Urge un Incendio!


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Di André Luiz Barbosa da Silva. Fonte: Disparada. Titolo originale: George Floyd assassinado pela polìcia: ninguém mais é capaz de respirar. Traduzione di Enrico Sanna.

George Floyd assassinato dalla polizia: nessuno può più respirare

La carne più economica sul mercato è quella nera
che al carcere ci va gratis
E avvolta nella plastica
Che va gratis alla sottoccupazione
E all’ospedale psichiatrico.[1]

George Floyd è un altro negro vittima della violenza selettiva dello stato, un altro negro vittima della violenza della società delle merci. George Floyd è Amarildo, Marielle Franco, João Victor, João Pedro, una delle tante vittime di una società che puzza di morte.

A fare orrore in questo paragrafo è: un altro. Mentre il suo corpo si irrigidisce e diventa freddo, sicuramente un altro negro o un’altra negra stanno entrando nell’obitorio, vittime di un Derek Chauvin e dei suoi complici.

Secondo l’agenzia giornalistica Associated Press, nel corso dei suoi diciannove anni di carriera Chauvin ha ricevuto venti denunce formali e due richiami. La maggior parte è stata archiviata. (…) Nel 2014 un uomo di colore, Lamar Ferguson, ha denunciato Thao e un altro agente per essere stato aggredito senza una ragione mentre andava a casa della fidanzata. Tre anni dopo è stato firmato un accordo per chiudere il caso in cambio di 25 mila dollari.[2]

Si capisce quindi che gli atti violenti sono routine, questa è l’oscenità evidente della legge nell’azione violenta dello stato giorno dopo giorno, una macchina che tritura le persone, quelli che non servono più alla riproduzione del valore e dell’economia.

Questa società, che si sciacqua la bocca con il discorso giuridico, con il discorso della legge, dei diritti universali dell’uomo, non capisce che l’unica legge che conta è in ultima istanza la legge del valore.

In altre parole, in una società di classi multietniche l’uguaglianza è una finzione giuridica (non esistono nella storia del capitalismo società nazionali che non abbiano al loro interno gruppi di persone soggiogate, come gli irlandesi in Inghiltera, i meridionali in Italia e cosi via). (…) Il dominio sociale impersonale, caratteristica di una società alienata, pur nell’incoscienza della sua riproduzione, ha dietro a sé una storia che gli ha dato l’impulso, una fonte da cui traggono rinnovamento le sue energie e le sue abitudini, che mantiene determinate relazioni sociali. In quest’ottica, la stupidità dell’uomo bianco è l’incarnazione di questo potere, che ricorda come la legge può sempre essere modificata dalla legge del valore. È questo il reale potere della disuguaglianza.[3]

George Floyd, prima ancora di essere vittima della violenza poliziesca, era un predestinato, come gran parte di quelle persone considerate non più redditizie, e che trovano nella sottoccupazione il modo di tenersi in vita con un minimo di condizioni di sopravvivenza.

Secondo il quotidiano “Chicago Tribune”, Floyd faceva parte di quella massa di disoccupati causata negli Stati Uniti dalla pandemia di coronavirus. Aveva perso il lavoro di sorvegliante in un ristorante quando l’attività aveva chiuso per rispettare le misure di contenimento.[4]

Qui occorre fare una piccola osservazione: questa massa di disoccupati non è responsabile del coronavirus, che è imputabile a fatti precedenti.[5] Questo non per negare l’aumento circostanziale immediato della disoccupazione, ma per far capire che le cause non possono essere attribuite interamente ad agenti esterni[6]. In altre parole, voglio dire che la crisi è strutturale e a causarla non è stata una determinata situazione originatasi esternamente al sistema produttore di merci.

(…) c’erano settori sempre più ampi della popolazione mondiale che venivano trascinati nella miseria assoluta semplicemente perché, come forza lavoro, non erano più necessari alla valorizzazione del capitale. (…) in Unione Europea, Stati Uniti e Giappone era sempre più evidente il processo di crisi generalizzata di una società basata sul lavoro e sulla produzione di merci. A partire dagli anni ottanta, sono cresciuti enormemente i fenomeni di esclusione sociale; la disoccupazione di massa è stata contenuta a furia di “programmi occupativi” finanziati dal credito, e con profonde manipolazioni dei dati statistici, oppure con l’imposizione di salari da miseria e il trasferimento forzato verso il cosiddetto “settore informale”.[7]

Floyd, e assieme a lui una grossa fetta della società, non poteva più respirare. Le sue grida di dolore non contro uno, ma ben quattro uomini armati e ben equipaggiati, è il grido dei brasiliani che vivono nelle periferie, dei ghetti statunitensi, dei rifugiati in Europa, della popolazione mondiale che affonda sempre più nella povertà e nella miseria.

È un grido universale. George Floyd non è più un uomo ma un simbolo della lotta contro la sottomissione, la miseria e la violenza.

