Virus, Validismo e Darwinismo Sociale


validism

Benoît Bohy-Bunel

La crisi sanitaria rivela un dominio inerente al sistema statale-capitalistico: il validismo [N.d.T.: “Validismo” (o “Capacitismo”) è un termine usato per descrivere la discriminazione, l’oppressione e l’abuso derivato dalla nozione che le persone con disabilità sono inferiori alle persone senza disabilità”].

Il validismo: un dominio multidimensionale

Il validismo è un sistema di dominio che viene subito dalle persone in situazione di disabilità (fisica o psichica, visibile o meno). Le persone con delle malattie croniche, le persone arrivate ad una certa età, sono tutte soggette al validismo. Il termine è in sé abbastanza esplicito: il validismo è un sistema di selezione sociale che distingue tra dei «validi» e dei «non validi». Il sistema capitalista è strutturalmente validista dal momento che esso è un sistema produttivistico: la persona cosiddetta «valida» è innanzitutto quella che è produttiva, e che si trova nelle condizioni di poter servire all’economia nazionale. La persona «non valida» viene assegnata all’improduttività, e quindi all’inutilità. Tuttavia, il sistema validista è assai più ampio di quanto a prima vista si possa pensare. Esiste un concetto più ristretto di validismo (quella appena menzionata) ed un concetto più ampio. Pertanto, in senso lato, il validismo può rimandare allo sfruttamento capitalistico, ed al dominio patriarcale e razzista. Da un lato, le persone sfruttate dal capitale produttivo – le quali non posseggono i loro strumenti di produzione e non decidono quella che è l’organizzazione e la finalità del loro lavoro – vengono opportunamente invalidate da un sistema gestionale che ne detta la loro condotta e li assegna a dei compiti gravosi. I lavoratori e le lavoratrici «non intellettuali» vengono dequalificati e dichiarati invalidi in quella che è la divisione sociale del lavoro. Le persone respinte fuori dalla sfera del lavoro, giudicate «superflue», vengono anche invalidate socialmente (disoccupati, precari).

D’altra parte, ancora oggi, in numerosi casi le persone non eterosessuali vengono patologizzate e assegnate alla «devianza». Storicamente, le donne sono state assegnate all’isteria, e la psichiatria contemporanea continua a patologizzare i comportamenti della «donna sovversiva» (a tal fine si veda il lavoro di J.Reimer). Le donne, in quanto dequalificate nella sfera salariale (disparità retributiva, precarietà, ecc.), vengono invalidate anche dall’economia produttiva, nella misura in cui vengono assegnate ai compiti della riproduzione domestica. Alle persone che subiscono il razzismo, verrà assegnato anche a loro un «deficit» di razionalità, in un contesto nel quale il soggetto intellettuale occidentale bianco rivendica la sua «universalità». Inoltre, storicamente, è stato anche in nome del principio validistico ed eugenetico dell’«igiene razziale» che il nazismo ha assassinato in massa ebrei e rom. Il validismo è quindi multidimensionale: esso riguarda l’esclusione delle persone che si trovano in una situazione di disabilità, di quelle che vengono discriminate in base all’età, allo sfruttamento capitalistico, il patriarcato, l’omofobia, la trans-fobia ed il razzismo.

