Cinque Colpi


immondezza atomica

Di Slavoj Žižek. Fonte originale: Blog da Boitempo, 12 marzo 2020. Traduzione di Enrico Sanna.

Ben venga il deserto virale! Il coronavirus e il comunismo reinventato.

L’attuale diffusione dell’epidemia del coronavirus ha scatenato nella nostra società virus ideologici che dormivano da tempo: fake news, complottismi paranoici, eruzioni razzistiche… La necessità concreta e ben fondata di porre in pratica quarantene ha fatto nascere, di riflesso, pressioni ideologiche che impongono di erigere frontiere chiare e sottomettere ad isolamento i “nemici” che minacciano la nostra identità.

Ma è possibile che finisca per diffondersi anche un altro virus, più benigno, e la speranza è che ci infetti tutti. Ovvero un virus che ci spinga a pensare una società alternativa, oltre lo stato nazione, sotto forma di cooperazione e solidarietà globale. Si specula molto sulla possibilità che il virus porti al crollo del governo comunista in Cina, così come (fu lo stesso Gorbaciov ad ammetterlo) la catastrofe di Cernobyl fu l’evento decisivo che fece implodere il comunismo sovietico. E qui c’è un paradosso, perché il coronavirus dovrebbe spingerci a reinventare il comunismo partendo dalla fiducia nel popolo e nella scienza.

Nella scena finale di Kill Bill: Volume 2, di Quentin Tarantino, la protagonista Beatrix (Uma Thurman) colpisce il cattivo Bill (David Carradine) con la “tecnica dei cinque punti che fanno scoppiare il cuore” , il colpo più mortale di tutti le arti marziali. La tecnica consiste in una combinazione di cinque colpi con la punta delle dita in cinque punti del corpo con pressioni diverse. Qualche tempo dopo aver subito il colpo, la vittima si volta, fa cinque passi, e si accascia mentre il cuore scoppia. Inutile dire che il colpo fa parte della mitologia delle arti marziali di tipo cinese e non può essere riprodotto nella realtà. Nel film Bill, dopo aver ricevuto i cinque colpi da Beatrix, parla pacificamente con lei, quindi fa cinque passi e muore… A rendere tanto affascinante il colpo è il fatto che tra il colpo e la morte trascorre qualche tempo: una volta colpito, posso chiacchierare con calma purché stia seduto, ma so che quando mi alzerò per andarmene, il mio cuore scoppierà e io cadrò stecchito.

In un certo senso, l’idea dietro le speculazioni su come il coronavirus può portare al crollo del governo comunista cinese è qualcosa di simile. È come se questa epidemia fosse una sorta di attacco sociale al regime comunista cinese con il “colpo dei cinque punti”. Una volta colpiti, si può rimanere seduti, commentare la situazione con tranquillità, parlare della solita quarantena e così via…, ma basta un qualche cambiamento reale dell’ordine sociale (come fidarsi delle persone) e inevitabilmente arriva al collasso… La mia modesta opinione, però, è molto più estremista. Mi pare che questa epidemia di coronavirus sia una sorta di “colpo dei cinque punti” contro tutto il sistema capitalista globale. Significa che non possiamo continuare a fare come prima, che occorre un cambiamento radicale.

Qualche anno fa il critico letterario e saggista Fredric Jameson richiamò l’attenzione sul potenziale utopico presente nei film che parlano di catastrofi cosmiche. Una minaccia globale, come un asteroide che mette a rischio la vita sul pianeta terra o una pandemia che annienta la vita umana, potrebbe far nascere una nuova solidarietà globale. Davanti alle minacce, le nostre meschine differenze diventano insignificanti e tutti cominciamo a lavorare assieme per trovare una soluzione. Questa è la situazione attuale. Vedete, il punto non è approfittare sadicamente della sofferenza generale purché contribuisca alla nostra causa. Tutt’altro. Si tratta di riflettere sul triste fatto che abbiamo bisogno di una catastrofe di queste dimensioni per ripensare le basi della società in cui viviamo.

Il primo modello, ancora vago, di questo genere di coordinazione globale è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (oms), che non offre la solita paccottiglia burocratica ma avvertimenti precisi divulgati senza clamori. Dovremmo dare più potere esecutivo a questo genere di organizzazioni. Gli scettici prendono in giro Bernie Sanders perché vuole la sanità gratuita per tutti gli statunitensi; ma ciò che questa epidemia di coronavirus insegna non è forse che occorre andare oltre e cominciare a costruire una rete globale di assistenza sanitaria?

Un giorno il viceministro iraniano alla sanità, Iraj Harirchi, fa una conferenza stampa per cercare di minimizzare l’allarme sulla diffusione del coronavirus e per affermare che non occorre attuare quarantene di massa, ma poi con un lapsus ammette di aver contratto il virus e di essersi autoimposto l’isolamento (già durante la prima apparizione televisiva si vedevano i sintomi della febbre e della fiacchezza). Poi ha aggiunto: “Questo virus è democratico, non fa distinzione tra poveri e ricchi o tra politici e cittadini comuni.” In questo senso, ha perfettamente ragione: siamo tutti nella stessa barca.

