Il Diritto Universale di Respirare


Lungs

Di Achille Mbembe. Fonte: lavoroculturale, 22 aprile 2020.

Un virus si è infiltrato nei nostri polmoni. Occorre ricomporre il mondo.

Alcuni parlano già di “post-Covid-19”. E perché no? Eppure per la maggior parte di noi, soprattutto in quelle parti del mondo dove i sistemi sanitari sono stati devastati da anni di abbandono organizzato, il peggio deve ancora venire. In assenza di letti d’ospedale, macchine per la respirazione, test effettuabili su larga scala, maschere, disinfettanti a base d’alcol e altri dispositivi di quarantena per le persone colpite, in molti non riusciranno purtroppo a passare per la cruna dell’ago.

1.

Qualche settimana fa, di fronte a imminenti tumulti e disordini, alcuni di noi hanno cercato di descrivere il tempo in cui viviamo. Si tratta di un tempo senza garanzie o promesse, in un mondo sempre più dominato dall’ossessione della fine. Ma anche un tempo – aggiungiamo – caratterizzato da “un’iniqua ridistribuzione della vulnerabilità” e da “nuovi e disastrosi compromessi con forme di violenza tanto futuristiche quanto arcaiche”[1]. Precisamente: il tempo del brutalismo.

Al di là dell’origine di tale termine nel movimento architettonico della metà del ventesimo secolo, ho definito il brutalismo come processo contemporaneo “attraverso il quale il potere, come forza geomorfa, si costituisce, si esprime, si riconfigura, agisce e si riproduce”. Da cosa, se non dalla “fratturazione e screpolatura”, dal “prosciugamento dei vasi”, dalla “perforazione” e dallo “svuotamento delle sostanze organiche” (Brutalisme, p. 11), in breve, da quello che abbiamo chiamato “deplezione” (p. 9-11)?

Ho richiamato l’attenzione sulla dimensione molecolare, chimica e persino radioattiva di questi processi: “La tossicità, cioè la moltiplicazione delle sostanze chimiche e dei rifiuti pericolosi, non è una dimensione strutturale del presente? Queste sostanze e questi rifiuti non attaccano solo la natura e l’ambiente (aria, suolo, acqua, catene alimentari), ma anche i corpi esposti a piombo, fosforo, mercurio, berillio e ai fluidi frigorigeni” (p. 10).

Mi riferivo naturalmente, ai “corpi viventi esposti all’esaurimento fisico e a tutti i tipi di rischi biologici a volte invisibili”. Tuttavia, non ho menzionato i virus per nome (quasi 600.000 in tutti i tipi di mammiferi), se non metaforicamente, nel capitolo dedicato ai “corpi-confine”. Ma, del resto, si trattava ancora una volta di riflettere sulla politica degli esseri viventi nel loro insieme. E il Coronavirus è evidentemente il nome di tutto ciò.

2.

In questi tempi purpurei  – supponendo che la caratteristica distintiva di ogni tempo sia il suo colore – dovremmo forse iniziare inchinandoci davanti a tutti quelli e a tutte quelle che ci hanno lasciato. La barriera degli alveoli polmonari è stata infranta, il virus si è infiltrato nel loro flusso sanguigno. Ha poi attaccato i loro organi e altri tessuti, a partire da quelli più esposti. Ne è derivata un’infiammazione sistemica. Chi aveva già problemi cardiovascolari, neurologici o metabolici, o soffriva di patologie legate all’inquinamento, ha subito gli attacchi più forti. Senza fiato e senza macchine per respirare, alcuni se ne sono andati in fretta, all’improvviso, senza alcuna possibilità di dire addio. I loro resti sono stati immediatamente cremati o sepolti. In solitudine. Ci è stato detto di sbarazzarci di loro il prima possibile.

A tal proposito, è il caso di menzionare anche i casi – decine di milioni – di vittime dell’AIDS, del colera, della malaria, dell’Ebola, del Nipah, della febbre di Lasse, della febbre gialla, della Zika, della chikungunya, vittime di tumori di ogni tipo, delle epizoozie e di altre pandemie animali come la peste suina o la febbre catarrale degli ovini, di tutte le epidemie immaginabili e inimmaginabili che per secoli hanno devastato popoli senza nome in terre lontane. Per non parlare delle sostanze esplosive e delle altre guerre di predazione e occupazione che colpiscono decine di migliaia di esseri umani e che ne costringono altre centinaia di migliaia sulle strade dell’esodo, tutta un’umanità errante.

