Ma Allora il Morto è Morto!


Tokyo

Di Maurilio Lima Botelho. Fonte: Baierle, 22 marzo 2020. Titolo originale: Epidemia Econômica: Covid-19 e a crise capitalista. Traduzione di Enrico Sanna.

Sull’epidemia economica

La crisi che si annuncia non è il risultato di un’interferenza esterna, men che mai si tratta della solita “ripulitura del campo”. Qui ci sono questioni strutturali che vanno avanti da quarant’anni che hanno accumulato soluzioni globali fallite. Solo il positivismo sedimentato come normalità del pensiero può pensare che un virus può causare una crisi economica.

I

La spiegazione di tutto sembra semplicissima: la paura della diffusione del coronavirus ha ridotto la circolazione delle merci, arrivando in alcuni posti al blocco totale. Il primo atto del governo cinese al fine di evitare la diffusione del virus è stata la chiusura dei mercati della provincia di Wuhan, la chiusura dei punti di vendita. La paura si è poi estesa ai mezzi di trasporto, soprattutto di massa (treni, metrò). In diverse parti del mondo, come in Corea del Sud e Portogallo, si chiudono le fabbriche per fare disinfezione dopo aver scoperto qualche dipendente con la malattia. Porti giganteschi hanno difficoltà a trasbordare merci che arrivano da altri paesi: a metà di febbraio si è avuto notizia di migliaia di container di carne congelata bloccati nei porti cinesi. Da tutto il mondo arrivano notizie del blocco della produzione di apparati elettronici perché mancano componenti che vengono soprattutto da Cina e Corea. Un economista sempre pronto a fornire commenti alla stampa informa che “forse si dovrà limitare la circolazione delle merci.”(1) La gravità della situazione può essere testimoniata dalla decisione delle autorità cinesi di disinfettare le banconote con raggi ultravioletti, se non distruggere il denaro per eliminare il rischio di contagio.(2) Forse la cosa migliore, se si vuole capire il nesso tra crisi sanitaria e crisi economica, è ricorrere all’immagine metaforica usata oltre due secoli fa, agli albori dell’economia politica moderna: la circolazione sanguigna.

Lo schema della circolazione sanguigna, elaborato da William Harvey nel diciassettesimo secolo, spiegava che il cuore faceva da pompa e che la salute degli organi dipendeva da un’adeguata circolazione sanguigna. Sulla base di questa immagine, François Quesnay elaborò le sue teorie sui flussi aggregati, dando vita a un concetto del capitalismo come di un grande sistema per il movimento della ricchezza, tanto che l’importanza della dinamica della circolazione fu considerata pari, se non superiore, a quella della produzione. Per quanto, ovviamente, la ricchezza fosse prodotta in una determinata parte della società, era la buona circolazione di questa ricchezza a caratterizzare il capitalismo come la società più perfezionata e razionale mai esistita. Così il flusso libero delle merci, del denaro, delle rendite e tutto il resto faceva sì che la società fosse come irrigata dalla ricchezza in tutte le sue parti, stimolando altra produzione.

Che si trattasse del Tableau Économique di Quesnay, che vedeva nell’agricoltura l’unica fonte di ricchezza, o del laissez faire di Adam Smith, la centralità della circolazione ebbe un ruolo fondamentale nella struttura nascente dell’economia politica, originò ideologemi ripetuti ciecamente fino alla nausea: solo la libertà di commercio, la libera circolazione, insomma il libero mercato può condurre l’umanità ad un’era di ricchezza illimitata. Qualunque ostacolo alla circolazione può bloccare il macchinario capitalista. William Harvey e François Quesnay, entrambi medici, vedevano nell’organismo corporeo e in quello economico due macchine.

A prescindere dalle apparenze, si tratta di semplice legittimazione borghese a buon mercato, che naturalizza l’economia e allo stesso tempo riduce la natura ad oggetto, come se fosse una macchina. Serve soprattutto a determinare nella dinamica circolatoria un equilibrio immanente, per poi dire che qualunque interruzione nel flusso delle merci e del denaro è un’interferenza esterna indebita che deve essere rimossa. Così tutta la crisi viene vista in termini di interferenza da parte di un elemento esterno sulla macchina ben lubrificata del mercato. La profonda crisi economica che sta nascendo sarebbe il risultato… di un virus.

