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Tra l’autodistruzione e l’illusione della via tecnocratica

Di Thomas Meyer. Fonte: Obeco Online. Originale: Zwischen Selbstvernichtung und technokratischem Machbarkeitswahn – Transhumanismus als Rassenhygiene von heute pubblicato su Exit online. Traduzione portoghese di Baoaventura Antunes. Traduzione italiana parziale di Enrico Sanna.

Il transumanesimo è un’ideologia pseudoreligiosa trascinata da una mania di sottomissione e distruzione che si manifesta in “fantasie di perpetuazione” del soggetto borghese. Il desiderio transumanista di assoggettarsi agli imperativi della società della dissociazione-valore assume contorni deliranti, che prendono corpo in un’ostilità di fondo nei confronti del corpo e nella distruzione dell’uomo come essere fisico e come specie in generale. Da notare che la struttura delirante del transumanesimo non è opera di alcuni lunatici ma, al contrario, gode ora di grossa influenza.

La produzione di ideologia scientifica

Prima di passare al transumanesimo, occorre delineare qualche aspetto di storia della scienza. Come spiega [Laurent] Alexandre, le scienze NBIC (nanotecnologia, biotecnologia, informatica e neuroscienza) hanno un ruolo importante nel discorso transumanista.

La “produzione di ideologia scientifica” avviene a vari livelli. Il primo “considera” la storia della scienza non come qualcosa di predeterminato da semplici “fatti”, ma spesso come qualcosa di necessario, e che trova espressione nello sviluppo di certe tecnologie e nelle corrispondenti ricerche di base. Sono proprio queste che contengono il potenziale della valorizzazione. Di norma, la coscienza positivista non ammette ciò quando parla di “progresso scientifico”. Rientra in questa logica, ad esempio, lo sviluppo della genetica e della biotecnologia, nati dal desiderio di controllare la vita e sfruttarla industrialmente. In questo contesto, non sorprende se all’inizio ha prevalso un concetto piuttosto semplice dell’ereditarietà e della genetica, ovvero un concetto dell’ereditarietà che seguiva direttamente i paradigmi della teoria dell’informazione, che dava per scontato che la “comunicazione” di materiale genetico al fine di produrre proteine e tutto il resto avvenisse soltanto in una direzione. Nella sua monografia sulla nascita della moderna genetica, Lily Kay scrive: “La specificità chimica, un tempo tema dominante della biochimica e di altre scienze della vita, fu reinterpretata come trasferimento di informazioni: i portatori di specificità diventarono portatori di istruzioni. A cosa porta questo cambio di nome? Posta in termini informativi, la diversità e la complessità dei processi biochimici, che coinvolge un numero infinito di molecole, fu ridotta ad una coppia binaria posta alle origini della vita: acidi nucleici e proteine. […] [Tutti i discorsi] sulle proprietà e le sintesi delle catene polinucleotidiche, struttura e sintesi delle proteine e codice genetico furono chiaramente allineati al dogma centrale, che immaginava un trasferimento a senso unico di informazioni dagli acidi nucleici alle proteine. La sintesi delle proteine divenne così un sistema di comunicazione programmato” (Kay 2005). Il risultato è che il materiale genetico poté essere interpretato come informazione genetica e la biologia divenne una scienza dell’informazione. Nasce così il concetto di “gene industriale” (Cfr. Then 2008), da tempo confutato dall’epigenetica e altre discipline, un concetto valido solo in casi eccezionali ma che continua ad avere una sua efficacia industriale e ideologica, come dimostrano la “biologia sintetica” e la “biologia digitale” (!) (Cfr. Jansen 2015).

L’ideologia della scienza e i suoi derivati dipende poi anche da come vengono formulate certe “visioni dell’uomo”. Queste visioni dell’uomo si basano sui risultati (presunti) di ricerche di base o su una loro estrapolazione. Queste ultime possono assumere una forma fortemente mitica, così che non necessariamente alla base dell’entusiasmo degli scienziati troviamo ciò che è “empirico”. Tali concezioni dell’uomo assumono così una natura umana ontologicamente stabilita, o una certa comprensione dell’uomo per cui, ad esempio, la mente umana può essere considerata una sorta di computer con tutto ciò che ne consegue. L’equiparazione dell’uomo ad una macchina si avvicina a questa concezione. Il bilancio energetico dell’essere umano, ad esempio, può essere calcolato proprio come quello di una caldaia a vapore, in modo da eliminare quei movimenti che causano un affaticamento precoce. Questa visione dell’essere umano propone quindi la necessità di una sua razionalizzazione e un suo disciplinamento, futuro o attuale, sulla base di una natura che si presume umana. Così vengono naturalizzati i mutamenti strutturali del capitalismo e dei suoi soggetti, al fine di trasformare gli esseri umani e la parte valorizzabile della natura portandoli a livelli superiori (Cfr. sulla razionalizzazione dell’uomo, ad esempio, Rabinbach 2001 e Kurz 1999) La realtà della vita delle persone viene naturalizzata nel senso che le restrizioni sociali vengono vissute come fatti naturali, con lo stesso statuto della legge gravitazionale. Non è quindi un caso se il discorso sulla “intelligenza artificiale” nasce proprio quando l’uomo diventa una macchina (con l’immagine imposta del lavoratore maschio ideale) o viene costretto ad agire come tale. Il matematico Emil Post (1897-1954) spiegò la sua teoria del computer servendosi come esempio di un lavoratore in una catena di montaggio: come il lavoratore nella catena di montaggio esegue un algoritmo, ovvero esegue un numero finito di istruzioni in modo identico, così il computer esegue i compiti che gli vengono attribuiti (Cfr. Heintz 1993). Dato che l’uomo e il computer appaiono in grado di fare la stesa cosa, è nata la credenza secondo cui i computer potrebbero diventare intelligenza, anche più dell’uomo. Chiaramente, questa credenza si basa su un concetto piuttosto ristretto di intelligenza, che equipara l’intelligenza alla matematica (Vedi Irrgang, Klawitter 1990 e Fischer 2003). Il filosofo Jean-Michel Besnier, nemico del transumanesimo, scrive a proposito di questo annacquamento del concetto di intelligenza: “L’impoverimento semantico del concetto di intelligenza è in sé un sintomo soprattutto dell’avvizzirsi, diciamo così, o di una preoccupante semplificazione, dell’idea che l’uomo ha di se stesso” (Alexandre, Besnier 2017). Questa “preoccupante semplificazione” o svalorizzazione dell’esistenza umana appare particolarmente evidente quando i transumanisti, in delirio, affermano che un giorno la mente umana, che per loro non sarebbe altro che bit e byte, potrà essere copiata su una memoria digitale diventando così immortale.