Come dimenticare, d’altra parte, la deforestazione intensiva, i mega-incendi e la distruzione degli ecosistemi, l’azione dannosa delle aziende che inquinano e distruggono la biodiversità. Come dimenticare – in questo confinamento che fa ormai parte della nostra condizione – le moltitudini che popolano le prigioni del mondo? Come non ricordare tutte quelle vite fatte a pezzi da muri e altre tecnologie di instaurazione del confine, siano essi gli innumerevoli checkpoint che punteggiano molti territori o i mari, gli oceani, i deserti e tutto il resto?

Nel recente passato, non si è parlato d’altro che di accelerazione, di reti di connessione tentacolari che circondano tutto il globo, della meccanica inesorabile della velocità e della dematerializzazione. Si è dato per scontato che il futuro dei gruppi umani e della produzione materiale, così come quello degli esseri viventi, risiedesse nei sistemi computazionali: logica dell’ubiquità, circolazione ad alta velocità e memoria di massa finalizzate ad aiutarci a “trasferire tutte le competenze dei viventi in un duplicato digitale”, e il gioco è fatto[2]. Per questa via, come stadio estremo della nostra breve storia sulla Terra, l’essere umano potrebbe finalmente trasformarsi in un dispositivo plastico. La strada è stata spianata per il completamento del vecchio progetto di estensione di un mercato infinito.

Nell’ebbrezza generale – la corsa dionisiaca di cui ho parlato in altri passi di Brutalisme, che il virus ha iniziato a rallentare, senza però interromperla definitivamente – tutto rimane al suo posto. L’adesso è il momento del soffocamento e della putrefazione, dell’accatastamento e della cremazione dei cadaveri. In breve: è l’ora della resurrezione dei corpi vestiti, delle più belle maschere funerarie e virali. La Terra degli uomini è dunque sul punto di trasformarsi in una ruota rumorosa, in una Necropoli universale? Fino a che punto si estenderà la diffusione dei batteri dagli animali selvatici all’uomo se, di fatto, ogni vent’anni continueremo ad abbattere cento milioni di ettari di foreste tropicali, i polmoni della Terra?

Dall’inizio della rivoluzione industriale, in Occidente, quasi l’85% delle zone umide è stato prosciugato. Mentre la distruzione degli habitat continua senza sosta, le popolazioni in precario stato di salute sono esposte quasi quotidianamente a nuovi agenti patogeni. Prima della colonizzazione, gli animali selvatici, i principali serbatoi di agenti patogeni, erano confinati in ambienti dove vivevano soltanto popolazioni isolate. È il caso, ad esempio, dell’ultimo Paese forestale rimasto al mondo: il bacino del Congo.

Oggi, le comunità che vivevano e dipendevano dalle risorse naturali di questi territori sono state espropriate. Spinti fuori dalle loro case e dai propri terreni da parte di regimi tirannici e corrotti e a causa di vaste concessioni statali a consorzi agroalimentari, non sono più in grado di mantenere le forme di autosufficienza alimentare ed energetica che gli hanno permesso, per secoli, di vivere in equilibrio con la foresta.

3.

In queste condizioni, una cosa è preoccuparsi della morte degli altri, da lontano. Altra cosa è prendere direttamente coscienza della propria putrescibilità, dover vivere in prossimità della propria morte, contemplarla come una possibilità reale. Si deve a questo, almeno in parte, il terrore di essere confinati, di dover finalmente rispondere della propria vita e del proprio nome.

Dobbiamo rispondere qui e ora della nostra vita su questa Terra, insieme gli altri (compresi i virus). Questo momento patogeno rivolge proprio questo tipo di ingiunzione alla specie umana. Ci troviamo in un momento patogeno, ma anche nel momento catabolico per eccellenza, quello della decomposizione dei corpi, della cernita e dello smaltimento di tutti i tipi di rifiuti umani: la “grande separazione” e il grande confinamento, in risposta alla sconcertante diffusione del virus e come conseguenza della digitalizzazione estensiva del mondo.

Per quanto si cerchi di sbarazzarsene come di una zavorra, alla fine tutto ritorna al corpo. Abbiamo cercato di innestarlo su altri media, di farne un oggetto-corpo, un corpo macchina, un corpo digitale, un corpo ontofanico. Eppure il corpo ritorna sotto la sorprendente forma di un’enorme mascella, veicolo di contaminazione, vettore di pollini, spore e muffa.

Sapere che non siamo soli in questa prova – o che si rischia di essere in molti a mancare – fornisce solo un vano conforto. Per quali ragioni, tutto ciò, se non poiché non abbiamo mai imparato a vivere con i vivi, a preoccuparci veramente dei danni causati dall’uomo ai polmoni della Terra e al suo corpo. Ciò che ne consegue è la constatazione che non abbiamo mai imparato a morire. Con l’avvento del Nuovo Mondo e, qualche secolo dopo, con la comparsa delle “razze industrializzate”, abbiamo scelto essenzialmente, in una sorta di vicariato ontologico, di delegare la nostra morte ad altri e di fare dell’esistenza stessa un grande pasto sacrificale.