Ora, prima che i cuori pacifisti e liberaldemocratici insorgano e lancino accuse del tipo “fine della violenza? Ma guardate cosa hanno fatto alla città!”, “la violenza non si combatte con la violenza” e tutte quelle cose che abbondano sulle reti sociali, è bene rileggere quello che Herbert Marcuse correttamente scriveva in un saggio intitolato “il problema della violenza nell’opposizione”:

(…) questo significa che il principio della non violenza non fa altro che riprodurre la violenza istituzionalizzata dell’ordine esistente. Nella società industriale monopolista, la violenza istituzionalizzata si concentra, come mai era accaduto in passato, nel potere che permea tutto il corpo sociale.[8]

Ricordo che secondo Marcuse l’idea di violenza si presenta in due forme diverse: una è la violenza della liberazione, e l’altra la violenza dell’aggressione (violenza istituzionalizzata). Nel nostro caso, le immagini della città di Minneapolis in fiamme sono un esempio chiarissimo di violenza di liberazione, l’urlo sonoro e potente degli oppressi che, pur senza aria, pur senza respiro, dimostra l’impossibilità di una società che divora se stessa.

La violenza istituzionale è descritta benissimo dalla filosofa militante Angela Davis in un’intervista concessa alla televisione svedese nel 1972 in un carcere dello stato della California:

(…) visto il modo in cui è organizzata la società, data la violenza che esiste dappertutto, dobbiamo aspettarci molte di queste esplosioni. Dobbiamo aspettarci reazioni di questo tipo. Se hai vissuto in una comunità nera tutta la tua vita e esci per strada ogni giorno e vedi i poliziotti bianchi che ti cercano… Io, per esempio, quando vivevo a Los Angeles, molto prima che si creasse questa situazione, venivo spesso fermata dalla polizia. No, la polizia non sapeva chi ero, ma ero una donna nera con i capelli al naturale e immagino che pensassero che potevo essere una “militante” (…) E quando vivi sempre in queste condizioni… E mi chiedi se approvo la violenza? Non ha senso. Se approvo le armi? Io sono cresciuta a Birmingham, in Alabama. Molti dei miei cari amici sono stati uccisi dalle bombe messe dai razzisti. Mi ricordo quando ero piccola, ricordo il boato delle bombe che esplodevano nella strada di fronte, e la nostra casa che tremava. Mi ricordo di mio padre, che doveva avere sempre un’arma a portata di mano perché potevamo essere attaccati in qualunque momento. Il capo della polizia di allora, si chiamava Bull Connor, andava spesso alla radio e diceva cose come: “I negri [niggers] si sono trasferiti in un quartiere bianco, prepariamoci a far scorrere il sangue stanotte.” E ovviamente il sangue scorreva. Poi quattro ragazzine che vivevano vicino a casa mia… Io ero molto amica della sorella di una di loro e una mia amica andava molto d’accordo con tre di loro. Tanto più che mia madre era professoressa di una di loro. Poi c’è stata tutta la storia delle bombe, e la madre di una di queste ragazze ha chiamato mia madre e le ha detto: “Può portarmi in chiesa a prendere Carol? Abbiamo sentito delle bombe e sono senza auto.” E sono andate lì e sai cos’hanno trovato? Hanno trovato arti e teste sparse dappertutto. Dopo questo fatto, gli uomini del mio quartiere hanno organizzato una pattuglia armata, hanno preso le armi in mano e hanno cominciato a pattugliare la comunità tutte le notti, perché non volevamo che succedesse nuovamente. Per questo quando qualcuno mi fa domande sulla violenza… semplicemente… io semplicemente rimango stupita, perché significa che chi mi fa questa domanda non ha la benché minima idea di quanto soffrano le persone di colore, di quello che subiamo in questo paese fin da quando fu rapita la prima persona dalle coste africane.[9]

Le migliaia di George Floyd che sono scese nelle strade degli Stati Uniti sono venute per mostrare il fallimento totale di questa forma di socialità, la rabbia verso questo modo di vivere e verso la repressione, ma anche verso la situazione in generale.

Il palazzo in fiamme è molto istruttivo. Il fuoco, viste le immagini ricorrenti di internet e citando il filosofo greco Eraclito, è ciò che dà origine al cambiamento. Nel suo libro “Lezioni di storia della filosofia, Hegel, commentando la filosofia della natura di Eraclito e il principio “eracliteo” scrive:

Il fuoco è il tempo fisico, il movimento assoluto, la dissoluzione assoluta dell’esistente; la distruzione dell’altro ma anche di se stesso; ecco perché Eraclito, partendo dalla sua definizione fondamentale, vede il fuoco come idea di processo con tutte le conseguenze.[10]

Così non resta che sperare che le fiamme non si spengano, che bruci tutto questo sistema marcio che divora le vite umane, e che tutti noi diventiamo negri e negre secondo gli ideali dei rivoluzionari haitiani, ovvero che non ci sia più sfruttamento e che tutti possiamo vivere in una società priva di quelle forme sociali che distruggono la nostra vita. Compagni e compagne, che possiamo respirare!