D’altro canto, si cercano giustificazioni (presunte) scientifiche riguardo la sorte di quelle persone che non rientrano nel processo capitalista, quelle che non si riesce a disciplinare e che diventano “esistenze che sono pesi morti”. Fu così che, nel contesto del darwinismo sociale tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, le catastrofi sociali non furono riconosciute come conseguenza del sistema capitalista e delle sue convulsioni sociali, bensì come il risultato di una eredità e di una “degenerazione” biologica. Era possibile riformare la società, questa la conclusione, solo tramite la “biologia applicata”, ovvero o con la sterilizzazione forzata o con lo “sradicamento” dei cosiddetti “degenerati”. I problemi sociali potevano essere risolti, o prevenuti, sterilizzando le persone affette (Cfr. Wingart, Kroll, Bayertz 1992 e Trus 2002). Nella Repubblica di Weimar, il programma eugenetico fu esplicitamente giustificato in termini di riduzione dei costi del sistema sanitario (Weingart, Kroll, Bayertz). Il darwinismo sociale, l’eugenetica e l’igiene razziale spiegavano così le convulsioni sociali in termini di problema biologico.

Questa biologizzazione delle condizioni sociali porta all’inventario generale del materiale umano. In ultima analisi, la questione è: Chi riproduce quanto? Se le persone già si riproducono, ad esempio, come razionalizzare tale riproduzione e ridurre i “costi della salute”? Come si può trasformare la riproduzione in un processo tecnico e capitalisticamente controllabile al fine di, come si dice oggi, “conciliare famiglia e lavoro”? (Cfr. Meyer 2018)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’eugenetica fu in un primo momento ufficialmente screditata. Ovviamente, le industrie che trassero vantaggi non rinnegarono il proprio contributo alla politica eugenetica finalizzata allo sterminio dei nazisti (Cfr. Weingart, Kroll, Bayertz 1992). Pur prendendo le distanze dai programmi coercitivi di stato, difendevano senza indugi l’eugenetica “volontaria”. Dopo la guerra, il convegno CIBA, tenutosi a Londra nel 1962, fu di grande importanza al fine di una nuova “diffusione scientifica” dell’eugenetica. Hans-Jürgen Muller in particolare svolse un ruolo importante come cinghia di trasmissione tra l’eugenetica prebellica e quella postbellica: la biologizzazione del sociale non fu superata, ma solo modernizzata. Ancora oggi si parla di razionalizzazione o di inventario degli esseri umani, e della necessità di eliminare le “vite indegne d’essere vissute”, quando si tratta di “tagliare i costi”, basta pensare al dibattito sull’eutanasia e l’aborto di creature con (presunte) deficienze (Cfr. van Loenen 2015).

Probabilmente, la fonte più importante di concetti riguardo l’attuale “produzione scientifica di ideologia” è il cosiddetto transumanesimo. Strettamente legato ad esso, in parte sovrapposto ma assolutamente non identico, è il discorso sull’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, la robotica e l’ingegneria genetica. Il transumanesimo riassume, per certi versi, la trasformazione dell’illuminismo in mito. La tecnocrazia del transumanesimo e i suoi agitatori, come Ray Kurzweil, esprimono un grado particolarmente elevato di ignoranza sociale. I transumanisti cedono all’illusione per cui tutti i problemi di questo mondo sono problemi tecnici e proprio loro sono predestinati a risolverli, ovviamente tramite l’innovazione e la distorsione tecnologica. I transumanisti amano così tanto giocare con le possibilità tecniche, anche immaginarie, da non riuscire a vedere il presente. Secondo alcuni, queste visioni sono solo una forma di escapismo postmoderno, una fuga dal presente (Cfr. Becker 2015; Jansen 2018; Jansen 2015). Ray Kurzweil e i suoi non solo non contribuiscono affatto alla risoluzione di alcuni problemi, ma ne sono stati essi stessi responsabili anche per il loro legame con il “complesso militar-industriale” (Cfr. Jansen 2018). Le loro pretese sono assurde (se poi i transumanisti credono o meno nella loro propaganda è questione dibattuta).