Presto non sarà più possibile delegare la propria morte ad altri. Questi ultimi non moriranno più al nostro posto. Non saremo solamente più condannati ad assumere, senza mediazione, la nostra stessa morte. Si avvicina l’ora della autofagia e, con essa, la fine della comunità visto che non esiste quasi una comunità degna del nome a cui dare l’ultimo addio, cioè ricordare i vivi nel momento della morte diventa impossibile.

La comunità – o piuttosto l’in-comune – non è basato solamente sulla possibilità di dire addio, cioè, di avere un unico incontro con gli altri e di onorare ripetutamente questo incontro. L’in-comune è basato anche sulla possibilità di condividere incondizionatamente ogni volta estraendo da esso qualcosa di assolutamente intrinseco, una cosa non numerabile, incalcolabile, inestimabile.

Il cielo, ovviamente, non smette di oscurarsi. Nella stretta dell’ingiustizia e della disuguaglianza, gran parte dell’umanità è minacciata da un grande soffocamento e si sta diffondendo la sensazione che il nostro mondo sia sull’orlo del baratro.

Se, in queste circostanze, il “giorno dopo” deve arrivare, non può farlo a scapito di alcuni, sempre gli stessi, come nell’Antica Economia. Dovrà essere necessariamente per tutti gli abitanti della Terra, senza distinzione di specie, di sesso, di cittadinanza, di religione o altro marcatore di differenziazione. In altri termini, non potrà essere se non a costo di una gigantesca rottura, il prodotto di una immaginazione radicale.

Mettere delle toppe non sarà sufficiente. Nel profondo di questo cratere, tutto dovrà essere letteralmente reinventato, a partire dal sociale. Quando lavorare, fare la spesa, informarsi, nutrire e preservare i contatti,  parlarsi e interagire, bere insieme, pregare e organizzare funerali non avverrà più attraverso l’interfaccia di alcuni schemi, sarà tempo di rendersi conto che si è circondati su tutti i lati da anelli di fuoco. In larga misura, il digitale è il nuovo enorme buco che l’esplosione del virus ha creato dentro la terra. Contemporaneamente una trincea, un tunnel, un paesaggio lunare, è il bunker dove gli uomini e le donne sono tutti invitati a nascondersi, in isolamento.

Dicono che attraverso il digitale, il corpo in carne e ossa, il corpo fisico e mortale, saranno liberati dal suo peso e dall’inerzia. Alla fine di questa trasfigurazione, si potrà infine intraprendere la traversata dello specchio, rimosso dalla corruzione biologica e restituito a un universo sintetico di flusso. Un’illusione, perché proprio come non esiste umanità senza corpi, allo stesso modo, l’umanità non conoscerà mai la libertà da sola, al di fuori della società o a scapito della biosfera.

Dobbiamo quindi ricominciare da qualcosa di diverso, visto che è imperativo ridare a tutti gli esseri viventi (compresa la biosfera) lo spazio e l’energia di cui hanno bisogno. Nel suo versante notturno e oscuro, la modernità è stata una guerra interminabile alla vita. Ed è tutt’altro che terminata. Uno dei modi principali di questa guerra, che porta direttamente all’impoverimento del mondo e all’essicamento di intere parti del pianeta, è l’assoggettamento al digitale.

All’indomani di questa calamità del Coronavirus, c’è il pericolo che piuttosto che offrire rifugio a tutte le specie viventi, il mondo entri, purtroppo, in un nuovo periodo di tensione e brutalità. In termini geopolitici, la logica della forza e della potenza continuerà a dominare. In mancanza di una infrastruttura comune, sarà accentuata una feroce divisione del globo e le linee di segmentazione si intensificheranno. Molti stati cercheranno di rinforzare le loro frontiere nella speranza di proteggersi dall’esterno. Cercheranno anche di celare la loro violenza costitutiva che continueranno a dirigere come sempre contro i più vulnerabili. La vita dietro gli schermi e nelle enclave protette da società di sicurezza privata diventerà la norma.

Soprattutto in Africa, e in molte parti del Sud del mondo, l’estrazione energivora, l’espansione agricola, la vendita predatoria di terre e la distruzione delle foreste continueranno a prosperare. L’alimentazione e il raffreddamento dei chip e dei supercomputer dipenderanno da questo. La fornitura e la consegna delle risorse e delle energie per l’infrastruttura informatica globale avranno il costo di limitare ulteriormente la mobilità umana. Tenere a distanza il mondo diventerà la norma in modo da mantenere all’esterno i rischi di ogni genere. Ma visto che non affronta la questione della nostra precarietà ecologica, questa visione catabolica del mondo, ispirata alle teorie dell’immunizzazione e del contagio, difficilmente ci permetterà di uscire dall’impasse planetaria in cui ci troviamo.

