Serve Sangue!


Bouvines Crisi del

Di Tomasz Konicz. Fonte: Arlindenor, 26 marzo 2020. Originale: Coronakrise: Der kommende Absturz, pubblicato su Lower Class Magazine il 26 marzo 2020. Traduzione portoghese di Boaventura Antunes. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Crisi del Coronavirus: Il Collasso Imminente

Il sistema capitalista mondiale sta entrando nella crisi più grave della sua storia, una crisi le cui conseguenze, se non vengono risolte rapidamente, potrebbero far impallidire gli anni trenta.

Torna il momento del grande “noi”. Ora che il tardo capitalismo, eroso dalle contraddizioni interne, subisce un altro colpo di crisi, ecco che tornano i grandi appelli al senso comune, alla coesione, alla disponibilità al sacrificio. I prigionieri di una società profondamente divisa sono tutti ugualmente chiamati a fare sacrifici, dal miliardario al salariato al senzatetto. Ma è un tutto grande e falso, quando miliardi di persone devono essere bruciate per tenere in piedi un sistema distruttivo e irrazionale. Perché il sacrificio chiesto da Mammona ora esige sangue. Il capitalismo si rivela così quella religione secolarizzata di cui parlava Walter Benjamin già nel 1921.

Sangue per un dio sanguinario

Perché sacrificare la vita? Per una buona causa, per l’economia! Questo è il succo del discorso. Tutti devono fare sacrifici, ha chiesto recentemente ai cittadini del Texas il vicegovernatore Dan Patrick. L’economia deve continuare a funzionare. I salariati devono andare a lavorare nonostante la pandemia, e gli anziani, che muoiono di coronavirus più della media, devono essere sacrificati affinché i loro nipoti possano continuare a lavorare, questa la richiesta del vicegovernatore. Lui stesso si dice pronto a dare una spinta, afferma il settantenne Patrick. Similmente, Trump dice che gli Stati Uniti “non sono fatti per questo”, per “rimanere bloccati”. E parla di “riaprire” il paese già a Pasqua.

Ma anche in Germania si fanno appelli affinché l’economia non sia rovinata da una pandemia passeggera. Handelsblatt, ad esempio, ha recentemente diffuso concime dell’investitore Alexander Dibelius (McKinsey, Goldman Sachs) sotto forma di articolo, in cui sosteneva che gli ingranaggi devono riprendere a girare: “Meglio un’influenza che un crollo economico.” È proprio in frasi ciniche del genere, che a dire il vero vengono diffuse solo in tempi di crisi, che è chiaramente evidente l’irrazionalità del modo di produzione capitalista, che minaccia la civiltà. Il capitale è il fine in sé del movimento della valorizzazione illimitata, un fine in sé per il quale tutto è sacrificabile.

Questi appelli al sacrificio di sangue per il bene del capitale fanno capire quanto è drammatica la situazione. L’attuale scoppio di crisi è molto più forte del 2008/09, in caso di pandemia prolungata date le crescenti contraddizioni interne il sistema potrebbe realmente collassare; per quanto la politica faccia “la cosa giusta” dal punto di vista capitalista della lotta alla crisi. Il coronavirus è solo la spintarella che fa crollare un sistema barcollante.

Economia in caduta libera

L’unica questione è se le prossime recessioni saranno peggio del gigantesco crollo del 2009, quando l’economia globale andò in recessione con lo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e nella Ue, recessione che si riuscì ad ammortizzare solo con giganteschi pacchetti di stimoli economici e con massicce emissioni di denaro. Stavolta lo choc principale viene dal rapido collasso della domanda, dalle interruzioni della produzione e dalla rottura delle catene di fornitura globali esistenti, e potrebbe scatenare una contrazione storicamente senza precedenti del prodotto interno lordo (pil) nei paesi del centro capitalistico mondiale.

Mory Obstfeld, ex capo del fondo monetario internazionale ha recentemente paragonato la contrazione dell’economia ora in corso alle conseguenze della grande depressione degli anni trenta. La gravità del rallentamento economico brucia ogni previsione a velocità record. Il secondo trimestre del 2020 potrebbe vedere il peggior calo negli Stati Uniti dal 1947. Secondo JPMorgan Chase & Co., c’è la minaccia di una contrazione del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Bank of America prevede un calo del 12%. Quanto a Goldman Sachs, prevede un calo catastrofico del 24% nei prossimi tre mesi.

