Convergenza del Terrore


First-Baptist-9-1

Di Marildo Menegat. Fonte: Arlindenor, 8 aprile 2020. Titolo originale Convergência do terror. Traduzione di Enrico Sanna.

I

L’opportunità finirà per trasformare l’eccezione in una regola definitiva. Il covid-19 crea un mobilitazione permanente e uno stato di guerra. È un’emergenza, per quanto possa essere affrontata altrimenti. La malattia esige cure e un’ampia divulgazione delle sue cause, non soldati e leggi marziali. Non è un caso che ad imporre l’ordine siano gli eserciti e la polizia, assieme al sapere medico che, tra tutte le discipline, è forse una delle più vicine al potere, compagna di tante marce militari. Ogni volta che si impone la catastrofe, è il moderno patriarcato che sale al comando e detta i prossimi passi pur essendo esso profondamente implicato nelle cause della peste. Dalla Cina agli Usa e passando per l’Europa, le leggi marziali che arrestano o multano chi esce dall’isolamento non hanno niente di quell’esercizio di autonomia che tanto inorgogliva i difensori del soggetto della modernità. Albert Camus, in un suo racconto, commenta la differenza tra una solidarietà spontanea – in questo caso, l’isolamento come mezzo migliore per preservare la vita – e una solidarietà imposta che lascia intravedere il proprio potere di morte su tutti.

In principio le leggi marziali mirano a salvare vite, perché la ragione di fondo di queste imposizioni è il mantenimento delle migliori condizioni per rimettere in moto e garantire la continuità del meccanismo di accumulazione del capitale. Dunque non sono le vite in sé che il sistema considera importanti, un sistema che ora sembra commuoversi ma che fino a ieri smantellava la sanità pubblica. Le masse di miserabili superflui prodotte dal capitalismo sanno già da tempo che, per il sistema, le loro vite non valgono nulla, e che se ora meritano qualche attenzione è solo perché i loro corpi denutriti potrebbero propagare il virus. La società borghese non nasce per realizzare un qualche miglioramento della condizione umana; al contrario, essa pone gli esseri umani in una condizione per cui essi sono costretti a soddisfare i bisogni del denaro e il suo dominio impersonale. L’attivazione ed elevazione dell’ansia a totalità sociale, a strumento d’azione che passa da uno stato nervoso all’altro senza mai divenire riflessione, svolge quella funzione, un tempo propria dell’ideologia, di preservare il sistema, servendosi di dispositivi di intelligenza artificiale, dal caos che produrrebbe un gran numero di morti. Tra la cecità del virus, che è un agente naturale, e la cecità del sistema produttore di merci si è prodotta una convergenza che legittima ogni terrore.

Il battibecco tra i difensori della quarantena orizzontale promulgata dalla leggi d’eccezione e i difensori della quarantena verticale, per i quali la pestilenza chiede di affidarsi alla volontà divina, evidenzia le due facce della stessa medaglia. Il tentativo di dare un’aura umana all’imposizione della quarantena non ne cela l’ipocrisia: quegli stessi italiani, spagnoli, francesi eccetera, che ora difendono queste misure, fino a qualche settimana fa non esitavano a rimandare indietro barche stracolme di africani che giustamente fuggivano dalla morte. Chi, dal canto suo, difende il ritorno immediato alla produzione (anche se ora tacciono, è bene ricordare che esistono e sono tanti) pensa che lo scenario di guerra che si para davanti, con milioni di morti in tutto il mondo, sia un prezzo ragionevole da pagare perché il capitalismo non si sfarini per sempre. Ad addolorarli non sono i morti ma i numeri del mercato che già calavano l’anno scorso (2019), prima dell’epidemia di covid-19. La tendenza ad una recessione globale era talmente evidente che anche i bambini se n’erano accorti. Non è da ora che l’economia cinese mostra una debolezza sempre più grande e invincibile. Il livello dell’indebitamento dello stato e delle grandi imprese non può più essere finanziato con i trucchetti speculativi delle bolle. Questa realtà fa mancare la terra da sotto i piedi di Europa e Usa; dunque anche del resto del mondo. Il debito di tutti gli stati è dell’ordine dei 280 mila miliardi di dollari, mentre il pil annuale mondiale non supera gli 80 mila miliardi… Tutti vivono al di sopra delle proprie possibilità. La questione è che, soprattutto dopo la crisi del 2008, è stata la Cina e l’indebitamento globale a trascinare la moribonda economia mondiale.

