Se non è Zuppa…


panopticon

Di Clément Homs. Originale pubblicato su Baierle il 4 aprile 2020 con il titolo Breve história da relação polar entre o Estado e o mercado. Traduzione di Enrico Sanna.

Breve storia della relazione polarizzata tra stato e mercato

Stato e mercato non sono mai state istituzioni antitetiche o opposte tra loro. La borghesia liberale e la sinistra altercapitalista ha voluto credere così pensando che la socializzazione statale dei mezzi di produzione fosse l’opposto del mercato privato, secondo un’opinione diffusa. Ognuno di questi due poli, stato o mercato, può assumere un’importanza maggiore o minore secondo come si configura il capitalismo. Ma non sono mutuamente esclusivi; al contrario, l’uno presuppone l’altro: che si tratti di statalismo o liberalismo, dittatura politica o dittatura del mercato autoregolato, si tratta sempre di capitalismo. Il capitalismo di stato e il capitalismo della “libera” concorrenza sono in fin dei conti due lati della stessa moneta.

La sinistra non fa meglio della borghesia liberale, non capisce la relazione di complementarità tra stato e mercato. La borghesia creò un’ideologia apologetica liberale quando il mercato poteva andare con le sue gambe e lo stato restava sullo sfondo della società delle merci. Su questo punto la sinistra altercapitalista del ventesimo secolo tirò conclusioni errate, arrivando a vedere un’opposizione tra stato e capitalismo.

Da allora la sinistra difende l’allargamento del ruolo dello stato: chiede la nazionalizzazione delle industrie, sollecita una politica keynesiana dell’aumento della “spesa pubblica” sulla base del credito, difende strenuamente i “servizi pubblici”. In sostanza, vuole una pianificazione che eviti la “anarchia di mercato”, anzi una statalizzazione “rivoluzionaria” della società. Vorrebbe che il “capitalista collettivo”, ovvero lo stato, garantisse la riproduzione generale del sistema.

Il liberalismo “antitotalitario”, così come l’ideologia di “sinistra” che predica l’allargamento del ruolo dello stato, in realtà non sono altro che due costellazioni ideologiche create in diverse fasi storiche della società capitalista. Nel corso della dinamica storica di tale società, la prevalenza del mercato rispetto allo stato, mantenuta invariata la relazione polare tra essi, si invertì mantenendo inalterata la socialità capitalista.

Karl Polanyi fa un’ipostatizzazione negativa del concetto di “economia di mercato” nel momento in cui “compare l’idea di autoregolazione”, che egli interpreta erroneamente come un “rovesciamento totale nel modo di sviluppo del capitalismo”. Un momento che gli appare “orchestrato dalla politica”, tanto che lo paragona al mercantilismo in cui norme e mercati crescevano assieme”[1]. Ma fa anche un’ipostatizzazione negativa del polo statale e normativo, visto come la “autoprotezione della società” che si oppone all’altro polo, quello del mercato autoregolato. Polanyi non riesce a vedere il nesso interno tra stato e mercato. Capovolge la differenza tra momento politico e momento economico del capitalismo. Considera l’economia separata un “pericolo mortale per la sostanza della società”. Dunque, separare significa collocare la politica in secondo piano[2]. La soluzione del problema esisteva: “regolamentare e dirigere diventa il modo per garantire la libertà non solo per qualcuno, ma per tutti”[3]. È con la nascita di una sinistra liberale e di una “sinistra di sinistra” antiliberale /altercapitalista che si cristallizzano due costellazioni ideologiche, la sinistra e la destra, estremi politici della stessa società capitalista, frutto della cristallizzazione di tale separazione.

Quello che la sinistra dimentica, quando pretende di opporsi al capitalismo sostenendo una versione positiva dello stato, non è solo la questione delle forme sociali di base del capitalismo (lavoro, valore, denaro e merci), o anche solo la comprensione dell’ostilità reciproca tra le sfere economica e politica. Quello che dimentica è anche la questione della dinamica immanente al capitalismo; la relazione polare tra stato e mercato entro tale dinamica è una caratteristica fondamentale della modernità in atto.