Note:

[1] Componimento di Marcelo Yuka, Seu Jorge e Ulisses Cappelletti. Merita attenzione anche la versione resa popolare e interpretata musicalmente dalla voce roca inconfondibile e armoniosa di Elza Soares. Il brano si può ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=yktrUMoc1Xw

[2] Vedi: https://epoca.globo.com/mundo/caso-george-floyd-quem-era-americano-negro-morto-sob-custodia-o-que-se-sabe-sobre-policial-branco-que-matou-24452304

[3] Marildo Menegat, Quelle Lancette!

[4] Vedi: https://g1.globo.com/mundo/noticia/2020/05/29/preso-policial-suspeito-de-participar-da-morte-de-george-floyd-em-minneapolis-diz-imprensa-dos-eua.ghtml

[5] Cito alcuni riferimenti consultabili. Avverto che si tratta di citazioni prese da media liberali, ma che forse rafforzano l’argomento, soprattutto le ottimistiche aspettative di certi commentatori economici: https://g1.globo.com/economia/noticia/2020/02/07/eua-criam-225-mil-vagas-em-janeiro-mas-desemprego-sobe-para-36percent.ghtml (Gli Usa hanno creato 225 mila posti a gennaio, ma la disoccupazione sale al 3,6%); https://www.bbc.com/portuguese/internacional-42323066 (Chi sono i 41 milioni di poveri degli Stati Uniti, il paese più ricco del mondo); https://www1.folha.uol.com.br/mercado/2017/10/1925441-crise-dos-estados-unidos-elimina-15-milhao-de-vagas-de-emprego.shtml (la crisi degli Stati Uniti cancella 1,5 milioni di posti); https://forbes.com.br/negocios/2019/08/por-que-os-eua-podem-estar-a-caminho-de-uma-nova-crise-economica/ (Perché gli Usa potrebbero essere sulla strada di una nuova crisi economica); https://epoca.globo.com/mundo/noticia/2018/06/desemprego-baixo-nos-eua-esconde-aumento-do-numero-de-trabalhadores-que-vivem-em-condicoes-precarias.html (La bassa disoccupazione degli Usa nasconde l’aumento dei lavoratori che vivono in condizioni percarie).

[6] Non è la prima volta che si cerca la causa della crisi economica in elementi esterni ai processi economici di base: basandosi sul presupposto della circolazione perfetta, la responsabilità può essere attribuita a qualunque evento o cosa. La stessa storia delle crisi potrebbe essere scritta sulla base di queste false attribuzioni. Della crisi dei subprime del 2008, ad esempio, furono incolpati i poveri che contraevano mutui senza essere in condizioni di pagare (o, nella versione antisemita, era colpa di avide istituzioni che fornivano credito immobiliare a chiunque). La crisi delle dotcom nel 2000 fu attribuita ai falsi in bilancio di alcune aziende. La crisi del 1974 sarebbe stata colpa della Opec che l’anno prima tagliò la produzione petrolifera. Gli esempi non mancano e i neoliberali trovano sempre una ragione per dare la colpa allo stato e alle sue maniacali ingerenze esterne nel mercato. Secondo questa versione, ad esempio, la crisi del 2008 fu il risultato degli incentivi offerti dal governo Clinton che costrinse a dare credito immobiliare ai poveri, tradizionalmente fuori da questo mercato. A suo tempo Milton Friedman, con un’interpretazione che intendeva confutare tutte le teorie precedenti, sosteneva che la crisi del 1929 fosse il risultato della nascita della banca centrale americana e delle sue politiche che cercavano di regolare il mercato. Caso ultimo, famoso per l’esagerazione, l’economista Stanley Jevons in un saggio del 1875 scrisse che l’instabilità dell’offerta delle merci era in relazione con le macchie solari, responsabili, in ultima istanza, delle crisi commerciali che colpivano i prezzi delle merci. (Maurilio Lima Botelho, Epidemia econômica: Covid-19 e a crise capitalista. In: https://blogdaboitempo.com.br/2020/04/02/epidemia-economica-covid-19-e-a-crise-capitalista/; traduzione italiana: Ma allora il morto è morto!) Con il coronavirus si ripete l’eterna esternalizzazione delle cause. Per quanto molto preoccupante, il virus non è affatto la causa della crisi.

[7] Vedi: https://www.krisis.org/2003/prefacio-a-edicao-portuguesa-do-manifesto-contra-o-trabalho/

[8] Herbert Marcuse, O fim da utopia; tradução de Carlos Nelson Coutinho. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1969.

[9] Traduzione di Jade Amorim, che fa parte del Coletivo Tradutores Proletários (https://tradutoresproletarios.wordpress.com/).

[10] G. W. Friedrich Hegel, Lecciones sobre la historia de la filosofía I (Locais do Kindle 4965-4967). Universidad UNILÍDER. Edição do Kindle. (tradução livre).

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