Imbecille!


keaton bacio

es

Sotto Natale Germoglio scomparve nel nulla. Sulle prime, nessuno diede molta importanza al fatto. Capitava che Germoglio scomparisse nel nulla. Due giorni, tre. Si pigliava una ciucca angelica e si dimenticava di esistere.

“Germoglio si è preso un permesso,” disse il vice.

“Per cosa?” chiese un tipo sdraiato sulle foglie.

“Deve dire i suoi salmi nel deserto,” rispose un altro, un tipo alto con la faccia triste che sembrava uscito dal libro dei salmi.

“Però è strano,” disse il vice.

“I salmi?” chiese lo sdraiato.

“No, è che mi sembra strano lui.”

“Perché dici che ti sembra strano?” chiese lo sdraiato sollevandosi un po’ e puntando il gomito sulle foglie.

“A me non sembra strano,” disse il triste. “Si prende una ciucca e non si ricorda neanche dov’è. Cosa c’è di strano in uno così? Sai quanti ne conosco? Vuoi che ti racconto qualche storia?”

Il tipo alto non era soltanto triste. Era anche uno che pensava di essere stato mandato nel mondo per innaffiarlo con le morali.

“Vabbè,” disse quello sul gomito. “Cosa stavi dicendo? Perché dici che era strano?”

“Regolare che si prende una ciucca, ma non che se la prende in settimana,” spiegò il vice. “Che se la prende il sabato fino alla domenica notte va tutto bene. Neanche ci faccio caso. Ma oggi è giovedì. E manca da lunedì pomeriggio.”

“Mmmh,” disse gomito puntato.

Il salmodico moralista triste non disse nulla. Non gli veniva neanche una cosa banale. Quando non gli veniva neanche una cosa banale, preferiva tacere. Non era tipo da sprecare aria.

“Vabbè, quando torna torna,” disse gomito tornando a sdraiarsi.

“E se non torna?” disse il vice.

“Mmmh!” disse il moralista, senza però aggiungere altro.

“Allora…” cominciò lo sdraiato.

“Allora?” lo incalzò il vice.

“Saranno affari suoi,” disse lo sdraiato, facendosi filosofico. “Sai che me n’importa di quel ciucciafiaschi. Quand’è stanco torna.”

Ma Germoglio era proprio scomparso. Di una scomparsa sacrosanta. Era così scomparso che tutti si dimenticarono anche che era scomparso. Semplicemente, era come se non fosse mai esistito. Le sue sbornie ricorrevano spesso nei ricordi sotto forma di pura leggenda avvolta in nebbie nordiche.

Ricomparve con la primavera, quando la natura si risveglia e tutto torna a vivere.

Lo trovò una donna. Avvenne una mattina, verso le dieci, in una radura, tra due boschi, tra i vapori delle province del nord. La signora andò a raccontare quello che aveva visto al capo della polizia. Il capo era un tipo magro. Non sembrava un poliziotto canonico. Torceva e ritorceva i baffi ed era molto triste, di una tristezza gastrica. I baffi sono il segno di frustrazioni profonde.

“Io, per dire, già mio marito mi è morto l’anno scorso, per dire,” spiegò la donna a mo’ di introduzione.

“Mmh,” disse il capo, incoraggiante.

“Il fatto è che io ho visto quella mano lì che usciva dalla neve come se era una cosa che, ecco, non lo so che cosa, però insomma uno ci pensa e gli piglia un coccolone, c’è mica da scherzare,” disse la signora. Alzò la mano. Fece un gesto come la benedizione del papa, la faccia quasi triste, d’oltretevere.

Il capo fece cenno di continuare. Andò su e giù con la testa tenendo un baffo tra indice e pollice.

“Non mi ricordo cosa…”

“Quando ha visto il morto.”

“Ah sì. Allora quando ho visto questo qua mi son presa un magone che non so, eh! Io, ora, con mio marito che mi è morto l’anno scorso, per dire, e poi vado lì e mi vedo questo che spunta dalla neve. Allora mi dico certe cose…”

“Non ha notato niente?” chiese il capo. “Qualcosa di strano, voglio dire.”

