Il mio Caffè con Assange


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Slavoj Žižek

La settimana scorsa sono andato a visitare Julian Assange nella prigione di Belmarsh e un piccolo dettaglio, di per sé insignificante, ha attirato la mia attenzione in quanto tratto emblematico di come le prigioni operano in funzione del nostro bene (di noi visitatori e dei detenuti). Tutti i secondini sono stati gentili, hanno fatto di tutto per spiegare che tutto ciò che fanno è per il nostro bene. Ad esempio, Assange è confinato in una cella d’isolamento ventitré ore al giorno. Deve fare le sue riflessioni in solitudine nella sua cella. In quell’ora in cui gli è permesso uscire dal cubicolo, gli è proibito incontrare altri detenuti e le comunicazioni con il secondino che lo accompagna sono ridotte al minimo. Che senso ha un trattamento così severo, visto che ora è solo in custodia, ha già scontato la sua sentenza ed è detenuto solo per evitare che scappi in attesa dell’estradizione?

La spiegazione fornitami era prevedibile: “è per il suo bene, perché Assange, essendo un traditore, è odiato da molti, e se dovesse stare con gli altri potrebbe essere aggredito…” Ma l’esempio più pazzesco di questo “interesse per il nostro bene” è stato quando l’assistente di Assange che mi accompagnava ci ha portato il caffè. La tazza era su un tavolo attorno al quale eravamo seduti io e Julian. Ho tolto il tappo di plastica dalla tazza, ho preso un sorso e l’ho rimessa sulla tavola senza tapparla nuovamente. Immediatamente (non più di due o tre secondi dopo) una guarda mi si è avvicinata gesticolando con le mani e facendo segno che dovevo rimettere il tappo. Il tutto molto gentilmente; dopotutto, è una prigione “umanista”, se possiamo dire così. Ho obbedito, ma sono rimasto leggermente sorpreso da quell’ordine. Mentre uscivo, ne ho approfittato per chiedere ad alcuni funzionari della prigione il perché di tutto ciò. La spiegazione, chiaramente, era ancora una volta calorosa e umana. Qualcosa del tipo: “È per il suo bene, per proteggerla, signore. Lei era seduto al tavolo con un pericoloso detenuto, probabilmente suscettibile di atti violenti. E vedendo tra lei e lui, e accanto al suo viso, un recipiente aperto pieno di caffè bollente…” Ho sentito un gran calore infondere il mio cuore mentre mi rendevo conto di essere oggetto di così tanta protezione e cura; chissà a quali rischi sarei stato esposto se avessi visitato Assange in una prigione russa o cinese; i secondini di quei paesi ignorano questo nobile rispetto della sicurezza altrui e mi esporrebbero a terribili pericoli come questo!

La mia visita è avvenuta due giorni dopo che la Svezia aveva ritirato la sua richiesta di estradizione di Assange, ammettendo chiaramente, dopo un ulteriore giro di testimonianze, che non ci sono le basi per una condanna. E però questa decisione appare in un contesto sinistro. Quando ci sono due richieste di estradizione, il giudice deve decidere chi ha la precedenza, e optando per la Svezia avrebbe compromesso l’estradizione verso gli Usa; tanto più che c’era il rischio che un rinvio indefinito avrebbe potuto rivoltare l’opinione pubblica contro le autorità stesse… Ora che restano solo gli Usa a chiedere l’estradizione, la situazione è molto più chiara.

E ora una semplice domanda: davvero la Svezia ha avuto bisogno di otto anni per interrogare due testimoni e stabilire così l’innocenza di Assange, rovinando la sua vita in tutta questo tempo e contribuendo all’assassinio della sua reputazione? Ora è più che mai chiaro che le accuse di stupro erano una bugia, e né le istituzioni svedesi né la stampa del Regno Unito che hanno preso parte all’assassinio della sua reputazione hanno avuto la decenza di offrire una chiara richiesta di scuse. Dove sono adesso tutti quei giornalisti che scrivevano che Assange doveva essere estradato in Svezia e non negli Usa? O quelli che dicevano che Assange era paranoico, che non c’era alcuna estradizione ad aspettarlo, e che se lasciava l’ambasciata ecuadoriana faceva solo due settimane di carcere, e che l’unica cosa che doveva temere era la sua stessa paura? Quest’ultima affermazione è secondo me una sorta di prova dell’inesistenza di Dio: se esistesse un Dio giusto, un fulmine colpirebbe chi ha detto queste oscenità parafrasando la famosa frase di F.D. Roosevelt ai tempi della grande depressione.

Ma visto che ho citato la Cina, non posso qui fare a meno di ricordare ai miei lettori cosa ha scatenato le enormi proteste che a Hong Kong durano da mesi: la richiesta che Hong Kong approvi una legge che obblighi le sue autorità a estradare i suoi cittadini verso la Cina su richiesta di quest’ultima. Pare che il Regno Unito sia molto più remissivo verso gli Usa che non Hong Kong verso la Cina: il governo non vede alcun problema ad estradare negli Usa una persona accusata di un reato politico. La richiesta della Cina è più giustificata visto che Hong Kong è in ultima istanza parte della Cina stessa; la formula è “un paese, due sistemi”. In quest’ottica, la relazione tra il Regno Unito e gli Usa è il contrario: “due paesi, un sistema” (quello statunitense, è chiaro). Propagandano il Brexit come un modo per affermare la sovranità britannica e ora, con il caso di Assange, vediamo già dove va a finire questa sovranità: nella sottomissione alle richieste capricciose degli Stati Uniti.

Ora i sostenitori onesti del Brexit dovrebbero opporsi fermamente all’estradizione di Assange. Non abbiamo più a che fare con una questione giuridica o politica minore, ma con qualcosa che tocca il significato fondamentale della nostra libertà e dei nostri diritti umani. Quando sarà che la gente capirà finalmente che la storia di Assange è la storia di ognuno di loro e che il loro destino è legato profondamente alla decisione di estradarlo? Dobbiamo aiutare Julian non in virtù di una vaga ragione umanitaria, o per simpatia nei confronti di una povera vittima, ma perché preoccupati per il nostro futuro.

Fonte: Blog da Boitempo

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