Crisi sanitaria del Coronavirus e Validismo in senso lato

La storia del sistema statale-capitalista è indissociabile dalla storia di un certo darwinismo sociale. Il darwinismo sociale è un’ideologia che pretende di applicare alla società la legge «naturale» della selezione dei più «adeguati» («solo i più adatti sopravvivono»). Sterilizzazioni forzate, carcerazione, internamento, avvelenamento, fino allo sterminio degli «inadatti», o del «surplus», sono tutti altrettanti orrori che percorrono quella che è la storia della modernità capitalistica. Non si tratta di considerare tali orrori come se fossero degli «incidenti di percorso»: al contrario, sono i prodotti della logica stessa del sistema statale-capitalista. Il «darwinismo sociale» non deriva da Darwin, bensì da Spencer, uno pseudo scienziato inglese del 19° secolo che voleva applicare la «selezione naturale» alle società umane. Il «darwinismo sociale» è sinonimo di spencerismo, e nel 1871 lo stesso Darwin si oppose fermamente a questa pericolosa dottrina nel suo libro “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, ricordando come la socialità e l’empatia siano state determinanti per l’evoluzione della specie umana. Il darwinismo sociale (o lo spencerismo), come ideologia sociale selettiva, lo si può trovare collegato all’eugenetica (Galton) ed al malthusianesimo. Al giorno d’oggi, certamente, nelle società occidentali non esistono più delle politiche che siano ufficialmente darwiniste sociali. Ciò detto, possiamo constatare come la costante preoccupazione per la crescita economica e per il profitto, in un contesto di crisi, che implica una certa gestione politica volta all’austerità, sfoci nella realizzazione pratica di un principio di selezione darwinista sociale. Non è necessario che i governanti assumano integralmente ed esplicitamente una simile logica; essa appare svilupparsi in maniera pressoché autonoma, e cristallizzarsi nelle istituzioni della gestione statale-capitalista. La finalità di regolare una popolazione produttiva comporta una precisa preoccupazione per la validità, l’invalidità, la regolamentazione, l’assegnazione spazio-temporale e la selezione: assegnare le donne alla struttura riproduttiva; gestire le sessualità «riproduttive» e «non riproduttive»; disciplinare gli sfruttati/ le sfruttate; isolamento, confinamento o esclusione delle persone «non sfruttabili», «devianti», «inutili», o «improduttivi». Oggi, con la crisi sanitaria del Coronavirus, la barbarie multidimensionale di questo sistema validista capitalista diventa più esplicito, anche se esso non è nato con questa crisi.

Cerchiamo di mostrare brevemente quello che è l’intreccio di queste molteplici dimensioni del validismo, così come oggi appaiono più chiaramente. In primo luogo, ci si può interrogare sui recenti discorsi di Boris Johnson (Primo Ministro del Regno Unito), di Mark Rutte (Primo Ministro dei Paesi Bassi), e di Blanquer (ministro francese dell’Educazione Nazionale), riguardo le strategie dell’«immunità collettiva». Tutti questi tecnocrati hanno affermato in maniera flemmatica che quello che va dal 50% al 70% della popolazione «dovrà» essere colpito dal covid-19, fino a che non si verrà a creare un’immunità di gruppo alla malattia. Nel Regno Unito, questa cinica strategia porterebbe a diverse centinaia di migliaia di morti: questi morti sarebbero soprattutto persone anziane, fragili e malati cronici. Si parla perciò in tutta calma di un disastro assoluto, ma allo stesso tempo si insiste sulla necessità di «salvare» l’economia nazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha condannato tale strategia, che nella più parte dei casi non è più all’ordine del giorno (anche se nei Paesi Bassi, fino al 22 marzo questa strategia veniva ancora ipotizzata). Colpisce il fatto come una strategia così selettiva e fatalista possa essere tranquillamente assunta dai mass media. Se queste centinaia di migliaia di morti avrebbero potuto essere delle persone giovani, valide, qualificate, e potenzialmente produttive si può immaginare come tali scenari non sarebbero mai stati previsti dalle autorità politiche. D’altra parte, in tempi di crisi sanitaria, la dissoluzione della sanità pubblica legata all’austerità causa di fatto la necessità di operare delle scelte di darwinismo sociale. In un certo senso, nella loro ventennale opera di distruzione della sanità pubblica, gli Stati hanno scelto di adottare, in caso di pandemia, delle strategie darwiniste sociali. Quest’austerità politica non è che derivi necessariamente da delle intenzioni machiavelliche del personale politico: essa sembra piuttosto essere diventata un’esigenza funzionale vista in un conteso di crisi economica. Il darwinismo sociale che ne deriva sembra a sua volta diventare quasi una fatalità oggettiva, legata ad un sistema economico cieco alle sofferenze individuali, impostosi quasi come se fosse una seconda natura. Il modo in cui i governi oggi assumono pubblicamente questo darwinismo sociale rivela tuttavia anche una determinata responsabilità politica ed etica, che finisce per diventare criminale e che va denunciata con forza.