Non è la prima volta che si individua la causa di una crisi economica in elementi alieni ai processi economici di base; partendo dal presupposto della circolazione perfetta, qualunque evento o cosa può essere incolpato. Le false attribuzioni costellano la storia delle crisi. La crisi dei subprime del 2008, ad esempio, fu addebitata ai poveri che contraevano mutui senza avere la possibilità di pagare (nella versione antisemita, erano le istituzioni ricche a fornire credito immobiliare a chiunque). Nel 2000, la crisi delle dotcom fu attribuita a certe falsificazioni di bilancio di aziende tecnologiche. La crisi del 1974 fu attribuita alla decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio l’anno prima. Gli esempi non mancano, i neoliberali trovano sempre un motivo per dare la colpa allo stato, che ha sempre la mania autoritaria di invadere il mercato. Secondo questo modello, ad esempio, la crisi del 2008 fu il risultato degli incentivi offerti dall’amministrazione Clinton che obbligavano a concedere credito immobiliare ai più poveri, tradizionalmente esclusi dai finanziamenti. E Milton Friedman, con un’interpretazione controcorrente, disse che la crisi del 1929 fu causata dalla nascita della Federal Reserve e dalle sue politiche che miravano a regolare il mercato.(3) Caso famosissimo per l’esagerazione fu quello di Stanley Jevons, che in un articolo del 1875, attribuì l’instabilità nell’offerta delle merci alle macchie solari, responsabili, in ultima istanza, delle crisi commerciali in quanto colpivano i prezzi delle materie prime.(4)

Con il coronavirus si ripete l’eterna attribuzione esterna delle cause. Ma per quanto sia fonte di forti preoccupazioni, il virus non è affatto la ragione della crisi.

II

Solo il positivismo sedimentato come normalità del pensiero può pensare che un virus può causare una crisi economica: la prigione cognitiva di un mondo di fatto articolato secondo cause ed effetti immediati fa parte della struttura meccanica astratta della scienza moderna.

Nei suoi studi critici sull’economia politica, Karl Marx capì ben presto che la “causa” delle crisi non era da cercarsi negli scarsi raccolti, nelle politiche monetarie, negli aumenti salariali, nella variazione dell’offerta di oro o argento, nelle speculazioni finanziarie o altro. Questi fenomeni di natura economica sono essi stessi “effetti” di guasti più profondi, “sintomi” di contraddizioni radicali dell’economia di mercato; possiamo quindi considerarli catalizzatori che avviano processi critici soggiacenti. Diventano “causa” di crisi solo quando il senso comune ci vede la pistola fumante del crollo economico. L’empiria dozzinale che guarda al nesso tra gli eventi può essere sorpassata solo con la comprensione delle strutture interne ed esterne del mercato, delle sue categorie fondamentali e delle sue espressioni apparenti.

Nonostante la grande importanza attribuito al modello dei flussi circolari della ricchezza del Tableau di Quesnay, Marx se ne servì come punto di riferimento per capire che la caratteristica inevitabile dell’espansione e dell’integrazione capitalista si basava sulla dinamica di una produzione sempre più accelerata; sarebbe superfluo spiegare la natura espansiva del capitalismo come conseguenza del suo processo circolatorio. La dinamica ascendente del capitale è l’effetto esteriore, la manifestazione storica di una logica interna più profonda ed essenziale: l’accumulazione senza fine della forma valore. La moltiplicazione del denaro sotto forma di profitto, fenomeno già riconosciuto chiaramente dall’economia politica classica inglese, è la manifestazione immediata della produzione incessante di valore attraverso il lavoro e, dato che questa dinamica può funzionare solo in questo regime di allargamento costante, l’espansione della base circolatoria non è altro che il risultato della necessità di ampliare lo sfruttamento del lavoro. Così, quanto più il lavoro partecipa al mantenimento del sistema in questa dinamica lucrativa, tanto maggiore è la ricchezza prodotta da rimettere in circolo e tanto maggiore è la struttura necessaria a tenere in movimento questa ricchezza.

Ma in questa società non è solo la dimensione assoluta della circolazione a crescere. Anche le sue qualità esteriori cambiano al fine di far fluire la ricchezza: oltre a percorrere distanze più grandi, con una base circolatoria che arriva a tutto il pianeta, l’espansione capitalista altera anche, periodicamente, il modo di circolazione della ricchezza, accelerando i flussi. L’ossessione con la circolazione propria del capitale tende a comprimere sempre più lo spazio e il tempo (David Harvey), affinché la ricchezza possa muoversi istantaneamente da un emisfero all’altro arrivando ad ignorare il ciclo giorno/notte.

