

Payne sorrise un sorriso cinico. “E tu credi che quello là si prende il telefono e lo lascia a te?” argomentò.

“Eh?”

“Se lo metterà nel suo ufficio,” disse Payne, distrattamente, guardandosi le unghie. “Quanto a te, ti molla via e si prende qualcuno che sa usare il telefono.”

“Però ci sono un sacco di cose che… che ti serve il telegrafo se le vuoi fare.”

Le spalle di Payne pomparono cinismo.

Il ragazzino aveva messo su una losanga di polvere e la stava spingendo con grande virtù verso il centro dell’ufficio. Lui non sapeva nulla dell’agonia del telegrafista. Sul suo viso c’era la serenità delle icone. Ogni mattina eseguiva la stessa grigia corvée come uno capace di ricavarne equilibrio interiore. Collocato al centro della stanza, riusciva a procurare una sola spiegazione a toni pastello per tutta l’umanità che componeva l’ufficio telegrafico. In alcuni momenti, con la stessa spiegazione poteva coprire l’umanità genericamente considerata. Il telegrafista lo odiava con semplicità.

Il ragazzino disse: “Adesso questa polvere dove la metto, Mr. Payne?”

Il telegrafista scattò alla maniera di un grizzly. Avrebbe voluto dire così tante imprecazioni che la voce si chiuse improvvisamente in un rantolo acuto. “Dove la vuoi mettere? In tasca? Apri la porta e buttala a casa del diavolo.”

“Oh, sì,” disse Payne. “A volte ti serve il telegrafo. Ma mica tanto.”

Alcune campane cominciarono a suonare simultaneamente in diverse parti della fabbrica.

“Ora di pranzo,” disse Payne.

“Te metti via quella scopa,” il telegrafista tuonò al ragazzino.

Il telegrafista era turbato. Stava vivendo la stessa apprensione di uno che ha ingoiato uno spillo e si interroga sul tragitto. E poi quel giorno era singolarmente infelice. Non poteva ammalarsi per bene e rimanere a casa? Pensò che se non fosse venuto al lavoro a Dawes non sarebbe mai saltato in testa di parlare di telefoni. Edgar Dawes ce l’aveva con lui, era chiaro. Era un po’ di tempo che ce l’aveva con lui fra tutti.

“Magari questo treno arriva e buonanotte.”

I tre uomini sui binari s’incamminarono verso la capannina, quello con la giacca d’ordinanza dietro agli altri. I due davanti parlavano tra loro, occasionalmente rivolgendosi all’uomo dietro.

Un gruppo di donne entrò dalla parte dei binari e sfilò verso la fabbrica.

Ogni giorno queste donne entravano dalla parte dei binari e sfilavano verso la fabbrica portando un certo numero di pietanziere. Le loro discussioni erano perennemente indignate da torti infiniti. “Chi se ne frega se lui c’aveva detto che non doveva passarci davanti a casa sua? Mio figlio ci passa lo stesso e lui si tappa la bocca.” “Dice che Becky Stockton c’aveva detto ch’era meglio che non ci passava.” “Al diavolo Becky Stockton.” “Chi?” “Becky Stockton.” “Al diavolo Becky.”

Da: Robertson

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