La dinamica concreta e immanente dell’accumulazione di capitale è anche il punto di partenza concettuale di un’analisi delle funzioni dello stato. In questo senso, la relazione tra stato e mercato, così come le funzioni di tale relazione, nella storia della formazione sociale capitalista non è mai definitiva. Le due cose sono determinate da questa dinamica, si evolvono passando attraverso le diverse configurazioni storiche e cicliche che si succedono nel capitalismo[4]. Stato e mercato non sono mai state istituzioni antitetiche o opposte. La borghesia liberale e la sinistra altercapitalista hanno voluto crederci pensando che la socializzazione statale dei mezzi di produzione fosse il contrario del business, perché così accade solitamente. Ognuno dei due poli opposti, stato o mercato, può assumere maggiore o minore importanza a seconda delle configurazioni del capitalismo. Ma non si escludono mai reciprocamente; al contrario, si presuppongono: che sia statalismo o liberalismo, dittatura politica o dittatura del mercato autoregolato, si tratta sempre di capitalismo. Il capitalismo di stato e quello della “libera” concorrenza sono insomma due facce della stessa medaglia.

Così, dato il carattere asincrono dello sviluppo capitalista su scala globale, anche ai tempi della configurazione liberal-nazionale ottocentesca lo stato agì in maniera diversa secondo gli stadi di sviluppo delle forme sociali di base, e questo tanto nei paesi centrali quanto nella periferia. Nei primi si comportò da “stato-dirigente”, ma una volta superate le relazioni sociali premoderne, quando l’accumulazione cominciò a reggersi da sola grazie allo sfruttamento del lavoro vivo, ecco che lo stato divenne “guardiano notturno”, che si limita a proteggere le libertà individuali e la proprietà privata. Fino alla fine dell’ottocento. Quindi lo stato è semplicemente la retroguardia delle imprese industriali, commerciali e finanziarie finché il mercato sembra abbastanza forte da andare con le proprie gambe. I liberali che invocano la “mano invisibile” del mercato non fanno che ipostatizzare, o ontologizzare, questa fase storica delle relazioni tra stato e mercato, confondendola con la presunta essenza del capitalismo. Detto altrimenti, il liberalismo è l’ossificazione apologetica di una fase storica del capitalismo.

Nella periferia, per contro, lo stato ha assunto di norma una forma interventista. La strada scelta solitamente era quella della “dittatura della modernizzazione”, una forma di capitalismo basato sugli apparati di sicurezza e repressione, ovvero sullo “stato profondo”. Come una sorta di Sisifo, lo stato tenta continuamente di imporre la modernizzazione, il decollo, basandosi sull’accumulazione centralizzata nazionale, un tema su cui bisognerebbe tornare.

A cominciare dalla fine del diciannovesimo secolo, soprattutto durante quella che Eric J. Hobsbawm chiama “era delle catastrofi” (1914-1947), le crisi del capitalismo liberale portarono a vari tentativi di rafforzare l’intervento statale sull’economia. Il fatto è ricorrente nella storia del capitalismo. Quando sorgono problemi nell’ambito dell’accumulazione, le borghesie, già liberali, rompono gli indugi e chiedono aiuto allo stato, diventando palesemente interventiste. Alla fine del diciannovesimo secolo, lo “stato guardiano notturno”, considerato liberale, comincia a cambiare. Cresce costantemente l’azione statale sull’economia, soprattutto sul lato dei costi interni della produzione di ricchezza capitalista (soprattutto scuole e trasporti). La polarizzazione delle relazioni dal lato dello stato è ancora più evidente dopo la “Grande Depressione” degli anni trenta, perché la valorizzazione del capitale, come notano Trenkle e Lohoff, da sola probabilmente non si sarebbe riavuta. Per superare la crisi e iniziare un nuovo ciclo di crescita furono necessari massicci interventi di politica economica e una ridefinizione fondamentale del ruolo dello stato nei confronti del mercato. L’economia di guerra, sostanzialmente un keynesismo di guerra, grazie all’esplosione della spesa pubblica finanziata dal credito, alimentò la domanda e generò un aumento della capacità produttiva e, di conseguenza, una crescita del lavoro[5].  È proprio ora che le autorità statali cominciano a partecipare massicciamente alla creazione di capitale fittizio, quando la moltiplicazione di questo, a partire dagli anni trenta, comincia a diventare il “motore” dell’accumulo reale, per usare la metafora di Trenkle e Lohoff. Ma fu soltanto durante la cosiddetta “epoca d’oro” (Hobsbawm) del boom fordista, tra il 1947 e i primi anni settanta, che una sintesi di questi modelli più interventisti si sviluppò globalmente nel suo insieme.