Qui salta agli occhi l’immagine del blocco causato dal coronavirus: gli sforzi fatti per contenere il virus vanno in direzione esattamente contraria a questa integrazione generata dalla “circolazione globale del capitale”, colpiscono aeroporti, porti, ferrovie, grandi mercati e così via. Le ripercussioni si fanno sentire rapidamente dappertutto, ma non perché il locale è articolato globalmente, bensì perché nel capitalismo le “condizioni di produzione hanno origine nel mercato mondiale” (Marx)(5), che è il garante primo e ultimo di tutto il processo di circolazione.

E se la crisi è una “interruzione della circolazione” (Marx), la sua causa non è però da cercarsi nel fenomeno immediato in sé del blocco dei flussi, ma nelle contraddizioni accumulate internamente, che emergono quando si impongono barriere alla circolazione. Nel 1855, Marx notava che non era la crisi commerciale negli Stati Uniti a dare problemi all’economia inglese, perché in entrambi i casi “la crisi ha la stessa origine: è il funzionamento fatale del sistema industriale inglese che porta alla sovrapproduzione in Gran Bretagna e all’eccesso di speculazione in tutti gli altri paesi.”(6) Ovvero, era “la più grande espressione del mercato mondiale”, la produzione inglese, ad avere contraddizioni profonde che venivano a galla con la crisi commerciale originata dall’altra parte dell’oceano, in terra nordamericana.

Certo oggi il nostro livello economico è molto lontano da quello dell’epoca di Marx, ma la relazione è la stessa: il coronavirus non ha fatto che portare a galla i problemi strutturali della produzione capitalista avanzata. Non a caso, prima del Covid-19 si diceva che il rallentamento cinese sarebbe stato la causa del nuovo giro di crisi: l’esitazione del governo cinese nell’ammettere l’esistenza di una nuova epidemia era dettata proprio dalla paura che il rendimento economico del paese peggiorasse ulteriormente. Erano almeno due anni che i conflitti commerciali tra Stati Uniti e Cina causavano periodiche turbolenze nei mercati, effetto di tensioni accumulate, e molti analisti accusavano il “nazionalismo economico” di Trump dicendo che alimentava le probabilità di un nuovo crollo. Il coronavirus non è la causa dell’epidemia economica in corso, ma solo l’ultima goccia di una crisi che va avanti da anni nell’economia mondiale.

A partire dagli anni settanta, la crisi strutturale del capitalismo nata dalla terza rivoluzione industriale ha trasformato la contraddizione logica interna del capitale – il fatto che si basa sulla produzione di ricchezza astratta sfruttando il lavoro e allo stesso tempo tende ad espellere sempre più forza lavoro dal processo di produzione – in un limite oggettivo del suo sviluppo. Poiché le nuove tecnologie eliminano più lavoro di quanto i mercati siano in grado di generare, ecco che il cuore dell’economia, la produzione, comincia a cedere. A partire da allora è stata utilizzata tutta una serie di meccanismi che servono a compensare i profitti sempre più esigui della produzione capitalista, ma principalmente si è sostituito il profitto operativo della produzione con i rendimenti derivati sui mercati finanziari. L’espansione della “macrostruttura finanziaria” fu un effetto della crisi strutturale: solo gli interessi ottenuti per mezzo della produzione di ricchezza fittizia potevano mantenere attiva la circolazione del capitale globale.

Debito pubblico in crescita, bolla dei mercati immobiliari, bolla dei mercati azionari, emissione continua di moneta da parte delle banche centrali e indebitamento dei consumatori sono alcuni dei meccanismi attivati negli ultimi decenni per mantenere un’apparenza di vitalità nell’economia; ovvero, per mantenere il capitale in circolazione. Meccanismi che però hanno causato più instabilità che solidità economica, e di cui si conoscono bene gli effetti: intere nazioni fallite, fughe di capitali dalle economie in difficoltà, forte svalorizzazione monetaria, scoppio di bolle, fallimenti diffusi di banche e imprese. Dopo l’ultimo grande giro di crisi mondiale, avvenuto nel 2008, sono stati messi in moto tutti questi meccanismi contemporaneamente, ma senza risultati stabili. Forse dodici anni possono sembrare un lungo periodo di “ritorno alla normalità”, ma bisogna ricordare che in questo intervallo di tempo sono avvenuti anche altri eventi catastrofici, come la crisi del debito sovrano in Europa e lo scoppio della bolla delle materie prime che ha atterrato nuovamente la periferia del capitalismo. Non c’è stato alcun ciclo di prosperità, ma solo l’amministrazione disperata di processi di crisi.(7) Ora cominciamo a sentire più in profondità l’effetto degli steroidi che si sgonfiano: l’epidemia si diffonde.