In Italia, da alcuni giorni, le persone sono state costrette a scegliere tra chi salvare e chi lasciare morire. A venire «favorite» sono assai spesso le persone più giovani. Già oggi, anche a Mulhouse [in Francia, nell’Alto Reno] devono essere fatte queste orribili «scelte». Il personale sanitario, stanco ed esausto, deve inoltre anche assumere delle decisioni atroci, che li lascerà traumatizzati per molto tempo. Il sistema gestionale validistico tende perciò ad invalidare quello che è il personale «valido», a spezzarli psicologicamente, esigendo simultaneamente che rimangano funzionali. A tal proposito, il duplice discorso dell’esecutivo diventa estremamente esplicito. Macron oggi ha parlato degli «eroi in camice bianco». Non troppo tempo fa, la sua polizia ha gasato il personale sanitario che manifestava contro lo smantellamento degli ospedali pubblici. La dissonanza cognitiva di Macron rivela la barbarie dello Stato capitalistico, il quale pretende di preoccuparsi della salute degli individui, lasciandoli allo stesso tempo assoggettati a quelli che sono gli amorali ed inumani imperativi economici. In realtà, lo Stato non è altro che il gestore dell’economia capitalistica, e dal suo punto di vista la salute degli individui non è un fine in sé, ma solo un mezzo per mantenere la crescita economica.

Da tempo, il personale dell’Ehpad [ Établissement d’hébergement pour personnes âgées dépendantes: è una istituzione medico-sociale che in Francia designa la forma più comune di struttura per anziani] denuncia una situazione del genere: essi diventano dei maltrattatori contro la propria volontà, a causa di infrastrutture deteriorate e di condizioni di lavoro che impongono dei ritmi che non consentono loro di agire diversamente. Queste persone «abili» che operano nel settore sanitario tendono ad essere distrutte psichicamente, tendono ad essere sempre meno «abili», assumendosi delle responsabilità sempre più gravose, anche quando si tratta “solamente” di subire delle condizioni lavorative insopportabili. Quando dei lavoratori salariati vengono resi vittime di lavori insopportabili, rendendoli dei violenti contro la loro volontà, la barbarie è arrivata al culmine: no si potrebbero spezzare psichicamente le persone più di così, rendendo sempre meno netto il confine tra «valido» ed «invalido». Il 21 marzo, il personale sanitario dell’Ehpad ha denunciato la mancanza di misure sanitarie adeguate durante la crisi del Coronavirus. Numerosi residenti dell’Ehpad sono già stati contagiati dal covid-19, ed alcuni sono già morti. Il 21 marzo, i lavoratori salariati dell’Ehpad hanno annunciato che potrebbero esserci fino a 100.000 morti nelle strutture dell’Ehpad se le misure sanitarie necessarie non verranno adottate. Questa disastrosa proiezione non è sta presa in considerazione per niente dalla dirigenza: la barbara discriminazione nei confronti degli anziani, qui indissociabile da quello che è un produttivismo cinico, diventa un terrificante darwinismo sociale. Allo stesso modo, anche nel settore psichiatrico il decadimento è strutturale, Il modo in cui, in molte istituzioni, vengono trattate le persone che si trovano in una situazione di disabilità mentale, dimostra quanta poca considerazione si abbia per queste persone cosiddette «disabili» (o improduttive): camicie di forza chimiche, letti di contenzione, segregazione, sono moneta corrente. Il deficit di risorse materiali ed umane aggrava questi maltrattamenti e abusi. Anche in questo caso, numerosi infermiere ed infermieri sono violenti loro malgrado. Il rischio di un sovraffollamento degli ospedali psichiatrici è una realtà (che esisteva già anche precedentemente all’attuale crisi sanitaria). Tanto più che durante la pandemia, il numero del personale infermieristico tende a diminuire. Le ospedalizzazioni forzate, attualmente sono più violente in Francia: costrizione ed isolamento sono sistematici.