Il nuovo ruolo dello stato nel sistema economico portò al “primato della politica” (che intendeva superare il vecchio capitalismo!). Il ciclo 1914-1970 era cieco davanti alla natura dell’autosostentamento del boom fordista, tanto da scambiarlo per condizione normale del capitalismo. Tutti i centri dell’accumulazione entrarono in crisi negli anni settanta, e “siamo tutti keynesiani” diventò “siamo tutti thatcheriani” nei decenni seguenti. Questo “aiuto finanziario” dato dallo stato portò ad un boom economico autosostenuto della produzione, permettendo così una nuova onda di sfruttamento del lavoro vivo. Come notano Trenkle e Lohoff, a fronte delle innovazioni tecnologiche fordiste che permettevano un enorme risparmio di forza lavoro, la produzione si basava sull’impiego massiccio di lavoratori in giganteschi complessi industriali. Durante il boom fordista, questo sviluppo fu accompagnato da una massiccia espansione dell’attività statale, indispensabile per garantire le condizioni generali e le condizioni sociali del boom[6]. Finché il capitale circolante rimaneva il motore di un accumulo autosostenibile di capitale tramite lo sfruttamento del lavoro vivo, ovvero fino alla fine del boom fordista negli anni settanta, i programmi economici statali, attuati grazie alla crescita del debito pubblico, spingevano la domanda, producendo così un eccezionale accumulo di valore. Il boom diede vita allo stato keynesiano-fordista (stato sociale) in grado di sostenere la sfera secondaria e derivata della riproduzione sociale del sistema produttore di merci. Sostenne anche la riproduzione della forza lavoro tramite la previdenza sociale, le pensioni, i sussidi di disoccupazione e così via. Lo stato riusciva inoltre a proteggere il capitale nazionale dalla concorrenza tramite la svalutazione della moneta, il che rendeva possibile esportare beni a prezzo più basso (un’epoca, quella della sovranità monetaria, che oggi è oggetto di rimpianto astratto e pertanto rientra nei programmi dei partiti nazionalsocialisti). Le banche centrali, tramite la politica monetaria, parteciparono all’accumulazione di capitale fittizio per tutto il ventesimo secolo[7].

Alla fine degli anni settanta, tutti gli strumenti classici della politica economica e monetaria cominciano a mostrarsi inefficaci, e sono gli stati, a partire dai primi anni ottanta, ad attuare il “capitalismo invertito” (Trenkle e Lohoff). Questi svolgono pertanto il ruolo di “maestro” dell’accumulazione di capitale fittizio a livello globale. È sotto la direzione dello stato che cambia il centro di gravità dell’accumulazione di capitale, dal capitale circolante al capitale fittizio, generando così un nuovo regime di accumulazione: l’anticipo della produzione futura dà sostanza al boom postfordista[8]. Durante l’età d’oro del capitale fittizio (dalla metà degli anni ottanta alla crisi della primavera 2000) avviene un’accumulazione accelerata e autosostenuta di capitale fittizio nel settore privato, “senza alcun aiuto significativo da parte dello stato e delle banche centrali. Queste ultime avevano solo una funzione di accompagnamento”[9]. Con il crollo della primavera 2000, l’accumulazione di capitale fittizio perde l’autosostenibilità. Stati e banche centrali diventano strutture di sostegno (spesa in deficit e abbassamento dei tassi d’interesse) della moltiplicazione del capitale fittizio. Fino alla crisi del 2008, quando le cose cambiano un’altra volta. Nell’autunno 2008, ai primi segni della doppia crisi della sovraccumulazione (di capitale circolante e fittizio), si ha un cambiamento. Invece di limitarsi a sostenere da fuori, gli stati e le banche centrali cominciano a prendere il posto del settore privato nella produzione di capitale fittizio. Con gli stati che emettono debito pubblico e le banche centrali che riacquistano i titoli, “la bolla dello stato diventa il fattore centrale nella creazione di capitale fittizio”[10]. Questo è anche il punto di partenza della prossima crisi.