In questo contesto, i pacchetti di Ue e Usa servono sostanzialmante a salvare i mercati quando scoppia “la bolla delle bolle” (formatasi subito dopo la crisi del 2008), quella che gli specialisti di turno chiamano recessione. Ai margini di questa economia di guerra (per il momento, a quanto pare, il nemico è solo il virus) la povertà cresce e continuerà a crescere vertiginosamente, mentre la disoccupazione, che nel periodo precedente ha assunto i contorni del lavoro precario, tornerà alla sua antica forma dei soggetti monetari senza denaro. Ma anche la salute delle persone, indipendentemente dall’azione del covid-19, è arrivata a livelli allarmanti. Il consumo di ansiolitici in Brasile è il più alto di tutta l’America Latina. Già prima del virus la vita soffriva. Il covid-19 è solo il mezzo di contrasto che evidenzia come il capitalismo non abbia più niente da offrire all’umanità.

II

Il problema è che, nonostante gli equilibrismi di governi e banche centrali, la crisi è nell’aria; e non parlo del covid-19. Tra breve, i cambiamenti climatici produrranno situazioni ancora peggiori. Al contrario del virus, si tratta di fenomeni irreversibili, che però potrebbero essere attenuati da un cambiamento drastico nel modo di produzione della vita sociale. Nuove pandemie, più letali del covid-19, potrebbero sorgere come conseguenza. Secondo alcuni specialisti, un ebola evoluto, trasmissibile per vie respiratorie, significherebbe “quasi” la fine dell’umanità. La mortalità di questo virus arriva al 90% degli infettati. Poiché i cambiamenti climatici impongono una lotta per l’adattamento a nuove forme, è prevedibile che molti parassiti subiranno mutazioni che li renderanno più aggressivi. È chiaro poi che ci sono fattori causati dall’intervento umano che hanno modificato o che produrranno artificialmente agenti patogeni, come nel caso dell’H1N1, che ancora non conosciamo.

Certi popoli del passato – probabilmente saggi visto che sappiamo che non vivevano nelle ristrettezze come oggi, e questo era il caso, per quanto se ne sa, degli indigeni che vivevano nell’Amazzonia prima dell’arrivo dell’“uomo delle merci” – sapevano che nessuno doveva consumare della natura più di quanto gli era necessario per vivere nel pieno delle sue capacità, e che doveva lasciare queste condizioni di vita in eredità alle nuove generazioni. Il capitalismo però ha già bruciato le risorse del pianeta al punto che le generazioni future dovranno vivere in condizioni di indigenza. Un’indigenza che non ha niente a che vedere con la ricchezza astratta prodotta nel capitalismo, ma con cose semplici che servono alla vita, come l’aria pura, l’acqua e un cibo che non provenga da organismi geneticamente modificati.

Il problema, quindi, non è scegliere tra il ritorno ad un lavoro infernale e la trappola di una quarantena imposta da uno stato di eccezione. Il problema è: cosa fare della nostra esistenza in questo fine vita del capitalismo? La offriremo ancora una volta in sacrificio al fine assurdo di produrre ancora più distruzione, o la useremo per trasformare il modo di vivere sociale?