Le persone che si trovano in una situazione di disabilità psichica che verranno infettate dal virus, in un contesto nel quale mancano i letti in rianimazione, rischiano di essere sacrificate. Si rischia perfino di assistere all’emergere di una medicina a due livelli: una per i pazienti psichiatrici, e l’altra per i pazienti non psichiatrici. Un infermiere, ha detto il 22 marzo: «I miei peggiori timori riguardano il trattamento dei pazienti. Che si arrivi a dire “non li prendiamo più”. Non abbiamo un letto per la rianimazione. I malati mentali, come vengono chiamati, verranno messi all’ultimo posto. Tra una persona sana di mente ed un folle, voi chi prendete?». E poi aggiunge: «Secondo me, ci saranno molti morti in psichiatria» (France 3, 22 marzo). Le persone che vengono considerate un «peso» per la società, e che non producono valore economico, rischiano di essere sacrificate. Se si segue questa logica, e se le cose peggiorano, il «trattamento» potrebbe definire altri criteri: le persone che si trovano in Residenza Sanitaria Assistenziale, i tossicomani, i migranti, coloro che hanno precedenti penali, le prostitute, le donne disoccupate potrebbero trovarsi fortemente svantaggiate per avere accesso alle cure vitali (anche se, ovviamente, è già strutturalmente così). La barbarie assoluta del sistema del darwinismo sociale capitalista si mostra in quella che è l’attuale crisi sanitaria, sebbene non sia cominciata oggi. D’altra parte, oggi ci sono molte persone che si trovano in una situazione di disabilità psichica, confinate nelle loro case (possono soffrire di paranoia, di delirio, di depressione, di disturbi d’ansia, di stress post-traumatico, ecc.). Anche le persone senza disturbi psichici soffrono di questa situazione di confinamento e di stress intenso. Ciò ancora non vuole significare che venga organizzato un aiuto conseguente per le persone fragili psichicamente confinate nelle loro case. Le persone psichicamente disabili hanno fatto spesso esperienze di esclusione sociale, rifiuto: spesso sono state trattate come degli appestati. Nel caso in cui si tratta di donne, di tossicomani, di transgender, di omosessuali, di precari o di persone che fanno parte di gruppi razziali questa esclusione si è solo rafforzata. Il confinamento (a domicilio o negli ospedali) che oggi subiscono queste persone può avere un impatto durevole sulla loro psiche, ma le strutture psichiatriche attuali sono ben lontane dall’essere rese adatte a curare queste sofferenze, che sono anche sociali. Allo stesso modo, anche gli anziani che soffrono la solitudine subiscono fortemente il confinamento. In questi tempi di crisi sanitaria, l’assai debole copertura mediatica della sofferenza psichica dei più vulnerabili partecipa anch’essa di un’ideologia validista.

Le persone che si trovano in una situazione di invalidità fisica, confinati nelle proprie case, rischiano anche loro – in un contesto nel quale il personale di assistenza e i servizi di aiuto si trovano ad essere sovraccaricati, e in cui le visite sono assai limitate – di soffrire di una mancanza di aiuto e di cure. Le persone che soffrono di patologie croniche o di gravi malattie, allo stesso modo, soffriranno necessariamente per il sovraffollamento degli ospedali. Anche per alcuni di loro, dovranno essere fatte delle scelte e delle selezioni.

Per quanto attiene alla questione dello sfruttamento, si registra anche qui l’attuazione di una forma di selezione: nel quotidiano, oltre al settore sanitario, ci sono numerosi salariati dell’industria, dei negozi alimentari, del settore delle pulizie e della nettezza urbana, delle consegne, della posta e delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’assistenza personale, che devono continuare il loro lavoro all’esterno, assumersi dei rischi per la propria salute e per quella dei loro cari. Sono molte le donne che si trovano in prima linea (infermiere, assistenti sanitarie, cassiere, domestiche, assistenti a domicilio). Il diritto di recesso diventa una parola d’ordine sindacale, ma alcune persone precarie non sempre possono permetterselo. Inoltre, per una buona parte di questi salariati, il servizio reso alla collettività può essere visto come una missione indispensabile, cosicché non è necessariamente facile lasciare il proprio lavoro. In numerosi casi, le regole sanitarie non vengono ancora rispettate (di recente, i postini e le postine hanno denunciato la mancanza di misure sanitarie; diverse decine di loro sono risultati positivi al covid-19; la stessa cosa è accaduta per i salariati di Amazon e per molte altre persone che lavorano all’esterno). Gli investimenti statali per armare la polizia (e per reprimere, ad esempio, il personale sanitario che è in lotta da tre mesi) sono stati più che consistenti, ma l’investimento per proteggere la salute delle persone esposte, oggi è più che limitato. A causa di questa situazione, in cui molto sono in pericolo e temono di mettere in pericolo gli altri, ci sono molte ingiunzioni contraddittorie che devono imprimersi nella mente delle persone (proteggere la salute dei propri cari, aiutare materialmente la collettività, proteggere la salute della collettività, sopravvivere finanziariamente a livello individuale, sopravvivere finanziariamente a livello collettivo: tutta una serie di ingiunzioni contraddittorie).

