Il Ritorno del Brasile Coloniale


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Di Michel Cahen*. Originale pubblicato il 2 luglio 2019 sul Blog da consequência con il titolo O retorno do Brasil Colonial. Fonte: Liberation. Traduzione dal francese di Paulo Roberto de Andrade Castro. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Per capire l’arrivo al potere di Jair Bolsonaro bisogna andare molto indietro nel tempo, fino agli inizi del diciannovesimo secolo, quando l’indipendenza del Brasile fece crollare l’impero portoghese. Da allora il paese è cambiato. La decolonizzazione, però, non ha mai toccato le élite.

Il primo luglio scorso, Jair Bolsonaro ha completato i suoi primi sei mesi di governo. I suoi contrattempi hanno a che fare, in ultima analisi, con la natura eterogenea della base sociale da lui costruita, tipica di un populismo di estrema destra: si tratta di soddisfare i diversi settori, uniti nella protesta ma separati in tutto il resto, che convergono nell’appoggio di un salvifico Bonaparte. Da quando nel 2012 è iniziato il mandato di Dilma Rousseff, mi ha impressionato l’odio della élite conservatrice contro il governo del partito dei lavoratori (PT), al potere dal 2003.

Il contesto economico molto favorevole permetteva al presidente Lula di soddisfare le richieste sia delle élite che del popolo. È emersa così un’importante classe media, la stessa che ora, toccata dalla crisi, vede l’abisso aprirsi sotto i suoi piedi, e che sta al centro della base sociale di Bolsonaro. In realtà l’odio si è espresso, con irrazionalità crescente, quando la crisi economica ha investito il paese e la politica di Dilma Rousseff si è fatta sempre più neoliberale.

Perché l’élite conservatrice non tollerava una politica più o meno socialdemocratica? Perché questo conservatorismo profondo è riuscito a conquistare una base di massa eterogenea rendendo possibile l’elezione di un avventuriero di estrema destra? Per capirlo, dobbiamo dare uno sguardo al passato.

Il sette settembre 1822, l’indipendenza del Brasile fece crollare l’impero portoghese. Fu un fatto unico: le autorità portoghesi, ridotte alla città di Rio fin dal 1807, da quando l’esercito napoleonico aveva invaso il Portogallo, non vollero tornare in patria, cosa che potevano fare fin dal 1811. Non esiste un altro caso al mondo in cui un sovrano, potendo tornare nella sua capitale, abbia deciso di rimanere in una sua colonia.

L’indipendenza fu più una rivolta fiscale che una liberazione nazionale. Ci fu indipendenza senza decolonizzazione. Furono i coloni a prendere il potere e dare vita ad una colonia autocentrica; il fatto che un paese sia indipendente non significa che cessi di essere una colonia. Quando i coloni della Rhodesia nel 1965 rifiutarono l’indipendenza a guida nera prevista dal trattato di Londra e dichiararono un loro stato indipendente a guida bianca, la Rhodesia rimase una colonia. I processi indipendentistici d’America hanno prodotto indipendenza senza decolonizzazione, hanno creato stati coloniali: indipendenza e decolonizzazione spesso si confondono. Ma quello brasiliano è un caso limite perché l’indipendenza fu proclamata dall’erede al trono del paese colonizzatore.

Questo Imperio Brasílico divenne pian piano brasiliano. La conclusione del processo può essere datata al 1889, quando un golpe conservatore espulse la principessa Isabella, che l’anno precedente aveva abolito la schiavitù, e proclamò una repubblica perfettamente coloniale. Al contrario degli Stati Uniti con la guerra di secessione, non era la borghesia industriale brasiliana a detenere il potere ma l’élite dei latifondisti coloniali. Furono questi, col tempo e senza scosse, a realizzare la transizione verso l’agricoltura moderna con la marginalizzazione della manodopera nera e l’importazione di milioni di europei. Così è accaduto anche altrove in America, ma qui c’è stata la combinazione di due aspetti. Da un lato, gli indigeni, gli indios, a causa delle epidemie, i massacri e il meticciato, non erano che una piccola minoranza della popolazione. Oggi sono tra lo 0,4 e lo 0,6%, da cui la debolezza delle lotte anticoloniali. Dall’altro lato, i negri erano la maggioranza (oggi sono circa il 52%), da cui la “paura strutturale” dell’élite bianca terrorizzata dall’esempio del popolo di Haiti.