III

In passato, chi viveva il presente preparava anche il futuro. La semina del futuro dipendeva sempre da un presente in cui le risorse erano più di quanto non fosse necessario per vivere. Il futuro, per quanto mantenesse qualche incertezza, non era in balia di avvenimenti puramente accidentali. La forma sociale poteva avere inflessioni diverse. Oggi il presente è soltanto lo spegnersi delle luci. Viviamo in un’epoca che, eccessivamente preoccupata di se stessa, ha visto scomparire il futuro come struttura del tempo. Poiché il presente non agisce più sulle relazioni e le azioni sociali, l’individuo resta intrappolato in una notte fonda che rivela l’impensabile: senza promesse per il domani, l’umanità è condannata a sprofondare nel vuoto. La depressione non è solo un fenomeno economico. Non sorprende più di tanto scoprire che il capitalismo produce una società nichilista. Con esso l’esistenza di una persona acquisisce un senso elementare soltanto quando è sottomessa al feticismo delle merci, del denaro e dell’impiego di energia nell’irrazionalità distruttiva dell’economia aziendale. Ma le condizioni oggettive che ancora tenevano in piedi questa misera sopravvivenza vengono impietosamente schiacciate dall’attuale catastrofe.

A partire dalla grande crisi degli anni settanta, quando il capitale cozzò contro il suo limite interno assoluto, come spiega Robert Kurz con la sua teoria critica, l’allungamento del termine di vita di questa società è avvenuto a spese del futuro. Il neoliberalismo e il dominio dell’accumulazione fittizia di capitale tramite l’ingegneria speculativa dei mercati finanziari non sono altro che un trasferimento al futuro dei conti di un presente che ormai non rientra nella valorizzazione del valore. Ovvero: la misura della moderna società produttrice di merci, cioè il tempo di lavoro, è stata cancellata dallo sviluppo tecnologico della società stessa. L’assurdo presente che da questo processo emerge – e si tratta di una vera emergenza – ha bloccato l’umanità in un processo che accelera la distruzione di se stessa e della natura. Ogni singola merce contiene sempre meno valore perché prodotta con tecnologie che non utilizzano, o utilizzano marginalmente, lavoro vivo, unica fonte di produzione reale di plusvalore; per simulare la creazione di un qualche valore, pertanto, occorre produrre merci in quantità smisurate. Questa è una delle ragioni per cui crisi del capitalismo e collasso ambientale convergono, perché si sono invertite le proporzioni tra quantità di valore e quantità di materie prime utilizzate per la creazione di tale valore, senza però che con ciò si riesca a superare il limite interno assoluto dell’accumulazione di capitale. Oggi queste proporzioni presuppongono grandi quantità di materie prime, con il risultato che si allarga l’estrazione distruttiva di risorse naturali per ricavarne una quantità piccolissima di valore in termini di ricchezza astratta. Il fatto che la ricchezza nel capitalismo obbedisca ad un principio astratto (il valore) di cui le cose sono solo lo strumento (il valore d’uso) necessario a produrre tale valore, mentre la realizzazione di tale principio (il consumo) è la distruzione di tali cose il più rapida possibile affinché il ciclo torni al punto di partenza e si ripeta ad infinitum, rende possibile il paradosso di una società ricca, nei termini astratti dell’accumulazione di capitale, ma senza le risorse per far fronte alle proprie necessità, senza che sia possibile sviluppare le capacità dell’uomo.

Nessuna delle fughe in avanti del neoliberalismo di questi ultimi decenni ha effettivamente risolto la crisi del capitale. Essendo la vita sociale mediata dal denaro e dalle merci, affinché questa oggettivazione possa funzionare occorrerebbe che la sostanza del valore, che è quel quantum di tempo di lavoro presente in ogni merce, possa essere ancora prodotta. Come Marx osservava nei Grundrisse, il capitalismo è un processo sociale che contraddice se stesso, che incoscientemente produce il proprio crollo.

L’utilizzo massiccio di tecniche produttive che risparmiano lavoro umano rende impossibile l’oggettivazione del valore, sopprimendo così il meccanismo funzionale della mediazione sociale. Dopo il covid-19, sarà questo il vero mostro, unito alla catastrofe dei cambiamenti climatici, che perseguiterà quotidianamente l’esistenza di tutti. Non è più possibile vivere a spese del futuro. Il tempo storico-sociale massimo a cui può giungere il capitalismo è questo presente allungato in cui la propria autodistruzione accelera.