III

Uno dei parametri più utilizzati per far capire l’“impatto economico” del coronavirus è l’attività industriale cinese. L’“indice dei gestori degli acquisti” (PMI) ha subito a febbraio il calo più forte di sempre. È andato anche sotto il valore registrato a dicembre 2008, all’apice della crisi dei subprime. Il calo brusco viene attribuito alla violenza dell’epidemia. Dodici anni fa, durante la crisi mondiale, il fondo del pozzo lo si raggiunse gradualmente, dopo diversi mesi di rallentamento.(8)

È innegabile il ruolo del virus nel causare la paralisi economica, ma il dato deve essere visto nel suo svolgersi storico: dopo il collasso del mercato immobiliare statunitense, gli indici industriali cinesi non sono mai tornati ai livelli precedenti, neanche con i pesanti investimenti del 2012, quando gli investimenti lordi di capitale fisso rappresentavano metà del pil cinese. Proprio a partire da quell’anno, anzi, c’è stato un calo progressivo dell’attività produttiva. Il calo del pil cinese è stato causato da una stagnazione e poi da un regresso della produzione industriale dovuto al peso enorme dell’eccesso produttivo degli anni precedenti. Non a caso dieci mesi fa il Partito Comunista cinese, in seguito a ripetuti cali dell’attività industriale, ha avviato una serie di stimoli economici: aumento della spesa pubblica, accesso facile al credito e interventi sul tasso di cambio al fine di aumentare le esportazioni. Producendo solo una reazione momentanea: nel 2019 è stato registrato il peggior risultato del pil degli ultimi 29 anni. Il blocco economico causato dal Covid-19 potrebbe arrivare a far crollare l’immensa piramide del debito accumulato in Cina. Il problema però non è solo il debito pubblico, che ammonta a quasi 18.000 miliardi di dollari, ma anche l’immenso sistema finanziario informale (non regolato dalle autorità) che sostiene oltre 8.000 miliardi di dollari in prestiti accumulati e che da anni tormenta i membri del PCCh (shadow banking system).(9)

Ma anche se l’Impero di Mezzo ha il più grande parco industriale del mondo, è l’epidemia negli Stati Uniti che è destinata a provocare il collasso dell’economia mondiale, già provata dalle maggiori perdite azionarie dopo il crash del mercato immobiliare. E non si tratta di un “contagio”, ovviamente. Integrati nel “circuito deficitario del Pacifico” (Robert Kurz) – la domanda statunitense trascina la produzione industriale cinese che, a sua volta, finanzia i deficit commerciali e fiscali degli Stati Uniti(10) – i mercati dei due paesi sono legati così intimamente che lo storico conservatore Niall Ferguson ha coniato appositamente il termine “Chimerica”.(11) La crisi orientale tocca direttamente le fonti che alimentano la principale economia mondiale, in particolare il flusso monetario che gonfia la più grossa bolla finanziaria di tutti i tempi.

Nonostante il mediocre recupero della crescita economica statunitense a partire dal 2010 (il tasso medio di variazione annuale del pil non arriva al 2,3% nel decennio), le borse statunitensi hanno subito una spinta senza precedenti. Il Nasdaq ha raddoppiato l’indice, il Dow Jones lo ha quasi triplicato e lo Standard & Poor’s 500, che sostanzialmente esamina le maggiori attività di Wall Street, è letteralmente triplicato in dieci anni. Il rialzo azionario di questo periodo non è paragonabile alla velocità galoppante della “esuberanza irrazionale” degli anni novanta, ma in quegli anni il pil registrava tassi di crescita molto più alti, con picchi attorno al 5%. La discrepanza tra la bassa crescita dell’economia americana nell’insieme e la moltiplicazione finanziaria delle borse è lo scandalo più grande di tutti i tempi. L’iniezione di denaro (“alleggerimento quantitativo”) patrocinata dalla Federal Reserve ha prodotto investimenti produttivi, ma essendo questi sempre più rivolti verso l’industria 4.0, ovvero alta tecnologia e basso impiego di forza lavoro, la moltiplicazione monetaria vera e propria si è avuta nei casinò delle borse valori, alimentando la “ripresa” anche in assenza di profitti reali. Questo ha finito per fornire enormi finanziamenti ad imprese che non generano profitto.

