Consumatori di Futuro


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Di Robert Kurz. Fonte: Exit Online. Titolo originale: Zukunftsverbrauch. Traduzione di Enrico Sanna.

La crisi, che sia momentaneamente contenuta o di nuovo in fase di aggravamento, è sostanzialmente una crisi debitoria. Cosa significa? Il capitale produttivo viene dal denaro del sistema bancario. Deve pertanto dividere i propri guadagni con il capitale finanziario, il quale applica gli interessi, che sono il prezzo del denaro concesso in prestito. Quindi, se il capitale produttivo non riesce a generare un guadagno sufficiente nasce una crisi che coinvolge tanto il debitore quanto il creditore. Il “preconcetto popolare” (Marx) ama dare le colpe al capitale finanziario che, “avido”, vorrebbe arricchirsi senza produrre alcunché. Ma allora la domanda è: perché il capitale produttivo ha bisogno di chiedere in prestito denaro per poter pagare i mezzi di produzione? Il nocciolo della questione è qui, non nella “malvagità” del capitale finanziario.

La concorrenza obbliga ad un aumento incessante della produttività e ciò è possibile solo se si utilizza un aggregato scientifico e tecnologico sempre più grande. Marx spiega che così cresce sempre più il capitale reale morto, che non crea nuovo valore, rispetto al capitale forza lavoro, l’unico in grado di produrre valore aggiunto. Le statistiche borghesi dicono la stessa cosa quando dimostrano che i costi di un posto di lavoro crescono incessantemente al crescere dell’intensità di capitale. In altre parole, i costi preliminari morti, necessari alla produzione di capitale, non possono più essere finanziati dai guadagni correnti. Da qui il ricorso al credito per poter pagare il crescente capitale reale. Nel corso del ventesimo secolo il problema del debito si è esteso dal capitale produttivo allo stato e alle finanze private. Neanche le spese statali in infrastrutture e il consumo privato sono più finanziabili con le entrate reali, ma solo a credito.

Questo megaindebitamento a tutti i livelli non è altro che l’anticipazione di futuri guadagni, salari, e tasse su processi produttivi reali. Questo “consumo di futuro” diventa crisi generale perché è stato spinto troppo in là e ha finito per far scoppiare i canali del credito. Questo vale per tutti gli attori, compreso lo stato. E ora si parla di “peccatori del deficit” e di pratiche finanziarie dubbie. Si dice che non avremmo dovuto vivere a spese delle generazioni future. Che occorrerebbe una nuova “morale da padre di famiglia” con la volontà ferrea del risparmiatore. Ma ciò che viene consumato oggi non è il cibo, il vestiario, le abitazioni e gli strumenti di lavoro del futuro, bensì gli utili, che sono sempre più illusori, e ciò al fine di poter utilizzare oggi risorse materiali abbondantemente disponibili.

Questa assurdità è la dimostrazione di come il capitalismo, fine a se stesso, ha come unico scopo la crescita astratta del denaro e non ha niente a che vedere con la soddisfazione efficace delle necessità, come pretendono i suoi apologeti. Il denaro non è una risorsa reale, ma la forma feticista delle risorse reali. E la crisi globale del debito è il risultato del tentativo disperato, tramite il “consumo del futuro” gonfiato da entrate che non arriveranno mai, di mantenere entro i limiti del fine in sé capitalista le varie forme produttive, per quanto queste abbiano sfondato i propri limiti già da tanto. E ora dicono che dobbiamo abbassare il nostro tenore di vita e rinunciare ai servizi, compresa l’assistenza medica, perché il capitalismo ha consumato il suo futuro. Siamo arrivati alla soglia del dolore e non solo in Grecia. Ma la coscienza sociale non ha ancora imparato ad utilizzare con una logica diversa le risorse attualmente “inutilizzate”.

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