IV

Lontano dal reliquiario ideologico della pace universale, a partire dalla fine della guerra fredda negli anni ottanta il capitalismo, questo tritacarne di esseri umani, si consegnò a guerre di nuovo genere. La genealogia degli avvenimenti, oggi frequenti, rimanda alla grande guerra del 1914 che iniziò la relazione intima e inevitabile tra guerra e economia. A dire il vero, la guerra è già all’origine di questa sfera astratta di calcolo che è l’economia aziendale. Fu l’uso delle armi da fuoco ad abbattere le antiche relazioni feudali creando al loro posto una forma politica, quella dello stato moderno, incentrata sulla competizione e dipendente dal denaro. A questo fine, tutte le società nazionali nate in seguito seguirono questi imperativi. La guerra rappresentò la semina del capitalismo. Solo con le guerre mondiali, però, il capitalismo divenne definitivamente un’economia di guerra.

Il moderno patriarcato produttore di merci è questa barbarie che unisce la bestia della guerra e l’imprenditore distruttore-creatore schumpeteriano. Gli affari diventano un tutt’uno e tutto deve essere modificato perché passi attraverso il setaccio della sintesi di creazione e distruzione (del mondo); distruggere significa creare (più morti). Questa immagine dello spirito è l’essenza della società borghese, per questo appare razionale e gode della realizzazione suprema di un principio di realtà che comporta l’orrore come tendenza della sua natura. Se non ci fosse stata l’economia di guerra, l’eccesso di capitale fittizio avrebbe bloccato la continuità del sistema. Una delle sue imprese fu la mobilitazione delle riserve di risparmio e credito allora inutilizzate, risultato di un processo di sovraccumulazione che faticava sempre più a trovare investimenti profittevoli, per utilizzarle in grandi opere statali:

“[Le potenze in guerra] Cercarono (…) di coprire i propri deficit sollecitando prestiti all’interno e all’esterno del paese, (…) quando ricevevano crediti dalla banca centrale emettevano denaro di carta senza garanzie accessorie. Nessuna banca centrale mantenne una grande indipendenza in tempo di guerra (…). Nel 1914 fu sospeso il sistema aureo nazionale in tutti i paesi belligeranti; la moneta cessò di essere convertibile [in oro] su richiesta, o venne a cessare la necessità di mantenere una proporzione minima d’oro a sostegno dell’emissione di denaro cartaceo. Dopo aver ripulito il terreno, i governi riuscirono ad ottenere denaro in quantità illimitata dalle banche centrali in cambio di passivi di breve durata, come i titoli di debito del tesoro rimborsabili in tre o sei mesi. (…) La conseguenza fu una crescita massiccia del flusso di denaro, che andò accelerando man mano che la guerra proseguiva (…). (…) La capacità di ottenere prestiti dimostrata dagli stati [belligeranti] fu uno dei fenomeni chiave della guerra (…)” (Stevenson, D. p. 314-5).

Questo modello organizzativo dell’economia aprì le porte alle valute statali creando una sorta di prospettivismo (la discarica del capitale in eccesso che rischiava di svalorizzarsi) che, come tutti i vizi borghesi, fu trasformato in virtù dal keynesismo. Fu questo modello economico a rendere possibile il fordismo. Senza le enormi dimensioni delle valute, per cui la spesa bellica era artefice nonché esploratrice di un territorio fino ad allora vergine, un’infrastruttura tanto finanziaria quanto produttiva come quella fordista, che richiedeva un intervento statale diretto, non sarebbe mai stata possibile.

“Il successo della Francia presenta alcune analogie con l’Unione Sovietica del periodo 1941-45: regioni prima isolate del sudest furono coinvolte in produzioni militari.” (Stevenson, D. p. 324). “Prestiti e sovvenzioni statali (…) aiutarono la riconversione, tra gli altri, dei futuri giganti automobilistici Citroën e Renault, che allora fabbricavano munizioni e carri armati.” (Stevenson, D. p. 325).