Ciò che è rimarchevole nei transumanisti è il loro evidentissimo determinismo tecnologico. Per Kurzweil, ad esempio, il progresso tecnico non è altro che una continuazione dell’evoluzione biologica (Kurzweil 1999). Il progresso tecnologico non è considerato semplicemente inevitabile, ma anche da imporre con tutte le sue conseguenze assassine: ad esempio, sarebbe opportuno che gli esseri umani fossero dominati da una intelligenza artificiale perché questa è l’unica capace di risolvere i problemi del mondo. Così gli esseri umani diverrebbero postumani o transumani, ovvero si trasformerebbero in una macchina. Si fonderebbero con essa, assumerebbero un’esistenza “immortale”, e se non scomparissero, se dovessero permanere come entità in carne ed ossa, permarrebbero in forma geneticamente ottimizzata, possibilmente come esemplari muniti di protesi o migliorati con impianti tecnici e/o droghe.

Occorre quindi mettere in chiaro che l’ideologia transumanista, soprattutto per quanto riguarda il determinismo tecnologico, esprime una mania di sottomissione alle condizioni capitaliste e un certo desiderio di distruzione associato all’ostilità di fondo nei confronti del corpo. Impressionanti anche le assurde visioni del futuro, con fantasie che esprimono il desiderio di perpetuare il soggetto borghese, reprimendo così la crisi del soggetto e del capitalismo. Il transumanesimo ha caratteri religiosi ma, dato il suo desiderio di sottomettersi alle condizioni di dominio, permane nella pura immanenza, non è minimamente capace di trascendere il presente, non riesce a concepire nulla che non sia dominio e assenza di libertà.

Con tutte le loro visioni deliranti e la loro ferma illusione di poter dominare la natura, i transumanisti non offrono nulla che sia realmente nuovo in termini di contenuto. Qualcosa di simile è già stato formulato in passato. Ad esempio, nel mondo anglosassone degli anni venti ad opera di persone come John Desmond Bernal (1901-1971), John B. S. Haldane (1892-1964) e Julian Huxley (1887-1975) (vedi Heil 2010; Kohn-Waecther 1995). Anche in Russia, particolarmente durante i primi anni dell’Unione Sovietica, il transumanesimo trovò precorritori, tra gli altri, fra i cosiddetti “biocosmisti”, nel contesto di un’imminente modernizzazione della Russia. Michael Hagemeister così commenta le correnti russe: “La conquista della natura e il superamento della morte sono gli obiettivi finali di una fede intramondana nel progresso e nella redenzione, le cui conseguenze terroristiche sono note da molto. […] Col senno di poi, appare chiaro come le dottrine totalitarie della salvezza acquisirono efficacia storica. Il pensiero che ispirò le visioni del primo novecento non è però ancora stato superato. La voglia di trasformare e controllare l’universo, nonché di abolire la morte, si basa su un concetto magico della scienza e della tecnologia, sul pensiero gnostico per cui l’uomo può acquisire un potere magico sulle forze del mondo semplicemente conoscendole, così da poter, tramite la conoscenza, trasformare completamente il mondo volgendolo ai propri fini, diventando così onnipotente, onnisciente, onnipresente e imperituro. Ovvero, divino.

La mania dell’ottimizzazione transumanista: eugenetica, pefezionamento e perpetuazione delle fantasie del soggetto borghese

L’eugenetica può essere definita come l’ottimizzazione dell’essere umano prima della sua nascita. Sotto forma di “eugenetica negativa” contribuisce a prevenire la nascita di persone con difetti (“difetti” che possono essere un handicap o un tratto indesiderato magari ereditato geneticamente), persone considerate semplici “pesi morti”. Se una persona è già in vita, si impedisce che possa riprodurre “la propria specie” nel mondo (con la sterilizzazione forzata, ad esempio). L’eugenetica negativa cerca quindi di “sradicare” o di rendere incapaci di riproduzione le persone con determinate caratteristiche. La “eugenetica positiva”, invece, è la “riproduzione” di persone con determinati tratti che, quando non sono conseguenza di manipolazione genetica, si ipotizza che siano tratti ereditari (controllabili con l’ingegneria genetica).

Se in passato l’inventario del “materiale umano” comprendeva la pratica della costrizione statale (ad esempio, la sterilizzazione forzata) sui presunti “degenerati”, oggi questa costrizione è più individuale e viene fatta passare per “libertà individuale” (ad esempio, con la diagnostica prenatale). Anche se oggi non si pratica più la sterilizzazione forzata, che incontra l’ostilità generale, l’eugenetica positiva, ovvero la creazione di persone con caratteristiche desiderabili, è spesso esplicitamente difesa, come nel caso di diversi transumanisti. Laurent Alexandre, ad esempio, è dichiaratamente entusiasta delle tecnologie riproduttive: la “tecnomaternità” (!) finirà per prevalere, il che significa ovviamente “la selezione di embrioni e l’eliminazione dei feti non conformi (!)” (Alexandre, Besnier 2017). Nick Bostrom chiede che i genitori siano autorizzati ad ottimizzare geneticamente i nascituri (Cfr. Bostrom 2018a). Se, nonostante la disponibilità di tecnologie appropriate, non lo facessero, sarebbero irresponsabili perché “Bisogna soppesare questo rischio [di essere eteronomo per manipolazione genetica, ndt] contro i grandi rischi che comporta un genoma inalterato. Quando sono disponibili alternative sicure e efficaci, è da irresponsabili portare al mondo una persona con ridotte capacità di base o con una maggiore predisposizione alle malattie” (ibid.).

Economicamente parlando, quindi, è da “irresponsabili” far nascere, in tempi di forzieri vuoti, persone che “sono solo un costo e non producono nulla”. Con una tale “pianificazione della vita sbagliata” le persone avrebbero una competitività ridotta. È proprio qui che occorre criticare questa cosiddetta “libertà di scelta”. E però, per regola, l’imposizione del terrore economico secondo cui la vita deve “essere calcolata” non considera, o lo considera in maniera etica e non vincolante, il fatto che il “valore” di una vita umana non può essere quantificato o altro. Tali argomentazioni etiche compaiono solitamente, ad esempio sui testi di Bostrom (Cfr. Bostrom 2018a), come obiezioni all’ideologia transumanista o “genetocratica”.