L’allarme più vistoso viene dal presidente della Federal Reserve di St. Louis, James Bullard, che teme un crollo del pil fino al 50% alla fine del secondo trimestre rispetto al primo trimestre del 2020. Ciò farebbe schizzare il tasso di disoccupazione al 30%, con un corrispondente calo della produzione economica del 25%. A titolo di confronto, durante la Grande Depressione del 1929-33, che precipitò masse enormi nella povertà estrema, il pil degli Stati Uniti nell’insieme calò del 25%.

Qui il fattore decisivo è il tempo. Più tempo si impiega a combattere la pandemia e più a lungo resta paralizzata la valorizzazione del capitale nell’industria produttrice di merci, e maggiore è la probabilità di una depressione duratura, il che renderebbe economicamente “superflua” una gran parte dei salariati, affondandoli in una miseria che a quel punto minaccerebbe la loro esistenza. A meno che il virus non “prenda un corso miracoloso e sparisca nei prossimi mesi,” ha dichiarato ai media il professor James Stock dell’università di Harvard, “sarà come la Grande Depressione”. In California già si fanno sentire i presagi di questa imminente catastrofe sociale: a partire dal 13 marzo, nel giro di una settimana, si iscriverà nelle liste di disoccupazione un milione circa di salariati.

Gli appelli, citati in apertura, a tornare al lavoro nonostante la pandemia per sacrificarsi al dio denaro, sono esattamente il prodotto di questa visione della compulsione feticista della valorizzazione senza limiti del capitale. In caso contrario, sarà minacciata la società capitalista che può riprodursi socialmente solo se i processi di accumulazione vanno a buon fine. La produzione di un’umanità economicamente superflua, risultato di una crisi sistemica del capitale che procede per fasi successive, finora è stata perlopiù passata ai salariati della periferia all’interno della competizione di crisi, ma arriverebbe ai centri del capitalismo con tutta la sua forza se la lotta contro la pandemia dovesse durare a lungo. Entro il quadro delle coercizioni capitaliste, “noi” semplicemente non possiamo offrire protezione contro la pandemia.

Anche nella Ue è già cominciato il grande ridimensionamento delle previsioni. La commissione dà per scontato un calo dell’1% del pil nell’Unione Europea. Ma già a Bruxelles si delineano paralleli con il 2009. Per il 2020 si prevede un calo economico di dimensioni paragonabili a quello successivo allo scoppio delle bolle immobiliari dell’ultima crisi, che generò la crisi infinita dell’euro: allora la contrazione della produzione economica fu del 4,5% nella zona euro e 4,3% nella Ue. L’alleanza tra gli stati europei, più volte scossa e già in erosione, potrebbe subire nuove forze centrifughe nazionaliste, soprattutto nell’unione monetaria. Già vediamo comparire nell’Unione Europea una vera e propria mentalità da briganti, con maschere chirurgiche destinate all’Italia che “scompaiono” improvvisamente in Germania, o sono semplicemente confiscate dalla Polonia e dalla Repubblica Ceca con un vero e proprio furto di stato.

La peggior previsione per la Germania è un calo del 20% della produzione economica, il che causerà un milione di disoccupati in più. Il famigerato istituto Ifo, con sede a Monaco, prevede nel migliore dei casi un forte calo del pil del 7,2% per il 2020: “I costi probabilmente supereranno ogni altra crisi economica o disastro naturale avvenuto in Germania negli ultimi decenni”, ha avvertito il capo della Ifo, Fuest. Secondo gli scenari, la crisi dovrebbe costare tra i 255 e i 729 miliardi di euro. Similmente, il capo della Bundesbank, Weidmann, dice che una deriva “verso una forte recessione” è inevitabile. Le conseguenze del calo già toccano molti salariati: la Volkswagen ha messo 80.000 lavoratori a orario ridotto a causa del collasso della domanda e dell’interruzione delle catene di approvvigionamento.