L’arte di rendere «pazzi» gioca su delle doppie coercizioni. Qui, quelli che vediamo moltiplicarsi sono i sistemi quadrupli di coercizione, e per le persone sovraesposte arrivano perfino a quintuplicarsi. Ne scrive H. Searles, che ha lavorato con gli schizofrenici, nel suo libro “The effort to drive the other person crazy”. La doppia coercizione che rende «folli», in ogni caso, era già presente da qualche anno nell’ospedale pubblico: viene chiesto agli infermieri e alle infermiere di fornire assistenza di qualità (e quindi anche di adempiere ad una «vocazione») in quelle che sono delle condizioni materiali sfavorevoli alla qualità dell’assistenza (mancanza di mezzi materiali e di risorse umane, mancanza di riconoscimenti, accumulo di compiti, ecc.) Qualunque sia la scelta che viene fatta dalla persona, ne può derivare solo un senso di colpa: se sceglie un’assistenza di qualità, ecco che questa non può essere fornita a tutti; se obbedisce agli imperativi quantitativi, rinuncia alla qualità della cura. Sono molti i settori professionali preoccupati per questa duplice coercizione, ma è nel nostro contesto di crisi sanitaria che le dissociazioni psichiche vengono esacerbate all’estremo.

La vulnerabilità di queste persone può essere duratura, le condizioni di burn-out vengono favorite (ci vogliono diversi mesi, forse diversi anni, per riprendersi da un burn-out). Le persone più esposte sono le persone più disabili socialmente. Come si è detto, il validismo, in senso lato, concerne anche l’invalidazione del lavoro «non intellettuale»: gli operai, gli sfruttati che non possono lavorare a casa (in telelavoro) si trovano direttamente esposti, secondo quello che è un principio di selezione di fatto. Stiamo parlando di persone che nutrono la popolazione, che consegnano a domicilio, che curano e trasmettono, che costruiscono. Si parla qui di persone che trasformano materialmente il mondo sociale. Si potrebbe dire, sia nel bene che nel male: alcuni esperti notano che l’impatto ecologico della Cina o dell’Italia viene attenuato dopo la crisi sanitaria. Ma accettare le morti attuali con il pretesto che rallenteranno la mortalità futura è un calcolo agghiacciante, che è parte costitutiva dell’ideologia gestionale e contabile che dev’essere combattuta. Oggi siamo costretti a constatare che alcuni operatori, per spostarsi e per prendersi cura delle persone, utilizzano delle risorse distruttive (petrolio, nucleare): nel capitalismo, per poter riparare e guarire, dipendiamo dal distruttivo, cosa che ci vieta qualsiasi approccio manicheo o moralizzatore, ma che nondimeno rende necessaria la critica radicale dell’esistente (poiché sono proprio tali contraddizioni che diventano «folli» a rendere radicalmente malato questo mondo).