A partire da questo momento, lo stato assume nella pianificazione e nella direzione economica una centralità sconosciuta nel capitalismo classico ottocentesco. Queste caratteristiche furono poi mantenute e integrate in tempi di pace. La relativa abbondanza del cosiddetto trentennio glorioso dopo il 1945 fu un prodotto diretto dell’ingegneria finanziario-produttiva dell’economia di guerra. Uno degli aspetti nascosti della Guerra Fredda fu proprio la continuità (e la crescita) del debito pubblico. La spesa poteva essere diretta tanto verso lo stato sociale quanto verso il mantenimento della spesa bellica; l’economia americana, ad esempio, fu orientata in direzione di una permanente mobilitazione bellica per quanto la guerra fosse finita. Per questo l’imponente complesso militare e industriale non fu smantellato. La fine della Guerra Fredda, avvenuta nel 1989, evidenziò l’impossibilità di continuare ad orientare l’economia in questa direzione. In un periodo in cui il profitto cadeva a livelli tali da rendere incerto il rientro di nuovi investimenti, mentre l’economia univa stagnazione e inflazione, l’espansione monetaria divenne un problema di prim’ordine. Fu proprio allora che le politiche keynesiane andarono in crisi.

Nei decenni seguenti si procedette a nascondere sotto il tappeto il crollo della modernizzazione. Per simulare realisticamente l’emissione contabile di denaro senza valore dopo la fine degli accordi di Bretton Woods (1971), che avevano diretto le attività delle banche centrali europee e statunitensi, fu necessario organizzare l’accumulazione di capitale attorno al sistema finanziario, non più attorno alla produzione. Il keynesismo poteva ancora disporre di capitale fittizio per il finanziamento della produzione, ma con il neoliberalismo questa logica dovette essere invertita al fine di rinviare il crollo subitaneo del sistema. Fu questo meccanismo della finanziarizzazione ad ereditare la dinamica dell’economia di guerra, pur in assenza di guerre tradizionali. Questa contraddizione – una economia di guerra attuata in assenza di una guerra generalizzata come la seconda guerra mondiale e per certi versi anche la guerra fredda – indicava che il sistema aveva raggiunto il suo limite e che ora c’era il pericolo che si avverasse la fantasia ideologica di uno stato di guerra e di eccezione.

V

Finché la pandemia imponeva una quarantena in forma di leggi d’eccezione, si faticava a capire che ci si trovava davanti ad una crisi senza precedenti. Si prevede un tracollo del pil mondiale. Davanti alla catastrofe, economisti che un tempo difendevano come principio indiscutibile il taglio delle spese, ora cambiano casacca e, con una convinzione da veri keynesiani, difendono il ritorno al passato di un’economia di guerra con budget illimitati. Ma cos’è un’economia di guerra contro un virus? Due punti che ripetono continuamente: aumentare la spesa pubblica e reindirizzare la produzione industriale. Ma non era proprio questo il peccato mortale di un’economia di guerra mantenuta anche dopo la prima e la seconda guerra mondiale sotto forma di stato sociale? Le politiche socialdemocratiche non hanno perso proprio per questa ragione? È evidente l’incoerenza delle proposte. La capirebbe anche un bambino. Già è difficile spiegare che l’aumento della spesa per sostenere in tempo di pace il sistema sanitario e scolastico è inflazionario e porta all’insolvenza dello stato; e ora (chi pedala?), davanti alla guerra contro un virus (?), ecco che l’aumento della spesa diventa la salvezza della patria! Tolto il diversivo ideologico dell’argomento, il resto dell’equazione sarà duro da mandar giù: dopo questi aumenti di spesa, come si può reggere un debito che già è il triplo del pil mondiale? Solo Trump parla di una spesa di “tre o quattro mila miliardi” di dollari per salvare l’economia, in un paese che ha un debito pubblico di sedicimila miliardi, circa il 120% del pil. A ben vedere, il problema non sono le fantasie ideologiche sulla logica delle personificazioni del capitale.