Le previsioni iniziali riguardo lo sviluppo economico globale, come quelle del fondo monetario, sono negative, e anche qui si fanno paralleli con il crollo del 2008. Ma l’economia globale dipende largamente dalla Cina, da dove arrivano notizie di una ripresa della produzione. Questo potrebbe attutire il colpo, ma il capitalismo autoritario cinese, dipendente dall’oligarchia statale, non può svolgere il ruolo di locomotiva economica del mondo in quanto anche la Cina soffre sotto il peso della montagna di debiti. E poi la dipendenza della “Repubblica Popolare” dalle esportazioni, nonostante i successi parziali nel rafforzamento della domanda interna, è ancora molto forte.

La cenere dei milioni immaginari

In vista dell’imminente collasso della produzione economica nei paesi del sistema capitalista mondiale, non sorprende vedere i politici che giocano apertamente con somme che arrivano a migliaia di miliardi. Si preparano a farli piovere sul sistema a velocità folle, come se non ci fosse più domani. Le élite funzionali politiche cercano in tutti i modi di evitare il collasso. Gli sforzi potrebbero prolungare l’agonia del capitale, creando nuove bolle come già accaduto quando scoppiò la bolla immobiliare nel 2008/09.

Le dimensioni degli aiuti, soprattutto negli Stati Uniti, sono storicamente uniche. Mercoledì democratici e repubblicani hanno votato insieme un pacchetto di stimoli di 2.000 miliardi di dollari. Diventa realtà il denaro gettato dall’elicottero, ovvero soldi ai cittadini per stimolare la domanda. Ogni cittadino con un reddito inferiore a 75.000 dollari l’anno riceverà 1.200 dollari, più altri 500 dollari per ogni figlio. Per l’“industria della salute” disfunzionale e privata sono pronti 100 miliardi, i piccoli imprenditori potranno contare su 350 miliardi, 500 miliardi serviranno a mantenere in vita la grande industria, altri 150 sono destinati alle città e così via.

Nella Ue e in Germania, tutta l’austerità imposta da Schäuble e Co. all’area monetaria sarà sospesa; la Bce ha annunciato un gigantesco programma d’acquisto di titoli per 750 miliardi di euro, al fine di resuscitare, indirettamente, tramite il mercato dei capitali, quello che in realtà è il finanziamento statale proibito ai paesi della zona euro di ieri e di domani. La Ue ha intanto reso flessibili le regole di bilancio degli stati della zona euro al fine di promuovere gli investimenti statali finanziati dal credito, possibili grazie alla marea di denaro proveniente dalla Bce. Il freno al debito di Schäuble scompare tanto nella Ue quanto in Germania. Il ministro dell’economia, Peter Altmaier ha detto di essere disposto a prendere in considerazione “misure straordinarie” come gli assegni per il consumo, dopo aver annunciato recentemente la nazionalizzazione di alcune imprese al fine di proteggerle da acquisizioni straniere.

Dopo anni di eccedenze nell’esportazione guidate dalla politica beggar-thy-neighbor (frega il prossimo), la Germania ora è pronta a lanciare massicci programmi di stimolo economico che, quanto a produzione economica, vanno al passo con la gigantomania americana. Berlino intende attivare quasi 750 miliardi di euro, più quasi 156 miliardi in prestiti, per ammortizzare l’impatto economico. Questo debito aggiuntivo serve a finanziare interventi sociali, ulteriori finanziamenti per le attività infrastrutturali in difficoltà, come il sistema sanitario che è a pezzi, e aiuti alle imprese e ai lavoratori indipendenti. Quasi 600 miliardi sono destinati a proteggere dal fallimento o da acquisizioni ostili, tramite la nazionalizzazione o prestiti governativi, le grandi imprese e le industrie esportatrici.

Questi miliardi diventano insignificanti se paragonati alle migliaia di miliardi con cui le banche centrali dovranno bombardare i mercati finanziari in contrazione, al fine di evitare il collasso del sistema finanziario globale. Qui ci si preoccupa soprattutto di evitare lo scoppio della bolla di liquidità, generata dalle misure adottate per combattere le conseguenze dello scoppio della bolla immobiliare del 2008/09. Sono proprio queste bolle dei mercati finanziari (dotcom, immobiliaria e oggi liquidità), che non fanno che gonfiarsi dalla metà degli anni novanta e che generano montagne di debito, oggi il 322% del pil globale, ed è sotto il peso di questo debito che il sistema globale iperproduttivo, dipendente dalla domanda spinta dal credito, ora rischia di collassare.