In pratica, i transumanisti, con le loro fantasie tecnocratiche o eugenetiche, devono essere visti in relazione con il vero disciplinamento e l’imposizione capitalista del presente. Serve a poco combattere le visioni transumaniste dicendo che non sono praticabili, che sono empiricamente indifendibili o che semplicemente sono assurde. Facendo così, non si capirebbe per quale ragione il transumanesimo è diffuso, perché attecchisce e quali necessità del soggetto serve.

La relazione con il soggetto reale e con le esigenze che gli sono imposte diventa particolarmente chiara nel caso del perfezionamento [enhancement], o ottimizzazione. Tolto l’autostimolo ottenuto con le droghe psicotropiche e altro, la mania dell’ottimizzazione di sé consiste principalmente in quel fenomeno di massa chiamato registro di vita o self-tracking: date tecnologie digitali come i sensori incorporati negli smartphone, si possono registrare informazioni di ogni genere su quasi tutto. Il registro di vita, o autoregistrazione, significa pertanto registrare la propria vita in forma digitale. Un’enorme raccolta di dati che però è interamente volontaria. Le ragioni sono piuttosto “profane”. Le assicurazioni sulla vita, ad esempio, fanno pagare meno non solo se l’assicurato “fa abbastanza esercizio” o “mangia in maniera salutare”, ma anche quando invia i suoi dati. Lo stesso accade per le assicurazioni automobilistiche, se qualcuno acconsente a registrare il proprio comportamento alla guida per “dimostrare” di essere un “bravo” guidatore (Cfr. ad es. Selke 2016).

L’autoregistrazione viene usata per registrare tutti gli eventi della vita, che poi vengono giudicati sulla base di certi standard quantitativi (oppure per comparare la propria vita con quella di altri e trasformare una vita miserabile in un inferno condiviso). Tutto ciò ha un carattere marcatamente ascetico e serve a razionalizzare lo stile di vita. Registrando ogni consumo calorico, ad esempio, un programma potrebbe dire quando sarà “permesso” il prossimo sorbetto ad alto contenuto calorico (ibid). “Ci sono anche applicazioni per smartphone che possono monitorare l’attività sessuale: usano sensori che controllano il suono e i movimenti impulsivi quando il telefono sta nella stanza in cui avviene il rapporto sessuale.” (Lupton 2016)

Questa autoregistrazione (life-logging) dovrebbe trasformare l’essere umano in una scatola nera simile a quella degli aerei. “L’autoregistrazione promette quindi di farla finita con le abitudini deleterie per migliorare la propria vita. Nella scatola nera, il calcolo matematico deve essere combinato con il pensiero razionale al fine di riuscire a cambiare il comportamento. Con la quantificazione della propria vita comincia il viaggio verso le ultime zone inesplorate del proprio Io. L’autoregistrazione promette di trasformare la nostra vita, seguendo le indicazioni della scatola nera, in un programma permanente di ottimizzazione, per cui noi osserviamo, capiamo e cambiamo noi stessi con l’obiettivo di renderci più efficienti. Questo moderno calcolo esistenziale si basa sull’idea che il corpo deve funzionare in assenza di perturbazioni e che la propria esistenza deve essere concepita in modo da massimizzarne l’utile. Si tratta […] di razionalizzare tecnicamente, di controllare la nostra vita. La scatola nera è la base di lancio ideale del desiderio di ordine, struttura, sicurezza e perfezionamento di sé di un essere umano inteso strutturalmente come difettoso” (ibid.).

Così il corpo diventa un “cantiere e la sua salute un sostituto della religione” (ibid.), il cui primo comandamento può essere espresso dall’imperativo “La cosa più importante è essere in salute!” La “monitorizzazione della salute” associata all’autoregistrazione spinge l’individuo a diventare “gestore della propria salute”. “In una società rimasta senza lavoro remunerato, […] il controllo della salute può essere considerato un sostituto del lavoro” (ibid.).

Bostrom pensa sostanzialmente che il perfezionamento, inteso come miglioramento e creazione di capacità umane, sia una cosa desiderabile e compatibile con la “dignità” umana. Se questo perfezionamento arriva a dimensioni tali da, ad esempio, superare di molto l’intelligenza media, Bostrom parla di capacità post-umane. Ma secondo Bostrom, cosa deve essere “perfezionato” e come? Sostanzialmente le capacità cognitive, la lunghezza della vita e le emozioni. Le capacità cognitive perché, ovviamente, si possa apprendere di più e più rapidamente, e la lunghezza della vita perché, anche a duecento anni, si possa fare felice l’umanità con nuove sinfonie. Il terzo punto è particolarmente degno di nota. Bostrom immagina “esseri post-umani” con “capacità mentali molto più grandi di quelle di qualunque essere umano di oggi, che abbiano il controllo totale delle proprie emozioni e che possiedano emozioni e modalità sensoriali completamente nuove” (Bostrom 2018a, corsivo del traduttore). Svalorizzare i sentimenti, considerarli fondamentalmente disturbanti e volerli controllare è una chiara espressione della mania androcentrica di voler controllare la natura umana. Tutto ciò deve essere raggiunto con l’ingegneria genetica, neuroimpianti e droghe, ovvero attraverso la manipolazione neurochimica. Bostrom oltre non va, visto che queste tecnologie non esistono. Un’eccezione, per certi versi, è rappresentata da tutte quelle pasticche, droghe, oppiacei e altro che da tempo sono diventati un bene di consumo di massa al fine di poter sostener il terrore dell’economia, per bloccare la depressione e le emozioni “disturbanti”, come dimostra l’epidemia di oppiacei negli Stati Uniti.