Tuttavia, molte situazioni contingenti sono estremamente difficili. Non si tratta affatto di parlare di un «privilegio» generalizzato del confinamento. Esistono dei confinamenti di lusso e dei confinamenti precari. Ciò detto, la stragrande maggioranza delle persone sfruttate che oggi continuano a lavorare all’esterno, e che corrono dei rischi quotidiani, rendono visibile quello che è un principio di selezione sociale all’opera nell’economia capitalista. Oggi percepiamo in maniera ancora più chiara la funzione centrale di queste persone, assai spesso invisibili, di cui oggi vediamo anche la loro situazione di vulnerabilità, dal momento che ora si vengono a trovare in prima linea. Questa vulnerabilità è precedente all’attuale crisi sanitaria. Ora essa appare semplicemente in maniera più chiara. Tuttavia, ad essere preoccupata è l’insieme di tutta la popolazione, ed è qui che si mostra la dimensione morbosa del sistema capitalistico: si fanno funzionare le industrie non essenziali, e i padroni si preoccupano pubblicamente per i loro profitti. Recentemente, Amazon ha assunto del personale supplementare. Ma è del tutto inutile presumere che sia in atto un «complotto» malvagio. Semplicemente, secondo quella che è una logica cieca ed impersonale, l’obiettivo della crescita economica si scontra con gli interessi vitali degli individui. Il darwinismo sociale non ha nemmeno più bisogno di essere un’ideologia che deve essere presupposta: in un mondo in cui il valore di mercato ha la precedenza sulla vita individuale, essa si impone di fatto.

Per quanto attiene al validismo patriarcale, il confinamento rischia di aumentare quello che è il fardello mentale che le donne si assumono quotidianamente in molte case. La sfera della riproduzione occuperà molto spazio in quella che è la vita di numerose famiglie, e questa sfera è demandata principalmente alle donne. Le donne sono disabili per quanto attiene alla sfera pubblica del lavoro salariato, proprio perché vengono assegnate ai compiti domestici nella sfera privata. In quelle che sono alcune situazioni di confinamento, il validismo patriarcale rischia di venire barbarizzato. Le donne maltrattate e violentate dai loro coniugi rischiano di trovarsi in delle situazioni molto difficili. Inoltre, le giovani persone omosessuali o trans-gender rifiutate dalle loro famiglie o dal loro ambiente potranno anche loro subire delle violenze aumentate, ed alcune situazioni di esclusione rischiano di essere particolarmente dolorose, in un contesto in cui i servizi di assistenza si trovano in una situazione di sovraccarico.

La chiusura delle frontiere, la «gestione» dei migranti, dei centri di detenzione amministrativa (CRA), in quello che è un contesto di nazionalismo sanitario, potrebbe anche diventare drammatico. Il 18 marzo, il CRA di Séte era ancora in funzione. Alla fine è stato chiuso. Le selezioni nazionaliste autoritarie rischiano di venire inasprite, così come le diverse forme di esclusione razzista. Per fortuna persistono delle attività umanitarie, ma la militarizzazione di questa crisi lascia presagire il peggio per le persone più vulnerabili al razzismo di Stato. La chiusura delle frontiere non è un gesto «che salva delle vite». Un’accoglienza rispettosa delle condizioni sanitarie non solo è possibile, ma è soprattutto indispensabile: la protezione delle persone non dev’essere selettiva, o è totale o non è niente. La chiusura delle frontiere è un atto nazionalista che uccide, e che ne ha già ucciso molti. È un gesto che invalida delle vite (quelle dei migranti), ritenendo che alcune vite «valgono» meno di altre. In questa crisi, i migranti e i clandestini sul suolo francese che vengono sovra-sfruttati si trovano anch’essi in prima linea, senza protezione sociale, e ancora più difficile da proteggere da parte delle organizzazioni umanitarie e militanti, che si trovano già fortemente mobilitate.

