L’abitudine al Male


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Lídice Leão

Il rischio della normalizzazione della misoginia

Le immagini della politica boliviana Patrícia Arce accerchiata da uomini mascherati, condotta a forza dietro un cordone protettivo, scalza e con il corpo imbrattato di vernice, hanno fatto il giro di internet. La Arce, sindaco del comune di Vinto, 60 mila abitanti circa, del dipartimento di Cochabamba, ha subito il taglio forzato dei capelli ed è stata insultata per tutto il percorso che è stata obbligata a fare. Intervistata dopo essere stata salvata dalla polizia, ha dichiarato chiaramente la sua intenzione di resistere: “sono libera, non sto zitta, se vogliono ammazzarmi che mi ammazzino.” È un fatto che si ripete: quando una donna si oppone diventa obiettivo di minacce, assalti e atti violenti.

La scena della donna aggredita, costretta all’impotenza, circondata da uomini – solo uomini – urlanti e armati di bastoni, ricorda le scene delle cacce alle streghe analizzate da Silvia Federici in Calibano e la strega e nel più recente Donne e caccia alle streghe, in cui spiega come le accusate venivano ridotte all’abiezione assoluta: “incatenate con catene di ferro e gettate al fuoco”. Quando il sindaco Patrícia Arce dichiara, dopo aver subito tutti quegli assalti, che è libera, che non si arrende, e che se vogliono ucciderla che facciano pure, sta dicendo al mondo che il rischio che corre una donna che si oppone è, dal sedicesimo secolo in poi, la morte. Allora, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, le donne accusate di stregoneria erano donne che non si rassegnavano alla sottomissione al mondo maschile, condizione imposta dal capitalismo emergente con la fine del feudalesimo. Il potere di queste donne poteva “contaminare” la nascente società patriarcale, rappresentava un rischio per il capitalismo nascente. Perché la proprietà privata e la cultura del lucro si affermassero occorreva che le donne rimanessero confinate in casa, ad accudire gli uomini produttori di ricchezza – per loro e per i padroni – e a fare figli, ovvero a fornire nuova manodopera.

Se il destino di quelle donne era il rogo – non prima di essere state denudate, rasate e punte in tutto il corpo con spilloni alla ricerca di un presunto “marchio del diavolo”, solitamente davanti a notabili e sacerdoti, come scrive Silvia Federici in Donne e caccia alle streghe – nel caso della boliviana Patrícia Arce il copione seguito dagli uomini mascherati che l’hanno assalita è quello descritto all’inizio di questo articolo: aggressioni fisiche, insulti, il corpo imbrattato di vernice e i capelli tagliati, quest’ultimo un marchio riconosciuto della misoginia.

Cosa sarebbe successo se il sindaco di Vinto non fosse stata soccorsa e liberata? Impossibile escludere l’ipotesi della sua morte. Impossibile dire che le persone mascherate che l’hanno rapita si sarebbero limitate al supplizio a cui l’hanno sottoposta. Impossibile non ricordare Foucault e la sua definizione di morte per supplizio: l’arte di tenere la vita in stato di sofferenza. Il supplizio, scrive Foucault, sta nella capacità di dosare la sofferenza; il supplizio mette in relazione tra loro modalità, qualità, intensità e durata della sofferenza con la gravità del crimine, la personalità del criminale e il livello sociale delle sue vittime. Foucault non parla di genere, ma il rapporto tra questa riflessione e la misoginia è evidente quando pensiamo all’assalto subito da Patrícia Arce. Il supplizio a cui è stata sottoposta è evidente nell’imbrattamento del corpo e nel taglio dei capelli, “pene” applicate alle persone accusate di essere donna. Come le streghe, spogliate, rasate e punte davanti agli uomini.

Dal sedicesimo secolo, la sofferenza fa parte della pena imposta alle donne vittime di attacchi misogini. È una sorta di tappa prima della morte. Anche tralasciando il sesso, ma solo con una possibile associazione, l’antropologo arabo Talal Asad analizza la sofferenza e il dolore corporale nel contesto della colonizzazione europea in tutto il mondo, facendoci riflettere sulla normalizzazione di aggressioni come quella subita da Patrícia Arce e da migliaia di donne. Tendiamo a pensare, dice, che, perlomeno nelle società in via di umanizzazione – si riferisce ai popoli colonizzati dagli europei, che consideravano umanizzate solo le società colonizzate – con il passare del tempo si finisca per considerare inaccettabile una varietà sempre più ampia di dolori inflitti. E però, prosegue, ci sono comportamenti che causano dolore e che però non spaventano più. Come esempio cita le prigioni: più persone vengono rinchiuse in cella e più la sofferenza diventa altra cosa, come se crescesse il grado sopportazione. Ma anche in guerra assistiamo ad una crescita del grado di sofferenza inflitta. Da qui un’ipotetica deduzione: più si soffre e più la sofferenza viene normalizzata.

Ecco perché occorre richiamare l’attenzione sulla normalizzazione – o normatizzazione, visto che in molti casi è proprio lo stato protagonista delle crudeltà – della sofferenza delle donne nei casi più disparati di misoginia. Associare il trattamento subito da Patrícia Arce ai supplizi a cui erano sottoposte le donne condannate per stregoneria è un modo per allertare sul rischio che patriarcato e capitalismo rappresenta per generazioni di donne.

Fonte: Blog da Boitempo

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