Così, quando persone come Nick Bostrom sventolano la bandiera dell’enhancement e si perdono in sogni tecnocratici di un futuro transumanista, non fanno che confermare e alimentare le manie dell’ottimizzazione del presente. Lui stesso, però, ammette che non sono molte le persone che vedono di buon occhio un tale “perfezionamento” delle proprie capacità, anche se non si chiede perché. Se qualcuno lotta per tali “perfezionamenti” o li trova desiderabili è solo per poter esistere come soggetto capace di valorizzazione, date le esigenze sempre meno realistiche. Queste esigenze riguardo il soggetto superano sempre più le capacità reali dell’essere umano in generale, così che l’uomo appare sempre più come un disabile, come un modello desueto. La concorrenza tra gli uomini (quelli che ancora non fanno perennemente parte dei superflui, e che ancora hanno la “fortuna” di essere “autorizzati” a valorizzare se stessi) cozza sempre più contro i suoi limiti, per cui, logicamente, queste persone finiscono per credere che potranno competere in quanto portatori di forza lavoro quando avranno acquisito, ad esempio, la capacità mentale che occorre a imparare a parlare fluentemente trenta lingue in un anno. E se anche fosse possibile, credere che tutto si fermi lì è un’illusione. Il desiderio di trasformarsi in una macchina o di diventare incorporei e quindi immortali è, quindi, logicamente un’estrapolazione degli infiniti obblighi impossibili imposti al soggetto. Questa può essere una delle ragioni per cui le fantasie dei transumanisti o postumanisti in fatto di ottimizzazioni non conoscono limiti, come scrive Bostrom: “Facciamo un salto mentale verso un futuro postumano in cui la tecnologia arriva ai limiti del possibile. Gli abitatori superintelligenti di questo mondo sono autopotenti, ossia hanno pieno controllo e piena comprensione di se stessi, così che sono in grado di assumere qualunque forma interiore o esteriore. Un essere autopotente, ad esempio, potrebbe facilmente trasformarsi in una donna, in un uomo o in un albero, potrebbe accedere a tutti gli stati soggettivi, come il lusso, l’indignazione o l’esperienza tattile e visiva di un delfino che fa le capriole in acqua. Possiamo anche immaginare che questi esseri postumani avranno un controllo totale sul loro ambiente, così che potranno fare copie molecolarmente esatte di cose, ma potrebbero anche produrre qualunque altro oggetto fisico di cui possiedano un progetto preciso. Sarà possibile far scomparire una foresta di sequoie per farne una copia esatta altrove, solo che ora potrebbe essere popolata con dinosauri e draghi. Avrebbero sulla realtà fisica lo stesso controllo che hanno oggi programmatori e designer sulla realtà virtuale, ma con la possibilità di pensare e realizzare strutture molto più dettagliate (ad esempio, biologicamente realistiche). Si può dire che le intelligenze autopotenti vivono in un “mondo di plastica” perché possono trasformare facilmente il loro ambiente secondo il proprio volere” (Bostrom 2018a, corsivo nell’originale).

Bostrom, ovviamente, non è un “caso isolato”. Anche Hans Moravec, che è considerato uno dei principali specialisti di robotica e sostiene l’“upload” della mente umana su supporto digitale, immagina realtà fantastiche in cui potrebbe trasformarsi l’intelligenza artificiale e/o transumana/postumana. Moravec chiama queste intelligenze “Ex”. Questi Ex sono inizialmente entità materiali, ma con la possibilità di liberarsi della propria corporeità, così da poter “migliorare la propria competitività”. Come già notava Becker, queste fantasie ovviamente “seguono sempre la logica capitalista della crescita, il miglioramento e l’accelerazione” (Becker 2015, corsivo nell’originale). Scrive Moravec nel suo libro Computers Take Over Power: “Gli Ex spenderanno per le loro azioni molto più lavoro intellettuale di quanto noi nativi (!) della terra, intellettualmente limitati, riusciamo ad immaginare. Ma […] la diffusione degli Ex nel cosmo sarà una questione fortemente materiale, uno tsunami che trasformerà la materia inanimata in macchine creando così i prerequisiti per un’ulteriore diffusione. […] Per rimanere competitivi (!), gli Ex dovranno svilupparsi sul luogo, raffinando e ristrutturando costantemente il materiale di cui sono fatti, entro i limiti stabiliti. […] Ogni grossa crescita dei loro poteri mentali ne migliorerà la competitività (!) e accrescerà la velocità con cui si sviluppano le innovazioni. I vecchi corpi degli Ex individuali, trasformati in matrici di ciberspazio, si fonderanno, e lo spirito degli Ex vagherà dentro di essi come software puro.” (Moravec 1999)