In un contesto di angoscia sociale, il cospirazionismo acquista forza. Gli ideologhi di estrema destra del complotto, assai presenti su Internet (il sito dell’antisemita Soral registra ogni mese quasi 8 milioni di pagine viste), minacciano di sviluppare a livello di massa le loro tesi antisemite, razziste, omofobiche, trans-fobiche e patriarcali. Anche in questo caso, ad essere palese è la fragilità psichica di individui fisicamente isolati: questa fragilità psichica può sfociare in quelle che sono forme indurite di replica identitaria. Ricordiamoci che l’antirazzismo e l’anti-sessismo sono un’igiene mentale, e che in questi tempi di angoscia collettiva quest’igiene è assai importante. In un contesto in cui la strada «apparterrà» alla polizia e all’esercito, ad essere particolarmente minacciate sono le persone che vivono negli squat, o in strada. Alcune di queste persone sono attivisti politici, e rischiano una grave repressione. Certo, si sta organizzando una qualche solidarietà umana, e la fine della tregua invernale viene rimandata al 31 maggio. Ma le persone che vivono in strada sono già state multate e richiamate all’ordine. Alcuni di loro vengono abbandonati a sé stessi. I servizi di aiuto alimentare sono più che oberati. In un contesto simile, verrà favorita la selezione sociale dei «devianti», dei «disadattati». La cosa potrà assumere delle forme razziste.

Nelle prigioni, i detenuti sono privati dei contatti con i loro parenti, a volte privati anche dell’ora d’aria, e si trovano in una situazione sanitaria precaria. Il 19 marzo, le udienze in tribunale continuano, e si continua anche a mandare le persone in prigione, senza garantire agli imputati le condizioni sanitarie necessarie. In Italia, a partire dall’inizio del mese di marzo, scoppiano diverse rivolte; il 9 marzo, a causa di tali sommosse, verranno contati 13 morti tra i prigionieri. Lo stesso accade in Brasile, dove più di mille detenuti scappano. In Francia, dei prigionieri si sono ribellati in una trentina di penitenziari (aGrasse, Béziers, Uzerche, Draguignan, Lille-Sequedin, Le Mans, Nanterre, Maubeuge, Longuenesse, Les Baumettes…), soprattutto per protestare contro la soppressione delle visite.

In questo modo, oggi appare in maniera esplicita quello che è un sistema globale di selezione ed esclusione sociale, di invalidazione psichica e fisica, di parcellizzazione spazio-temporale. Ad essere più esposte sono quelle persone che sono disabili infra-strutturalmente. Si può parlare di un darwinismo sociale generalizzato, che è simultaneamente un sistema di gestione validista, patriarcale, discriminate a partire dall’età e razzista. Questo sistema di selezione è assai precedente a questa crisi. Allo stesso modo, l’attuazione di una solidarietà collettiva, militante, conviviale o umanitaria, mostra tuttavia anche, puntualmente, il persistere di un rifiuto radicale di quella che è una logica economica morbosa. Analogamente, queste forme di solidarietà sono molto precedenti all’attuale crisi sanitaria. Davanti ad un possibile aggravarsi dell’autoritarismo di Stato e a fronte di una severa crisi economica, tali forme di solidarietà potrebbero diventare la lotta di domani, come tentativo di rispondere al peggioramento. Oggi, in un certo qual modo, si trovano ad essere sempre più numerosi quelli che sono in una situazione di disabilità, che subiscono un validismo totale ed amorale, e che devono comprenderlo e prenderne coscienza. Possiamo ance riconoscere il fatto che questa situazione è socialmente costruita, e che oggettivamente noi non siamo affatto degli «handicappati»: e che quindi è la situazione che dev’essere cambiata, collettivamente; la nostra invalidazione forzata non è dovuta ad una mancanza oggettiva di cui noi saremmo responsabili, possiamo superarla. Di conseguenza, fin tanto che possiamo, rimaniamo confinati e rispettiamo le indispensabili regole di igiene. Il rispetto dell’igiene non è un validismo, ma un rigoroso rispetto della propria salute e della salute altrui (soprattutto di quelle che sono le persone più fragili). L’igienismo autoritario e nazionalista, al contrario, è un validismo, tanto più che oggi esso è del tutto dissociato: si rifiuta di scegliere tra la «salute» dei mercati e la salute delle persone viventi e sensibili. L’autonomia consiste nel rispettare tale confinamento non per obbedienza e legalismo, non per paura dell’ammenda o della repressione, bensì per responsabilità etica. Noi abbiamo, tuttavia, il potere di sostenere i movimenti sindacali attuali che difendono gli sfruttati che si trovano in prima linea, ma anche i precari, i quali hanno spesso delle difficoltà ad esercitare il diritto di recesso (fondi di solidarietà, ecc.). Abbiamo anche il potere di mettere in atto delle solidarietà locali per aiutare le persone escluse dal mercato ufficiale del lavoro, che vivono in strada, negli squat, rinchiuse, senza documenti, precarie.