Le misure prese dalle banche centrali nel panico servono ad impedire che questa enorme piramide di debiti collassi. A questo servono i 750 miliardi di nuovi acquisti di obbligazioni da parte della Bce, così come i 1.500 miliardi di dollari della Federal Reserve statunitense nel tentativo di bloccare il collasso dei mercati borsistici del paese. Si tratta in ultima analisi di emissione di moneta, nota come “flessibilizzazione quantitativa”, realizzata nella sfera finanziaria tramite l’acquisto di obbligazioni e “titoli” delle banche centrali al fine di mantenere “liquido” il sistema (il cui effetto inflazionario risultante è la crescita dei prezzi dei titoli). Per la Federal Reserve non esistono più limiti ufficiali: servono “azioni aggressive”; la flessibilizzazione quantitativa, ovvero l’emissione di denaro, andrà avanti senza limiti, ha dichiarato il 23 marzo.

Il limite è il cielo. Fino allo scoppio devastante della svalorizzazione, che potrebbe cominciare di pari passo con il collasso economico. Il problema è proprio che gran parte di questi debiti, che ora sono una montagna, non può più essere onorata se la recessione dura, soprattutto nel caso di prestiti alle imprese. Il fragile castello di carte del tardo capitalismo crollerà con conseguenze disastrose. I primi calcoli basati su modelli tengono conto del debito di imprese di otto paesi: Cina, Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia e Germania. Nel caso di choc economico di dimensioni pari alla metà della crisi finanziaria globale del 2008, il passivo, dal valore di 19.000 miliardi di dollari non ha nessuna possibilità di essere ripianato. La cifra rappresenta il 40% del debito totale delle imprese nei paesi in questione. E in molte regioni la crisi minaccia di assumere le dimensioni del crollo del 2009.

Così i crolli economici, che ora si pretende di arginare con miliardi, minacciano di interagire con i rottami finanziari del sistema finanziario globale gonfiato, producendo la sua svalorizzazione e un collasso irreversibile. È questo il pericolo dell’attuale dinamica della crisi: il collasso della montagna di debito globale scatenerebbe un autentico collasso. La casta politica lo sa, ed è per questo che la Federal Reserve e la Bce terranno aperti i rubinetti fino alla fine.

L’antico bisogno di fare sacrifici per placare i mercati, come ho detto all’inizio, ha il suo nucleo nella coercizione oggettiva del capitalismo. A Trump sta bene. Se il necessario controllo pandemico durerà a lungo, i centri del sistema capitalista mondiale saranno letteralmente minacciati dal collasso. A proposito, quando Trump ha annunciato il ritorno alla produzione normale già a Pasqua, contestualmente al “pacchetto di stimoli economici” già concordato, c’è stato il più alto rimbalzo delle quotazioni nei mercati finanziari statunitensi dal 1933. Il Baal del denaro accetta con piacere l’annuncio di sacrifici umani. A costo di far morire di miseria centinaia di migliaia di persone, il capitale deve tornare a valorizzarsi tramite il lavoro salariato. La natura irrazionale del capitalismo, che è come una “folle setta suicida” (Robert Kurz), come uno sfrenato culto di morte della crescita compulsiva, è particolarmente evidente in questi momenti di crisi.

Ma è evidente anche la necessità di superare, emancipandosi, questo sistema che affonda nelle dissoluzione e nella barbarie, un sistema i cui apologeti diventano i sommi sacerdoti di questo culto di morte. In ultima analisi, trovare forme di riproduzione sociale per andare oltre la socializzazione totalitaria del valore è una questione dettata dalla necessità di sopravvivere. Questa è l’unica politica ragionevole possibile in risposta al disastro che arriva.

Tomasz Konicz ha pubblicato recentemente il libro Klimakiller Kapital. Wie ein Wirtschaftssystem unsere Lebensgrundlagen zerstört (Klimakiller Kapital. Come un sistema economico distrugge le basi della nostra vita).

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