Evidenti le fantasie androcentriche di onnipotenza. Queste visioni parlano di un dominio totale sulla natura e su se stessi, senza che ciò appaia distopico; anzi. Questa rivendicazione del potere arriva al punto da prendere in considerazione l’abbandono dell’esistenza materiale. Il disprezzo per la corporeità diventa chiarissimo quando questa viene rifiutata a favore della competitività. In queste fantasie il livello materiale viene degradato al livello di desiderio, viene represso, perché anche il “ciberspazio” dipende da un sostrato materiale. Ma se si desidera un’espansione e un’ottimizzazione senza limiti, ecco che la realtà materiale diventa un semplice fattore di disturbo. In un certo senso, si cerca la “redenzione tramite la tecnologia”, come nota Becker (Cfr. Becker 2015). Qui è posta in evidenza la crisi del capitale e del soggetto, perché dato che la valorizzazione capitalista viene considerata infinita, la valorizzazione del valore avviene senza un contenuto materiale e, come dice Moravec, come una “bolla spirituale” che si espande in tutto l’universo quasi alla velocità della luce. Appare chiaro come nelle fantasie dei transumanisti capitalismo e soggetto borghese dominatore della natura siano proiettati nell’eternità, e pertanto debbano continuare ad esistere fino alla fine dei tempi. Il soggetto borghese rifiuta la crisi e la finitezza del mondo, che potrebbe essere distrutto dalla mania di dominare la natura. Mentre il soggetto si disintegra e la sua base sociale si sgretola, ecco che il soggetto stesso desidera diventare eterno, come dimostrano chiaramente le dichiarazioni dei demagoghi transumanisti. Pertanto non sorprende se nelle fantasie transumaniste, nelle quali praticamente tutto sembra possibile, una cosa sola non è assolutamente possibile: un mondo oltre il capitalismo. Lo stesso Bostrom “stupisce [per la] sua mancanza di fantasia quando si tratta di immaginare una forma fondamentalmente diversa di società” (Wagner 2016). Dunque le fantasie dei transumanisti non sono altro che un enorme vuoto, permangono nell’immanenza e non formulano mai l’idea di un mondo in cui nessuno è costretto a migliorare la propria competitività.

Il transumanesimo come culto della morte dell’immanenza totale

Il transumanesimo si presenta anche come religione, come scrive Laurent Alexandre: “Il transumanesimo è l’ultima di tre tappe del pensiero religioso. La prima tappa è costituita dal politeismo, conseguenza logica dello sciamanesimo, che ebbe il culmine con i romani e i greci. Quindi ci sono le religioni monoteiste del libro. Oggi sta emergendo una terza era, l’era dell’essere umano dio (!). […] Dio ancora non esiste: sarà l’essere umano del futuro (!), dotato di un potere pressoché infinito grazie ai NBIC. L’essere umano realizzerà quello che un tempo si pensava che potessero fare solo gli dei: creare la vita, cambiare il nostro genoma, riprogrammare il nostro cervello (!) e uccidere la morte” (Alexandre, Besnier 2017). Queste parole devono essere prese sul serio, non liquidate come se fosse il balbettio sconnesso di un malato di mente. Alcuni anni fa, ad esempio, un esperto di robotica, Anthony Levandowski ha fondato una chiesa che adora l’intelligenza artificiale con tutta la serietà con cui si adora una divinità!

Il transumanesimo inteso come religione si ricollega, come suggerisce Alexandre, alle idee di salvazione delle religioni tradizionali. Ma se le religioni parlano, o parlavano, di salvezza, è da notare però che tale idea è legata ad un momento trascendente (nonostante le giuste critiche alla religione, o la critica dell’ideologia, le religioni non sono necessariamente reazionarie, come presume un certo “ateismo primario”). Il momento trascendente può essere visto come un disaccordo con il mondo terreno e le sue strutture di dominio (Cfr. Böttcher 2019). Il “Regno di Dio” come orizzonte trascendente, pertanto, non deve essere inteso come la continuazione o la totalizzazione del dominio dell’uomo, ma come la sua negazione. Ma nelle fantasie transumaniste il momento trascendente non viene mai visto come, ad esempio, il desiderio di negare il dominio e liberarsi da esso. Al contrario, qui l’essere umano lotta per la propria negazione, per conformarsi ad una costituzione feticista creata da lui, per sottomettersi completamente al dominio, affinché non rimanga nulla di “non identico”, affinché tutte le tensioni e le contraddizioni tra individuo e soggetto si estinguano. Come scrive Jansen, ciò comprende la possibilità che venga distrutto l’essere umano in generale: “L’avanguardia religiosa dell’Occidente non riconosce più alcun diritto all’esistenza all’Homo Sapiens, e pertanto le attuali pratiche di salvezza equivalgono ad una trasformazione radicale o, meglio, ad una autoabolizione o autodistruzione della specie tramite le tecnologie, come se l’umanità, più o meno coscientemente, stesse cercando di attirare l’apocalisse su di sé per salvarsi da se stessa” (Jansen 2018, corsivo nell’originale).

L’aspetto repressivo dell’ideologia transumanista è il fatto che l’essere umano deve sottomettersi completamente alla dinamica di valorizzazione del capitalismo. Questo comprende la possibilità della distruzione dell’uomo. O l’uomo alla fine viene sostituito dalla macchina o dall’intelligenza artificiale, oppure diventa una macchina lui stesso. Anche le fantasie dei transumanisti che parlano di immortalità o di resa immortale devono essere viste in questo contesto. Secondo l’ideologia transumanista, l’uomo deve arrivare all’immortalità diventando esso stesso una macchina. La spiegazione fornita è che la mente umana può essere ridotta, in ultima analisi, ad un programma per computer. Così lo spirito può essere copiato più volte al fine di ottenere nuovi corpi artificiali (o altri supporti di dati), e l’uomo cesserebbe di esistere come “entità basata sulle proteine” per diventare una entità “basata sul silicio”, riproducibile a volontà; ovvero, l’uomo diventerebbe immortale. Un essere umano che abbandona la sua corporeità, cioè che sostituito il suo “wetware” (!), come si dice in gergo transumanista, con un hardware, e che copia ciò che si presume costituisca l’essere umano, ovvero il suo “contenuto informativo”, raggiungerebbe l’immortalità, essendosi liberato delle fragilità del corpo reale (il fatto che neanche l’hardware sia indistruttibile e che potrebbero esserci errori durante la copia stranamente non è tenuto in conto). Ciò esaspera il dualismo delle due sostanze corpo e spirito (res extensa e res cogitans), come sosteneva Cartesio, giacché i transumanisti non credono nell’immortalità dell’anima. Il dualismo sostanziale trova qui espressione nell’odio verso tutti gli esseri viventi.