La signora pensò. Cercò di ricordare. Il morto fluttuava nella sua memoria come un fantasma fatto di alghe. Era da quella mattina che non smetteva di fluttuare.

“Era scuro,” disse. “Scuro sulla faccia. Anche la mano. E le dita. Scuro mica come i negri. Scuro come…”

“Ho capito.”

“Ecco.”

Il capo riandò sui baffi. Era immensamente seccato dal morto e immensamente avvilito da quell’ornamento ribelle. Fosse stato un foruncolo sulla scapola o una cicatrice sul costato, almeno. Invece era tutto lì, al centro della sua faccia. Rappresentava il capo della polizia. Era la sua immagine biografica in rivolta.

“Scuro!” disse l’aiuto. “Questo non è semplicemente scuro!”

“E allora cos’è?” chiese il capo della polizia.

“Sai cosa mi ricorda?” disse l’aiuto del capo. In tutto il villaggio c’erano lui e il capo e basta. “Ti ricordi mia zia, quella che viveva sopra il torrente?”

“Embè?”

“Lei metteva le mele sotto la neve e poi ce le dava a Natale. Lo sai come diventano? All’inizio le vedi che sembrano fresche. Lisce e dure come il marmo. Ma poi si sghiacciano e si fanno scure e tutte sgrinzute che sembrano fatte al forno. Però sai una cosa? Se te lo dico non ci credi. Che anche se erano sgrinzute…”

“Ma perché non la finisci?” disse il capo affettando l’aria con le parole.

Si sentiva soffocare. Era nella miniera di carbone dell’esistenza. Chissà come ci era finito dentro? Lui non ricordava di esserci entrato. Per un attimo, gli balenò l’idea di mietersi i baffi e salvarsi l’anima.

L’altro tornò ad esaminare Germoglio.

“Non sembra di qua,” disse.

“Non è di qua. Nessuno ha denunciato la scomparsa.”

“Della zona?”

“Neanche.”

“Infatti.”

Osservò Germoglio esattamente negli occhi. Era incredibile, ma sotto il ghiaccio si erano conservati perfettamente. Potevi vederci ancora l’ultima estasi alcolica. Dicono che trasformi la morte in un’esperienza eccelsa.

“Sembra che vuole dire qualcosa,” disse l’aiuto del capo.

“Se almeno parlava ci poteva dire il nome,” rifletté il capo con una trovata filosofica.

“Già,” disse l’aiuto. “Speriamo che non si squacchera tutto da qui alla fotografia. Quando arriva quell’accidenti di fotografo? Già adesso fa schifo. Oh cavoli!”

Il capo ruotò appena gli occhi. Aveva i suoi pensieri e non voleva distrarsi. Guardò sì, ma guardò con il bordo dell’iride.

“Mmh?” fece.

“Ha un coso qui, in mezzo alla fronte,” disse l’aiuto con una voce che sapeva di magia.

“Cosa?”

“Un punto. Un punto scuro. Sai chi dev’essere?”

“No.”

“Di quelli… come si chiamano? Quelli delle religioni strane. Quelli che si fanno un circolino sulla fronte.”

Il capo emerse dalla miniera di carbone. Si precipitò all’osservazione di Germoglio. Scrutò a lungo il punto scuro. Era lì. Non c’era dubbio. Un bel punto molto rotondo. Il capo capì tutto. Sorrise, perfino.

Germoglio lo guardò di rimando. I suoi occhi estatici dicevano: “L’hai capito, adesso, imbecille?”

“Ho capito eccome,” disse il capo. “E non è un punto.”

“No?” disse l’aiuto.

“È un buco,” disse il capo della polizia, trionfante. “Un buco! Un buco in mezzo alla fronte! L’hanno sparato, ecco cos’è!”

Da Yoruba

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