Stanley Jevons, autore dei Principi di Economia Pura, inorridirebbe a vedere che, sotto il sole del ventunesimo secolo, alcune delle imprese più grandi e famose si espandono ad alta velocità senza mai fare un centesimo di profitto. Già prima che il coronavirus terrorizzasse il mercato mondiale, c’erano commentatori economici che si chiedevano come facesse una realtà del genere a rimanere in piedi. Nel 2018, ad esempio, si è registrato il più alto numero di offerte pubbliche di azioni di imprese che non realizzavano alcun profitto: l’81% di tutte le IPO del mercato finanziario statunitense riguardavano imprese in perdita. Un record che ripete quello del 2000, quando scoppiò la bolla delle dotcom.(12)

Sopravvissuta al collasso della new economy, quasi fallita, Amazon dovette aspettare oltre sei anni per vedere il profitto, ma anche così i suoi guadagni, paragonati alle dimensioni delle risorse impiegate, restano bassi. Così è anche per Netflix, i cui costi operativi sono elevatissimi a fronte di utili netti minimi. E si tratta degli esempi migliori, perché altre imprese non presentano affatto profitti, come Uber, che in dieci anni non ha mai visto un saldo positivo, o Tesla, o Spotify. Per la coscienza comune, bloccata in un mondo di fantasia, può apparire assurdo che Uber non realizzi profitti, ma questa è la realtà nel castello di ricchezze fittizie costruito dal capitale nel corso della sua agonia storica.(13)

Il paradosso di un’impresa in continua espansione e che però accumula perdite può essere spiegato solo con l’ampliamento e il basso costo del credito. Per l’investitore, i dati statistici sulla crescita delle prestazioni e delle dimensioni assumono più importanza dei libri contabili; è questo che alimenta la domanda incessante di azioni e una crescita continua dei pezzi di carta che finanziano le attività nonostante i bilanci. Nel caso di imprese a capitale privato, è l’accesso a fondi d’investimento o a risorse pubbliche a garantire il sostegno prolungato di attività in difficoltà. Il miraggio di un guadagno futuro è ciò che alimenta il flusso costante di denaro: pur dando qualche vantaggio a questa o quella impresa, la dinamica sistematica non altro che uno schema a piramide in cui la ricchezza circola solo finché le risorse monetarie continuano ad entrare. Lo sfruttamento del petrolio di scisto, ad esempio, che dopo decenni ha riportato gli Stati Uniti all’autosufficienza, si spiega solo in virtù di questa alluvione di credito esausto, visto che gran parte delle imprese sono piene di debiti e i costi operativi sono altissimi.(14)

Gigantesche imprese non remunerative sono tenute in piedi da una bolla azionaria che l’ago del coronavirus minaccia di far scoppiare. E non sono solo gli Stati Uniti. Anche il governo cinese da decenni finanzia imprese notoriamente improduttive per via della loro importanza “strategica”. In molte parti del mondo ci sono aziende che tengono le loro attività produttive non redditizie con i guadagni che vengono dai mercati finanziari, e questo accade anche in un mercato periferico come quello brasiliano: grandi marche come Netshoes non hanno mai prodotto profitti, e c’è il dubbio che anche un gigante come iFood sia in perdita a causa dei grossi investimenti e dei contributi che offre continuamente ai propri clienti. I contributi pubblici possono produrre effetti immediati distinti (come il mantenimento dei posti di lavoro), ma essendo il flusso di capitali unico e globalmente interconnesso, l’insostenibilità dell’intera rete finirà per colpire tutti, in un modo o nell’altro, quando si bloccherà il flusso di denaro. Il rapido deprezzamento azionario fermerà il movimento del credito che sostiene queste imprese non redditizie, così come il debito sovrano finirà per esaurire le risorse degli aiuti statali. Non è un caso se a settembre scorso, molto prima del coronavirus, un innalzamento dei tassi di prestito interbancari negli Stati Uniti ha costretto la Federal Reserve ad intervenire sul mercato per la prima volta in dieci anni: il sistema finanziario americano cominciava ad asfissiare per carenza di flusso monetario.(15)

È questo che contraddistingue la nostra epoca. Non si tratta della solita crisi. È il pensiero economico borghese a credere che “le crisi ci sono sempre state e ci saranno sempre.”(16) L’immagine della crisi come di qualcosa di immutabile rientra nel processo di naturalizzazione dell’economia capitalista e riguarda anche i cosiddetti critici della sinistra, che restano bloccati in un logicismo e ignorano che il capitale è un processo storico cieco e distruttivo. La crisi che si annuncia non è il risultato di un’interferenza esterna, men che mai si tratta della solita “ripulitura del campo”. Qui ci sono questioni strutturali che vanno avanti da quarant’anni accumulando soluzioni globali fallite.