Che i transumanisti difendano così apertamente queste cose ha a che fare anche con il fatto che, nell’ambiente in cui queste persone agiscono, è molto vivo il desiderio di diventare una macchina, di fondersi con essa. Questo desiderio nasce perché in questi ambienti è molto viva la compulsione capitalista a ottimizzare, come requisito permanente del funzionamento, il pensiero in quanto “razionalità secondo le regole” (Schnetker 2019).

Il terrore virtuoso della compulsione ad ottimizzare e l’odio verso tutto ciò che è corporeo proprio del transumanesimo sono chiaramente la versione moderna del terrore della frusta sotto il capitalismo. Non stupisce quindi se c’è chi si sottopone a diete assurde. C’è chi si “alimenta” con cocktail nutritivi da buttare rapidamente in gola, come “Soylent” (che a qualcuno ricorderà il film distopico “Soylent Green”!), o il “huel”, forma contratta di “human fuel”, ovvero combustibile umano (!). Come pratica sociale e esperienza corporea, anche l’alimentazione deve essere razionalizzata. Passare qualche tempo a cenare e divertirsi con amici per questi nerd narcisisti è una perdita di tempo; questa incapacità di provare piacere è un tratto chiave del mondo transumanista. Come osservava Marx, sdegnato, “il lavoratore, in quanto mezzo di produzione, riceve la sua fornitura di alimenti […] come la caldaia a vapore riceve la fornitura di carbone e la macchina il grasso o l’olio” (Marx 2005), così che tutto l’ambaradàn possa ripartire al più presto. Il lavoratore fa parte della macchina, è utilizzato dalla macchina ed è trattato come un prolungamento della macchina stessa. È forse un’ironia della storia che oggi ci sia chi vede in tali imposizioni del terrore capitalista un’espressione della propria “libertà” e “personalità”. Quello che vediamo è un “ascetismo intramondano” all’interno della mania di ottimizzazione stimolata e sviluppata al massimo grado dall’ideologia transumanista. Appare quindi logico che il terrore del calvinismo e l’utilitarismo di Jeremy Bentham (in quanto calvinismo profano) siano visti come precursori storici del transumanesimo al pari dell’eugenetica e dell’igiene razziale. Tutto ciò in contrasto con quello che credono i transumanisti, che pensano che l’umanesimo rinascimentale sia stato il loro precursore (Cfr. Schnetker 2019 e Jansen 2015).

Da notare inoltre che la relazione tra il transumanesimo e il protestantesimo non si ferma al passato remoto, ma è chiaramente presente anche oggi, come quando si immagina prossima la “fine dei tempi”, pensiero tipico del protestantesimo statunitense che ritroviamo in diversi scenari apocalittici del transumanesimo (l’intelligenza artificiale “rinasce” e distrugge l’umanità, la “nanotecnologia” sotto forma di microscopici autoreplicanti robot sfugge al controllo e distrugge il mondo) (Cfr. Schummer 2006). Questa forma di pensiero transumanista, che arriva ad invocare l’apocalisse e quindi la sua stessa distruzione, fa del transumanesimo un culto di morte, simile al culto della morte degli islamisti (Konicz 2018). Il transumanista è una sorta di jihadista senza barba, o un “talebano hi-tech” (ibid.).

Il transumanesimo come spettacolo di masturbazione narcisista

L’ostilità transumanista nei confronti del corpo e la mania di ottimizzazione della vita non possono non avere effetto sul lato carnale e sessuale dell’esistenza umana. La conseguenza è la rimozione di tutto ciò che è fisico dal sesso. La sessualità diventa uno spettacolo narcisista non-fisico. Ray Kurzweil, immaginando il futuro, fa affermazioni deliranti sul cibersesso. Che deve essere fatto tramite la “realtà virtuale” (oggi con il casco della realtà virtuale, che permette di vedere un ambiente virtuale in ogni particolare) oppure tramite la comunicazione audiovisiva (oggi con Skype). Degna di nota l’oscillazione tra affermazioni ascetiche e ansie edoniste. Secondo Kurzweil, “Alla fine del primo decennio del ventunesimo secolo grazie alla realtà virtuale si potrà vivere un’esperienza in maniera completamente reale, sia in termini auditivi che visuali, con un’amante, una professionista del sesso o un partner simulato (!). Con il partner sarà possibile fare di tutto, tranne toccarlo, una limitazione decisamente seria. Anche se il tatto virtuale (!) già esiste, l’ambiente virtuale globale, fortemente realistico in termini visuali, auditivi e tattili, sarà perfezionato solo nel secondo decennio del ventunesimo secolo. A questo punto, il sesso virtuale entrerà in seria concorrenza con quello reale. Le persone sposate potranno fare sesso a lunga distanza. E nonostante la distanza, il sesso virtuale sarà per certi aspetti meglio (!) e in ogni caso più sicuro (!). Il sesso virtuale trasmetterà sentimenti più intensi (!) e gradevoli (!) rispetto al sesso convenzionale, e darà sensazioni fisiche oggi sconosciute. E ovviamente il sesso virtuale è anche quello più sicuro (!), esente da rischi di gravidanze o infezioni” (Kurzweil 1999).