Da allora il Brasile è cambiato, ma l’élite non ha mai sperimentato una rivoluzione decolonizzatrice, e col tempo si è trasformata in una borghesia capitalista, latifondista molto più che industriale, senza mai abbandonare la sua natura di élite coloniale. La relazione di questa élite con il popolo non è quella del capitalista con il proletario, ma, più che altro, quella del padrone con lo schiavo di cui parla Gilberto Freyre.

Una misura che attirò un odio profondo contro la Rousseff fu nel 2013 la legge che assicurava diritti sociali reali ai lavoratori domestici: domenica libera, contratto di lavoro, contributi sociali, 44 ore settimanali e pagamento degli straordinari.

La legge fu un’offesa al paternalismo autoritario della borghesia: la serva diventava proletaria autonoma. L’élite bianca ritiene insopportabili, inaccettabili, anche le più timide riforme sociali a vantaggio di un popolo profondamente meticcio.

Insisto su “…e coloniale”. Non è un caso se è ripresa la conquista coloniale. Jair Bolsonaro e i suoi non solo disprezzano gli indigeni come un latifondista può disprezzare i contadini poveri, ma non ne sopportano la vista, come se fossero una razza inferiore e vinta. Bolsonaro dice di voler costringere gli indigeni a “integrarsi”, ovvero a scomparire come nazione e società a sé. Ha trasferito le competenze sulla demarcazione dei territori indigeni e i quilombos al ministero dell’agricoltura, il ministero dei grandi latifondisti. Gli indios sono solo una piccolissima minoranza, ma hanno molta difficoltà ad occupare gli spazi ridottissimi del sud e, a maggior ragione, al nord. Quello che i grandi coltivatori non tollerano non è tanto la dimensione del fondo, ma il fatto che questo non sia coltivata e sfruttata in maniera produttiva. Secondo gli sprezzanti preconcetti dei coloni nei confronti dei colonizzati, gli indios sono incapaci e pigri. Questa non è una semplice espressione del disprezzo di classe padronale. È l’espressione di un’élite non moderna che non vuole che vengano posti in questione le proprie abitudini. È l’espressione del pensiero coloniale tipicamente brasiliano.

Credo che tutto questo fosse già presente nella elezione di Jair Bolsonaro, al di là della crisi economica, della corruzione attribuita soltanto al PT, delle notizie inventate, dei neopentecostali, delle questioni sulla sicurezza, dell’estrema destra, del razzismo, dell’omofobia e così via. Se questi elementi attuali hanno preso forma è perché l’élite capitalista coloniale è, strutturalmente e mentalmente, incapace di accettare qualunque misura sociale. La contraddizione potenzialmente esplosiva presente tra i sostenitori del regime è che, storicamente, l’esercito brasiliano rimane fortemente moderno (il che non significa democratico) finché l’élite conservatrice rimane fortemente influenzata dalla sua paura nei confronti della popolazione nera maggioritaria. Tutto ciò si esprime nella sigla BBB: bombe, buoi e bibbia.

Nonostante sia ultra-minoritaria, queste élite è riuscita temporaneamente a costituire un’egemonia politica che comprende diversi settori della popolazione. Vari altri fattori che hanno portato a questa ascesa esistevano già da prima. Ma credo che l’estremizzazione della destra sia stato ciò che ha permesso che tutto il resto prendesse forma in presenza di un PT paralizzato dall’arresto di Lula che ha perso qualunque capacità di mobilitazione popolare.

* Michel Cahen è storico della colonizzazione portoghese e direttore del centro ricerche del CNR di Bordeaux.

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