A ben vedere, ciò che risulta da tutto ciò è uno stato di eccezione che impone la quarantena, e un’economia di guerra senza guerra sull’orlo della più grande depressione dal 1929. Forse tutto questo serve a capire che l’autodistruzione è legata al capitalismo come una compulsione cieca pronta ad esplodere… anche sotto forma di bombe nucleari. Quando tutte le luci si spengono, agli ideologi del sistema (compresi quelli della sinistra tradizionale) non resta altro che tornare al passato. Uno dei luoghi comuni del neoliberalismo era l’esorcizzazione del passato, a cui si attribuiva la responsabilità dei sacrifici del presente. Come si può sperare che questa “colpa della responsabilità” ci ridia quel futuro che si è appena spento?

La luce artificiale del capitalismo non illumina più nulla. Non abbiamo futuro. Non sorprende che tutto ciò accada tra catastrofi naturali (il coronavirus è un risultato della globalizzazione economica sotto il segno della distruzione cieca della natura) e il capolinea depressivo dell’economia di guerra. Ogni tentativo di tornare alla normalità, nonostante le fanfare che annunciano la ripresa imminente, costerà vite umane e sarà inutile.

Meglio impegnare energie e impegno per capire come ha fatto il moderno sistema produttore di merci a giungere al collasso. Fenomeni come l’attuale catastrofe aiutano questa comprensione. Il segreto di ciò che accade è nella logica aprioristica che organizza la vita sociale sotto l’imperativo della trasformazione del denaro in più denaro. Occorre capire questo se si vuole combattere quelle forze che, combinate, spingono la società verso l’abisso. Vogliono la continuazione della notte. Per questo devono organizzare lo sterminio – esso stesso impulso permanente e spontaneo del sistema – elevandolo a genocidio di dimensioni enormi, purtroppo già in corso.

L’eccidio rientra nel carattere del capitalismo, è il suo legame intimo e ineludibile con la guerra. Permane l’assassinio di migliaia di negri, indios, donne, permangono i campi di concentramento per milioni di rifugiati, con l’aggiunta dell’eliminazione dei vecchi divenuti inutili ai fini dell’economia aziendale. È una guerra in cui tutti sono tenuti sott’occhio. Le nuove guerre sviluppate dal capitalismo dopo la fine della guerra fredda sono guerre irregolari, dirette contro la grande massa dei perdenti della globalizzazione. Il dispositivo che trasforma questi fatti in realtà distanti è lo stato di eccezione. È un ordine che opera secondo la falsa logica per cui gli sterminati di oggi non sono il vostro futuro. L’impersonalità della logica avvalora l’equivoco della conclusione. La legge che distrugge queste vite non è affatto soggettiva. Non è un totalitarismo che emana dall’ordinamento politico, ma un’oggettivazione dell’economia aziendale confermata dallo stato: chi non genera profitto deve morire.

La vita e il futuro dell’umanità non sono compatibili con il capitalismo. Questo il significato di questa crisi: dato che niente sarà come prima, e non esiste un futuro che attende tutti quanti, perché dobbiamo continuare su questa strada?

Bibliografia

STEVENSON, D. 1914-1917 História da Primeira Guerra Mundial. Barcelona: Debolsillo-Penguin Editorial, 2015.

KURZ, R. Dinheiro sem valor. Lisboa: Antígona, 2014.

WALLACE-WELLS, D. A terra inabitável: uma história do futuro. São Paulo: Cia das Letras

3 pensieri su “Convergenza del Terrore

  1. Pingback: Convergenza del Terrore — Pulgarías | l'eta' della innocenza

  2. Caro Enrico Sanna, muito obrigado pela tradução do meu pequeno ensaio sobre o terror destes dias, que no Brasil ainda seguem num crescente sem fim.
    Abraço,
    Marildo Menegat

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...