Le telecomunicazioni e le reti sociali diventano dei potenziali strumenti di lotta, per quanto limitati. Inoltre, in questo contesto in cui l’invisibile diventa più visibile, non possiamo dimenticare che tutta l’industria digitale da cui ora dipendiamo per «lottare» si basa, tra le altre cose, sullo sfrenato estrattivismo che si è sviluppato nella Repubblica Democratica del Congo. Come è stato sottolineato da Fabien Lebrun, i nostri smartphone e le nostre app dipendono in gran parte dal coltan che viene estratto in Congo, in delle condizioni atroci, in un contesto di massacro di massa (si parla di 6 milioni di morti in 20 anni). Inoltre, nel 2018, il virus Ebola (il cui tasso di letalità è superiore al 50%) ha raggiunto la Repubblica Democratica del Congo. In questo paese devastato, l’HIV ed il colera decimano ancora le popolazioni. Le risorse mediche sono più che limitate. La scarsa copertura mediatica, da parte dei paesi occidentali, di ciò che avviene in Congo, è tanto più grave se si pensa che i nostri strumenti digitali dipendono in larga misura da delle persone sovra-sfruttate, violentate e assassinate in quei paesi. Dietro ogni tweet, dietro ogni post su facebook, ci sono anche questi invisibili.

Nel 19° secolo, la psichiatria coloniale ha inventato delle categorie cliniche che si occupavano in maniera specifica degli schiavi colonizzati. Il dominio razzista-coloniale, è anch’esso un validismo. Al giorno d’oggi, il darwinismo sociale è anche la realtà atroce della divisione internazionale del lavoro. Il nostro uso quotidiano degli strumenti digitali è totalmente dipendente da una tale barbara divisione internazionale. Un’uscita da questa crisi globale (che dura ormai da un tempo troppo lungo) può avvenire solo in un contesto internazionalista. Preoccuparsi di rispettare le regole igieniche e di proteggere le persone più fragili, una preoccupazione autonoma e conseguente, potrebbe essere un preoccupazione internazionalista: non lasciare che il virus si diffonda in Francia, o altrove, significa non lasciare che si diffonda dappertutto nel mondo, questo in un contesto nel quale l’interconnessione economica favorisce il propagarsi dell’epidemia. Non si tratta di «proteggere i francesi», si tratta di rifiutare il nazionalismo sanitario. Un virus si fa beffa delle nazionalità. Il 22 marzo si è scoperto che si sono manifestati quelli che sono i primi casi di covid-19 sulla striscia di Gaza. Molti paesi africani sono già stati colpiti. In alcuni di questi paesi africano, il numero di respiratori e di letti di rianimazione per la terapia intensiva è estremamente bassi.

Chi sta scrivendo questo testo, come ciascuno di noi, si trova intrappolato in una doppia coercizione. La «critica sociale» non ne esce indenne: qualunque cosa tu dica, si è un assassino. E tuttavia, non si può non dire. Camus, ne La Peste, è alla ricerca del «santo», di chi non ha alcun sangue sulle sue mani. In occasione della peste, tra gli adulti attivi, questa persona non è stata trovata. Tuttavia, la maggior parte di loro sono state anche delle vittime. Eppure, alcuni hanno delle responsabilità enormi e schiaccianti, e di questo dovranno rendere conto. È a causa della loro illogicità che noi subiamo violenza contro la nostra volontà, e che veniamo costretti a subire una duplice coercizione, che ci porta ad impazzire. La cosa peggiore è che essi stessi non sono consapevoli della gravità di ciò che fanno e che dicono, e che sono sopraffatti completamente dal sistema di cui sono ciechi servitori. La peste dura da molto più tempo di quanto pensiamo.

Fonte: blackblog francosenia

Un pensiero su “Virus, Validismo e Darwinismo Sociale

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