E non abbiamo a che fare solo con le minacce virali. Ci sono altre catastrofi in vista, o forse stanno già accadendo: siccità, ondate di calore, enormi tempeste. In tutti questi casi, la risposta corretta non deve essere il panico generale. Occorre lavorare duramente e immediatamente per stabilire un qualche genere di coordinamento globale efficiente.

La prima illusione da rifuggire è quella formulata da Trump durante la sua visita in India, ovvero che l’epidemia passerà presto, basta aspettare il picco dopodiché la vita tornerà come prima… La Cina dopotutto si sta già preparando a questo: i media hanno già annunciato che, una volta passata l’epidemia, la gente dovrà lavorare anche il sabato e la domenica per recuperare l’arretrato. Contro queste troppo facili speranze la prima cosa che bisogna capire è che la minaccia resterà: anche se l’onda si ritira, tornerà in forme nuove, magari più pericolose.

Per questo c’è da sperare che le epidemie virali influiscano sulle nostre interazioni più elementari con gli altri, con le cose e anche con i nostri corpi. Evitare di entrare in contatto con cose che potrebbero essere “contaminate”, non toccare libri, non sedersi in un bagno pubblico o su una panchina, cercare di non abbracciare altre persone o stringere la mano… forse riusciremo a controllare anche i gesti spontanei, come toccare il naso, sfregare gli occhi e grattarci. Ovvero, non sarà solo lo stato o altre istituzioni a controllarci, ma dobbiamo apprendere a controllarci e disciplinarci da noi.

Forse solo la realtà virtuale è considerata sicura, e muoversi in uno spazio aperto è diventato una libertà riservato alle isole private dei più ricchi. Ma bisogna ricordare che anche nella realtà virtuale e su internet termini come “virus” e “virale” indicano principalmente fenomeni digitali che infettano il nostro spazio virtuale, fenomeni di cui non eravamo coscienti, almeno non finché non ne è stato liberato il potere distruttivo (di alterare i dati o mandare in tilt il disco rigido). Quello che vediamo oggi è un ritorno potente del significato originale del termine. Le infezioni virali operano parallelamente in entrambe le dimensioni, reale e virtuale.

Altro fenomeno stravagante è il ritorno trionfale dell’animismo capitalista, il fatto di considerare fenomeni sociali, come il mercato o il capitale finanziario, come entità vive. A leggere i titoli dei giornali più diffusi, l’impressione è che ciò che realmente dovrebbe preoccuparci non sono le migliaia di persone che sono morte (e le migliaia che moriranno ancora), ma il fatto che “i mercati si stiano innervosendo”; il coronavirus sta disturbando sempre più in profondità il buon funzionamento del mercato mondiale e, così dicono, la crescita potrebbe subire un calo del due o tre percento… Ma questo non evidenzia chiaramente la necessità urgente di riorganizzare la nostra economia così che non rimanga alla mercé dei meccanismi del mercato? Non mi riferisco al vecchio comunismo, è chiaro, ma più semplicemente a qualche tipo di organizzazione globale capace di controllare e regolare l’economia, e magari anche limitare la sovranità dello stato nazione quando è necessario. Interi paesi sono stati in grado di farlo in tempo di guerra, e noi ci stiamo effettivamente avvicinando, tutti noi, ad uno stato di guerra sanitaria.

E poi dobbiamo evidenziare senza timore certi effetti collaterali potenzialmente benefici di questa epidemia. Vediamo simbolicamente i passeggeri delle grandi crociere che ora sono come prigionieri (in quarantena); ironia del destino, direi, vista l’oscenità di questi passatempi. Dobbiamo solo stare attenti che l’accesso alle isole deserte o ad altri resort esclusivi non diventi privilegio della minoranza ricca, come accadeva molti anni fa con l’aereo. La produzione di automobili è stata colpita duramente, e questo potrebbe costringerci a pensare ad alternative alla nostra ossessione dei veicoli individuali… L’elenco può continuare all’infinito.

Recentemente, Viktor Orbán ha detto: “Il liberale non esiste. Il liberale non è altro che un comunista col diploma.” Ma, e se in fondo fosse vero il contrario? Se chiamiamo “liberali” quelli a cui sta a cuore la nostra libertà, e “comunisti” quelli che sanno che possiamo salvare la nostra libertà solo con un cambiamento radicale, visto che il capitalismo globale si avvicina alla crisi, allora dobbiamo dire che chi ancora si considera comunista è un liberale col diploma, un liberale che ha indagato seriamente la ragione per cui i nostri valori liberali sono minacciati e ha capito che solo un cambiamento radicale può salvarli.

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