Come Moravec, che fantastica di intelligenze artificiali che si diffondono senza corpo in tutto l’universo, così anche le fantasie di Kurzweil non hanno limiti: “A partire dal quarto decennio [del ventunesimo secolo, ndt], grazie a neuroimpianti saranno possibili esperienze virtuali. Grazie a questa tecnologia sarà possibile vivere esperienze di ogni genere con quasi tutte le persone, reali o immaginarie, e in qualunque momento. Sarà molto simile alle attuali chat room su internet, solo che l’apparecchiatura sarà dentro la testa e si potrà fare molto più di una conversazione. Una persona non sarà mai soggetta alle limitazioni del suo corpo naturale (!), giacché tutte le persone coinvolte potranno assumere qualunque forma fisica desiderino. Sarà possibile vivere un’ampia gamma di esperienze: un uomo potrà provare ad essere donna e viceversa. E non c’è una ragione perché una persona non sia uomo e donna allo stesso tempo quando realizza, almeno virtualmente, da solo le sue fantasie” (ibid.).

Convergono qui due momenti. Da un lato, il rifiuto quasi nevrotico di qualunque genere di corporeità, ovvero si ha paura di dover interagire con qualcuno in forma reale, interagire corporalmente (con tutte le possibili “conseguenze corporee”)! Dall’altro lato troviamo la fantasia ossessiva del sesso virtuale, che nella megalomania dei transumanisti significa praticamente un desiderio di “fottere” virtualmente più o meno tutto l’universo simultaneamente (magari ad una velocità prossima a quella della luce). Vediamo quindi anche qui la megalomania androcentrica dell’ideologia transumanista.

Conclusione

In qualunque situazione, il transumanista è sempre ossessionato dall’ottimizzazione e l’espansione illimitata. Negli scenari delineati, il desiderio di perpetuazione del soggetto borghese e la negazione della crisi sono particolarmente chiari. Si può dire che l’ideologia transumanista è il movimento fine a se stesso del capitale diventato allucinazione. Poiché questo non rientra al centro della critica, nessun transumanista riesce a mettere in discussione il determinismo dello sviluppo tecnologico, che deve essere superato. Al contrario, si esige dall’uomo che si adatti completamente allo sviluppo tecnologico; perciò l’uomo deve mutare biologicamente, il che significa che la sua stessa esistenza è posta in questione. In ultima analisi, pertanto, è proprio l’uomo, non solo il suo lavoro, che deve essere sostituito dalla tecnologia. Così l’essere umano non è più neanche una “vita nuova” (Agamben), ma solo “wetware” da buttare via.

Il transumanesimo è l’espressione visibile di una società che ha perso ogni capacità di autoriflessione e di critica perché si sottomette di buon grado agli artefatti che essa stessa ha prodotto e considera il capitalismo un inevitabile fatto naturale. Nelle loro ossessioni su un futuro dominio da parte dell’intelligenza artificiale o delle macchine, i transumanisti non capiscono che il loro determinismo tecnologico, che Kurzweil considera la continuazione dell’evoluzione biologica, è esso stesso espressione di una società feticista in cui “la macchina” domina il suo creatore. Il determinismo dello sviluppo tecnologico difeso dai transumanisti è già ora, non in un fittizio futuro, espressione del dominio delle cose sulle persone; ma i transumanisti non sono coscienti di questa contraddizione (vedi anche Konicz 2018). Ciò che i transumanisti attribuiscono ad una “superintelligenza” fittizia (Bostrom) è ciò che essi stessi rappresentano: la sottomissione dell’essere umano alle condizioni sociali e alle loro richieste sempre più repressive e intollerabili; una sottomissione che comprende l’abolizione di sé. Ciò per cui lottano è proprio ciò contro cui ammoniscono (sempre che ammoniscano), e questo assume caratteristiche assurde e paradossali quando si vuole che l’essere umano diventi un cyborg (ovvero, che sopprima se stesso) per far fronte all’intelligenza artificiale del futuro (al fine di non soccombere). La pazzia del transumanesimo è evidente nell’atteggiamento di sottomissione accompagnato da deliri di onnipotenza. Così i transumanisti vorrebbero prolungare l’immanenza del capitalismo all’infinito. La minaccia del transumanesimo non è il fatto che possa diventare realtà questa fantastica presa di potere da parte di un’intelligenza artificiale o che il mondo possa essere distrutto dalle “nanotecnologie” fuori controllo, ma il fatto che il transumanesimo fornisca al capitale l’ideologia necessaria a dominare definitivamente il mondo e l’umanità, completando così la propria opera distruttiva. Pertanto, le fantasie transumaniste non devono essere ridicolizzate per i suoi fantasmi come se si trattasse di fantascienza, ma devono essere prese sul serio per la loro mania di sottomissione e distruzione.

Riassumendo, il transumanesimo, come già l’eugenetica e l’igiene razziale, è una delirante costruzione misantropica dalle “apparenze scientifiche”. In contrasto con l’eugenetica e l’igiene razziale, però, per il transumanesimo non si tratta di separare o “sterminare” singoli individui o gruppi, ma è tutta l’umanità che si vorrebbe far passare per “esistenza che è peso morto” da superare. Il transumanista diventa quindi una sorta di “sinistro sacerdote infernale”, che pretende di eliminare tutti gli esseri umani sull’altare del suo Moloc per la gloria del suo presunto dio, ossia per la gloria del fine in sé del capitale.

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