Nel corso degli anni ottanta, le “tigri” asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) decollano grazie al loro ruolo di “stati strategici” e grazie a politiche statali che proteggono l’industria nascente (con barriere alle importazioni, tra l’altro). A questo protezionismo si aggiungono politiche economiche di accompagnamento che riguardano i tassi di cambio, i tassi d’interesse, i sussidi, le normative e altro). La Russia post-sovietica si avvia su questa strada dopo il capitalismo selvaggio dei caotici anni novanta. Non poteva fare altrimenti. Nel 2017, il 70% dell’economia russa dipendeva dallo stato: è noto il peso schiacciante dell’industria degli idrocarburi sul pil (30%) e sul bilancio dello stato (50%). La Russia non rappresenta un nuovo modello di sviluppo. Ovvero, non è mai uscita dal capitalismo di stato[11]. Durante il ventesimo secolo, la vittoria del capitalismo fu straordinariamente rapida nel tempo e nello spazio. Ma nonostante l’espansione non ha mai cessato di essere un sistema globale asincrono. In questo sistema, l’emergere di nuovi attori sul mercato mondiale dipende sempre da un capitalismo di stato. Che non è l’antitesi del mercato, ma anzi la forma che necessariamente assume l’accumulazione di capitale data la condizione di asincronia generale.

Insomma, il protezionismo non è mai l’antitesi del libero commercio. Non genera autarchia, come pensa l’apologetica liberale borghese. È utilizzato selettivamente e temporaneamente per consolidare un regime di accumulazione dentro la nazione, al fine di fortificarlo e prepararlo alla competizione sul mercato globale. Non va contro il mercato, come credono tanto i protezionisti borghesi quanto i loro compagni altercapitalisti di sinistra. Si sa benissimo che il protezionismo è soltanto una preparazione interna dell’economia nazionale in vista della competizione sul mercato globale. Liberalismo e protezionismo (…) sono sì due momenti complementari che accompagnano tutte le modernizzazioni di successo, ovvero quelle che sono riuscite a stare al passo (catch up) nel corso del diciannovesimo e ventesimo secolo. Ma è anche vero che sono pur sempre capitalismo.

Fonte: Palim Psao – 29 Février 2020Eleutério Prado Blog – A relação entre mercado e Estado (versão para o português) 30/03/2020

Note

[1] Karl Polanyi, La Grande Transformation, Gallimard, 1983,

[2] Karl Polanyi, ibid., p.

[3] Karl Polanyi, ibid., p.

[4] Per un’illustrazione di questo punto vorrei rimandare al mio saggio « La roue à hamster. Esquisse pour une histoire de la dynamique et de la trajectoire du capitalisme au XXe siècle », in revue Illusio, n°16/17, vol. 4, Bord de l’eau.

[5] Lohoff e Trenkle, op. cit., p.

[6] Ibidem, pag. 41. “Il passaggio al metodo di produzione fordista negli anni venti, notano Trenkle e Lohoff, aprì indubbiamente nuovi potenziali ambiti di valorizzazione, ma non fu possibile far fronte al costo degli investimenti necessari a realizzare questi potenziali nel contesto di una semplice creazione di capitale fittizio entro l’economia privata. Il passaggio al keynesismo abbatté questo ostacolo. Quando lo stato entrò in scena non solo come venditore (il potere pubblico e il suo debito), ma anche come compratore (banca centrale) di beni di secondo ordine, la produzione di capitale fittizio acquisì le dimensioni e la continuità necessarie all’attuazione completa della produzione fordista”. Ibid. pag. 228.

[7] Per capire la “funzione di generalità astratta del denaro” rappresentata dalle banche centrali, vedi La grande desvalorization, ibid. pag. 172 e nota 1, pag. 203.

[8] Riguardo questi aspetti, sui quali non possiamo qui andare nel dettaglio, vedi La révolution néolibérale et l’installation du capitalisme inversé, ibid., p. 245-259.

[9] Ibid., p. 320.

[10] Ibid.

[11] L’économie russe dans l’impasse, La Croix, 12 de março de 2018.

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