È vero che il blocco della produzione industriale ridurrà una parte dell’eccesso di merci disponibili nei magazzini, ma l’eccedenza di capacità produttiva continuerà anche dopo aver rimosso le misure di contenimento sanitarie, così come decine di milioni di immobili in Cina continueranno a non trovare compratori e il potere d’acquisto mondiale diminuirà ulteriormente dopo i licenziamenti di massa. Governi di tutto il mondo hanno già annunciato pacchetti di salvataggi con iniezioni di risorse, ma difficilmente questo servirà a vaccinarsi giacché è lo stesso debito pubblico al centro dell’epidemia: già comincia a prendere velocità la svalutazione di molte monete, prima fra tutte il real brasiliano. Anche il governo di Trump ha annunciato misure mirate al salvataggio, sempre che il dollaro non venga colpito anch’esso dalla svalutazione generale, rappresentata dall’incapacità del denaro di circolare. Un crollo dell’ultima valuta di riserva globale, assieme a tutte le altre valute, è la vera peste da temere: rappresenta il blocco totale del flusso sanguigno dell’economia capitalista, dimostrazione del fatto che il suo cuore, la produzione di valore, non funziona più.

Marzo 2020

Fonte originale: Blog da Boitempo

Note

1. “Coronavírus: ‘Talvez seja preciso restringir a circulação de mercadorias’, diz economista”, GloboNews, 27 jan. 2020.

2. “China desinfeta e destrói dinheiro para conter avanço do coronavírus”, Exame, 17 fev. 2020.

3. Milton Friedman e Rose Friedman. Liberdade de escolher: o novo liberalismo econômico (Rio de Janeiro, Record, 1978), p. 86-89.

4. “Sunspots and the Price of Corn and Wheat”, Time-Price Research.

5. Karl Marx, Il Capitale, critica dell’economia politica, Libro III.

6. Karl Marx, “The Commercial Crisis in Britain”, New-York Daily Tribune, n. 4294, 26 jan 1855.

7. Maurilio Lima Botelho, “Entre as crises e o colapso: cinco notas sobre a falência estrutural do capitalismo. Revista Maracanan, n. 18 (29), p. 157-180.

8. L’indice si può consultare qui.

9. Jeff Cox, “Shadow banking is now a $52 trillion industry, posing a big risk to the financial system”, CNBC, 11 abr. 2019.

10. Robert Kurz. Poder mundial e dinheiro mundial: crônicas do capitalismo em declínio (Rio de Janeiro, Consequência, 2015), p. 31-35.

11. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro.

12. Camila Veras Mota, “De Uber a Nubank: as empresas que valem bilhões, mas nunca registraram lucro”, UOL, 30 set. 2019.

13. Marcelo López, “Bolha das empresas que não dão lucro está ocultando a inflação no mundo todo”, InfoMoney, 13 dez. 2019. Ver também: “Como o Uber sobrevive com prejuízo de US$ 1,2 bilhão e sem nunca ter dado lucro?”, ÉpocaNegócios, 11 nov. 2019.

14. La debole speranza del settore energetico statunitense, oberato da un debito complessivo di 85 miliardi di dollari, viene dal fatto che la maggior parte della obbligazioni è a lungo termine e non scade nel 2020, pertanto il soccorso monetario della Fed potrebbe rinviare il crash. Vedi anche: Tim Mullaney, “In oil crash, energy debt loads are not the immediate problem for most drillers”, CNBC, 13 mar. 2020.

15. “Fed intervém para controlar taxas interbancárias pela 1ª vez em mais de uma década”, Valor, 17 set. 2019.

16. Nouriel Roubini e Stephen Mihm. A economia das crises: um curso-relâmpago sobre o futuro do sistema financeiro internacional (Rio de Janeiro, Intrínseca, 2010), p. 12.

4 pensieri su “Ma Allora il Morto è Morto!

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