4.

La principale proprietà di queste guerre contro la vita è quella di togliere il respiro. In quanto grande ostacolo alla respirazione e alla rianimazione dei corpi e dei tessuti umani, il Covid-19 segue la stessa traiettoria. In effetti, a cosa è dovuta la respirazione se non all’assorbimento di ossigeno e al rilascio di anidride carbonica, o ancora a uno scambio dinamico tra sangue e tessuti? Ma al ritmo con cui va la vita sulla Terra, e considerando quanta ricchezza rimane sul pianeta, siamo così lontani dal tempo in cui ci sarà più anidride carbonica da inalare che ossigeno da respirare?

Prima di questo virus, l’umanità era già minacciata di soffocamento. Se deve esserci una guerra, questa non deve essere tanto contro un virus specifico, ma contro tutto ciò che condanna la maggior parte dell’umanità alla cessazione prematura della respirazione, tutto ciò che attacca fondamentalmente le vie respiratorie, tutto ciò che sulla lunga durata del capitalismo avrà confinato dei segmenti interi di popolazioni e intere razze a una respirazione difficile, senza fiato, a una vita pesante. Ma per uscirne, è ancora necessario capire la respirazione al di là degli aspetti puramente biologici, come quello che ci è comune e che, per definizione, sfugge a tutti i calcoli. In questo modo possiamo parlare di un diritto universale di respirare.

Il diritto universale di respirare non può essere qualificato, poiché esso è il nostro terreno comune ma a differenza del suolo non è possibile appropriarsene. È un diritto che concerne l’universalità e non solamente ciascun membro della specie umana, ma il vivente nel suo insieme. Deve quindi essere inteso come un diritto fondamentale all’esistenza. Come tale, non potrebbe essere oggetto di confisca e quindi sfugge a qualsiasi tipo di sovranità perché condensa, in sé, il principio sovrano. Questo perché costituisce un diritto primordiale di abitare la Terra, un diritto specifico della comunità universale degli abitanti della Terra, umani e non.[3]

Coda

Il processo è stato intentato mille volte. Conosciamo a memoria i principali capi d’accusa. Che si tratti della distruzione della biosfera, del controllo delle menti da parte della tecno-scienza, della disintegrazione delle resistenza, degli attacchi ripetuti contro la ragione, dell’incretinimento delle menti, dell’aumento dei determinismi (genetici, neuronali, biologici, ambientali), i pericoli per l’umanità sono sempre più esistenziali.

Di tutti questi pericoli, il più grande è che tutte le forme di vita siano rese impossibili. Tra chi sogna di caricare la nostra coscienza sulle macchine e chi è convinto che la prossima mutazione di specie risieda nella nostra emancipazione dal guscio biologico, c’è poca differenza. La tentazione eugenetica non si è dissipata. Al contrario, essa è alla base dei recenti progressi della scienza e della tecnologia.

In tale frangente, arriva questa fermata improvvisa, non della storia, ma di qualcosa che sfugge ancora alla nostra comprensione. Visto che ci è stato imposto, questo arresto non deriva dalla nostra volontà. Per molti aspetti, è sia imprevisto sia imprevedibile. Ciò di cui abbiamo bisogno è una cessazione volontaria, un’interruzione consapevole e pienamente consensuale. Senza la quale non ci sarà un domani. Senza la quale non esisterà nulla se non una serie infinita di eventi imprevisti.

Se, infatti, il Covid-19 è l’espressione spettacolare dell’impasse planetaria nella quale l’umanità si trova, allora si tratta, né più né meno, di ricomporre una Terra abitabile che ci possa offrire tutte la possibilità di una vita respirabile. Si tratta, dunque, di riconquistare l’energia del nostro mondo, al fine di forgiare nuove terre. L’umanità e la biosfera sono legate. L’una non ha alcun avvenire senza l’altra. Saremo capaci di riscoprire l’appartenenza alla stessa specie e il legame indissolubile con l’insieme del vivente? Questa potrebbe essere la domanda, l’ultima, prima che la porta si chiuda una volta per tutte.

La versione originale dell’articolo è apparsa su AOC. Traduzione a cura di Gabriele Proglio e Francesco Zucconi.

[1] Achille Mbembe et Felwine Sarr, Politique des temps, Philippe Rey, 2019, p. 8-9.

[2] Si veda Alexandre Friederich, H+. Vers une civilisation 0.0, Editions Allia, 2020, p. 50.

[3] Sarah Vanuzem, La propriété de la Terre, Wildproject, Paris 2018; Marin Schaffner, Un sol commun. Lutter, habiter, penser, Wildproject, Paris 2019.

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